L’anziano cameriere

Le sale del Parco dei Principi erano immerse in una luce calda, discreta. I bicchieri riflettevano i lampadari, le posate erano allineate con una precisione quasi ostinata. Gli invitati parlavano a bassa voce. Abiti scuri, movimenti controllati, un’eleganza che non ammetteva sbavature.
Io avevo diciannove anni e non mi sentivo fuori posto. Ero abituato ai ricevimenti formali.
Accanto a me c’era mio cugino Vincenzo. Diciotto anni, ma ne dimostrava di più. La fronte già scoperta, lo sguardo velato, come se si portasse dietro una stanchezza senile.
«La Lazio quest’anno non si riprende», mormorò.
«Dai, non è così tragica.»
«Ti sbagli, è così tragica. Non gira nulla.»
«È solo un periodo no. Ci riprenderemo.»
Scosse appena la testa.
«Magari… domani le prendiamo pure dall’Udinese»
«Esagerato!»
Vincenzo non replicò. Tacque, e prese a guardare il vuoto.
Davanti a noi, due camerieri erano disposti quasi sull’attenti. A lato di un ventenne smilzo come un serpente, ce n’era uno anziano. Capelli brizzolati, sistemati con cura. Il volto fermo, come trattenuto.
Lo osservai quasi per distrazione.
Fu allora che accadde.
Un filo di saliva gli sfuggì dalle labbra e cadde sul pavimento lucido. Un infortunio minimo, ma stonato, quasi osceno in quell’ordine impeccabile.
Lui se ne accorse subito.
Si voltò appena verso di me. I nostri sguardi si incrociarono per pochi secondi.
«Mi scusi», disse.
La voce era rassegnata.
Non risposi. Arrossii.
Non era soltanto imbarazzo. Era qualcosa di più preciso e più scomodo: la sensazione che in quell’istante si fosse scoperto tutto. Che per me tutta la vita di quell’uomo — gli affetti, le speranze, le tristezze, i fastidi, le gioie, i timori — si fosse contratta fino a coincidere con quel dettaglio. Con quell’incidente irrilevante. Con quello sputo eterno.
Vicino a me, Vincenzo restava immobile, a fissare disattento gli invitati. Forse continuava a pensare alla Lazio.
Io, invece, non riuscivo più a vedere altro.

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