Nicolino

Mi trovavo in una casa che non avevo mai visto, ma che in qualche modo riconoscevo. Le pareti erano scrostate, l’intonaco cadeva a pezzi e rivelava mattoni rossastri e umidi. C’era odore di muffa e di chiuso, e un silenzio rotto solo da un ticchettio irregolare, come se da qualche parte una goccia cadesse sempre nello stesso punto.
Una ragazza era lì, seduta sul bordo di un materasso lurido appoggiato direttamente sul pavimento. Aveva i capelli lunghi e sporchi e degli occhi di un azzurro slavato che sembravano bellissimi e terribili allo stesso tempo. Mi attraeva. Volevo starle vicino, parlarle, ma appena aprivo bocca le parole mi morivano in gola. Lei mi guardava con un sorrisetto stanco, come se vedesse attraverso di me.
Finalmente riuscii a chiederle: «Come ti chiami?»
«Chiara», rispose.
La voce era roca, ma dolce. Sembrava quasi normale. Le chiesi da quanto tempo stesse lì. Lei rispose che le giornate erano tutte uguali, che non si ricordava più. Due risposte quasi normali. Mi illusi di conoscerla, di tenderle in qualche modo una mano.
Ma successe l’imprevedibile.
La sua espressione mutò. Non divenne cattiva, ma qualcosa negli occhi si spense del tutto. La bocca iniziò a muoversi in modo meccanico.
Cominciò a borbottare.
Un flusso continuo e sconnesso di volgarità. Parole oscene, crudeli, che descrivevano tutto ciò che non volevo sentire. Descriveva il mio corpo, il suo corpo, in maniera brutale, con smorfie indecenti. La voce non era più la sua: era un rantolo lacerante.
Un vuoto gelido mi si aprì dentro.
Un istinto primordiale mi ordinò di scappare, di correre via da quella stanza, da quella crudezza, da quello sguardo che non era più uno sguardo. Mi voltai di scatto e corsi verso quella che ricordavo essere la porta d’ingresso.
Ma non c’era più.
Al suo posto soltanto un tratto di muro continuo, coperto da una vecchia tappezzeria scolorita, come se la casa avesse ricucito su sé stessa l’apertura.
Corsi nelle altre stanze. Tutte uguali, tutte vuote, piene di macchie di umidità che sembravano piaghe. Nessuna porta. Solo finestre con grate, e quel ticchettio ostinato che mi si infilava nel cervello.
Ero intrappolato con lei e con quel rantolo disumano che ormai mi rimbombava nelle orecchie, sempre più forte.
Poi, all’improvviso, eccomi fuori.
Per strada.
Ero su un marciapiede affollato. La gente mi passava accanto veloce, indaffarata, parlando al telefono, ridendo. Un brusio incessante e allegro che strideva con l’eco di quelle sconcezze che ancora mi rimbombavano nella testa.
Nessuno mi guardava. Ero invisibile.
In mezzo a quella folla vidi un ottantenne. Veniva dritto verso di me. Indossava una giacca anonima e aveva i capelli bianchi, radi.
Quando i nostri sguardi si incrociarono, qualcosa dentro di me si ruppe.
Un’ondata di disperazione e di bisogno mi travolse. Corsi da lui e lo abbracciai con tutta la forza che avevo, stringendolo quasi da fargli male, per trattenerlo. Volevo che non si muovesse, che non sparisse di nuovo.
«Papà, non mi riconosci? Sono Nicolino», dissi gemendo.
Lui rimase in silenzio. Non ricambiò l’abbraccio.
Rimanemmo così per un tempo che non ricordo.
Poi, piano, alzai lo sguardo.
E vidi lei.
La donna scheletrica.
Era a pochi passi, immobile in mezzo alla folla che le scorreva intorno come acqua attorno a una roccia.
Era talmente magra che la pelle sembrava tesa direttamente sulle ossa del cranio.
Mi guardava con due occhi enormi, scavati, fissi nei miei.
Aprì la bocca e disse qualcosa con un sussurro secco, come foglie morte che si spezzano.
Le parole le sentii, ma non riuscii a comprenderle. Era una frase pregna di un significato troppo denso per essere decifrato.
Era una sentenza. Questo lo capii.
Io, che tremavo e avevo il respiro rotto dai singhiozzi, annuii.
Sì, annuii.
Senza capire, senza ribattere, con le lacrime calde e salate che mi scendevano sul viso. Annuii perché dentro di me sapevo che lei aveva ragione, qualunque cosa avesse detto. Annuii perché, in quell’attimo di dolore assoluto, la sua verità — anche se incomprensibile — era l’unica certezza che esistesse al mondo.
Continuai a piangere, svuotato.
Quando mi accorsi di essere rimasto solo, accanto a un cespo di viole.

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