La conosciamo tutti o quasi la Marcia di Radetzky. Composta nel 1848 da Johan Strauss padre in onore del vecchio maresciallo Radetsky vincitore di Carlo Alberto di Savoia, chiude ogni anno il celeberrimo concerto di Capodanno al Musikverein di Vienna. Evoca, come forse nessun’altra musica, l’impero asburgico, secolare insieme di popoli, lingue, culture molto diverse, a pochi decenni prima della sua dissoluzione.
Joseph Roth scelse La marcia di Radetzky come titolo per un incantevole romanzo, pubblicato nel 1932, e raramente un titolo ha espresso con una simile esaustiva suggestione l’anima profonda di un romanzo.
In queste mie righe nessun tentativo di analisi o di critica del romanzo. Nessun approfondimento delle sue connessioni con l’agitata vita dell’autore, modellata da un intreccio di religioni e di culture quanto mai imperial-asburgiche, logorata dalla malattia mentale del padre e della moglie, segnata dall’alcol e da una gelosia ossessiva, finita a 45 anni in un ospizio per poveri. Né del suo approccio amorevole, eppure lucidamente critico, allo sfacelo di un organismo politico, arrivato alla fine del suo percorso storico, che era stato in grado di far coesistere per secoli delle diversità spazzate poi via dai nazionalismi e dalle rivolte sociali.
Desidero solo abbandonarmi a uno (scontatissimo) consiglio di lettura: leggete questo romanzo appunto incantevole. Riprenderlo in mano ha significato per me tornare a respirare una magnifica ventata d’aria buona e fresca, tornare a vivere quella impagabile sensazione di gioia al limite della commozione che la bella letteratura dà. E l’aggettivo bella non risulti riduttivo: è uno degli attributi più alti che si possano riferire a un’opera d’arte.
Il romanzo racconta le vicende di tre generazioni della famiglia Trotta, nobilitata von Trotta dall’imperatore Francesco Giuseppe per premiare il capostipite che gli aveva salvato eroicamente la vita durante la battaglia di Solferino. Questa famiglia, di origini slave ma diventata profondamente “austriaca”, intreccia inestricabilmente la sua storia con quella dell’impero asburgico e con la decadenza e la dissoluzione di questo. Alla fine muoiono tutti, il von Trotta nipote in guerra, il von Trotta figlio di consunzione interiore e insieme a lui, dopo 68 anni di regno, muore l’imperatore. Due anni dopo, nel 1918, muore l’impero.
Il romanzo è potente senza dubbio per la profondità e per la problematicità di pensiero, così come per la finezza psicologica con cui sono raccontati i personaggi, sia i protagonisti sia le ammirevoli figure di contorno: tutti finiscono per restare come sbigottiti di fronte alla dissoluzione annunciata ma testardamente, forse ottusamente, torbidamente esorcizzata del loro mondo, al quale non sembrano attrezzati per sopravvivere.
Ma l’incanto che vorrei evocare in questo mio consiglio di lettura è dato soprattutto dalla bellezza della scrittura, spontanea ed elegantissima, limpida, lucidamente tradizionale, capace di far interagire in un intenso contrappunto le descrizioni ampie e idoleggiate della natura con le grandi scene teatrali, lunghe, insistite per creare nel lettore tensione estetica ed emotiva, scene che costituiscono il cuore trascinante della Marcia di Radetsky.
L’incontro del giovane Carl Joseph von Trotta con il brigadiere Slama per fargli le sue condoglianze per la morte della signora Slama, di cui il giovane barone era stato amante. Il brigadiere sa ma è schiacciato dalla disparità sociale e tace. Carl Jospeh è contorto, reticente, ipocrita.
Il duello, mortale per entrambi, tra il dottor Demant e il capitano conte Tattenbach. Per gli ufficiali loro colleghi, “incomprensibili adoratori di una remota, crudele divinità, di cui erano, al tempo stesso, le variopinte e sfarzosamente adorne vittime sacrificali”, le due morti rientravano naturalmente nella loro devozione alla crudele divinità, l’onore.
Il primo sciopero, inaudito, degli operai della fabbrica di setole nel remoto villaggio di confine dove Carl Joseph prestava servizio.
L’arrivo, durante una festa di gaiezza quasi allucinata, della notizia dell’assassinio dell’erede al trono Francesco Ferdinando a Sarajevo.
E la visita del creditore Kapturak nella stanza del sottotenente von Trotta – “il sottotenente Trotta non solo era triste e infelice, ma anche cattivo, una persona profondamente cattiva” – per chiedergli la restituzione di un enorme debito. Un momento dostoevskijano.
