Francesco Pecoraro, La fine del mondo, Ponte alle Grazie, 2026
Ho provato a capire di cosa parla La fine del mondo, ma dopo qualche decina di pagine mi sono arreso. Ogni volta che pensavo di aver trovato la chiave, Francesco Pecoraro cambiava stanza.
Mi affacciavo su uno scenario geopolitico e poche righe dopo comparivano una prostata, una cataratta e quattro impianti di titanio. Un ragionamento sul riscaldamento climatico finiva per incontrare un ginocchio dolorante. Un progetto urbanistico lasciava il posto a qualcuno che preparava dei carciofi.
Così ho smesso di cercare il tema del romanzo e ho continuato ad attraversarne gli spazi.
Il tempo narrativo scelto da Pecoraro è più o meno il nostro presente. O forse un presente spostato appena più in là. È il tempo in cui si smette di parlare di natura e cambiamento climatico e si torna a parlare di guerra. Missili ipersonici. Conflitti che si moltiplicano. Catastrofi.
Tutto questo arriva nelle pagine del romanzo come un rumore di fondo continuo. Non esiste un centro stabile. La storia mondiale, il corpo che invecchia, le città, la tecnologia, i ricordi personali finiscono per convivere nello stesso spazio mentale. Fin dall’incipit si capisce che il romanzo non procederà per gerarchie: la cronaca internazionale, la memoria, la malattia, l’architettura, il clima, la vita quotidiana confluiscono in un unico flusso di pensiero.
Poi compare una casa. Anzi due. La prima resta un’ipotesi. Il protagonista aveva immaginato di trascorrere l’ultima fase della sua esistenza su un’isola. Una casa terminale, fatta di vetro, geometrie nette, spigoli vivi. Un luogo capace di opporsi al disordine del mondo e di affacciarsi direttamente sull’assoluto marino.
La seconda è quella in cui vive davvero. Sta al primo piano di un edificio di mattoni. Si affaccia su una strada curva e secondaria. Ha pareti spesse sessanta centimetri. Appartiene a un quartiere così silenzioso che, osserva Pecoraro, «di un eventuale colpo di Stato se ne sarebbe accorto solo dopo qualche giorno».
Tra queste due case si apre lo spazio del romanzo. Da una parte c’è il progetto. Dall’altra la vita. Da una parte la forma perfetta immaginata per sé. Dall’altra un appartamento in una città che invecchia insieme ai suoi abitanti.
Pecoraro è architetto e si sente. Le case, le strade, i quartieri, perfino i balconi non sono mai semplici sfondi. Conservano tracce di scelte, rinunce, illusioni. Raccontano le persone che li hanno progettati e quelle che li abitano.
Anche questa casa racconta una storia. Non quella che il protagonista avrebbe voluto vivere, ma quella che gli è toccata.
Poi compare il fallimento. E non se ne va più. Riaffiora nei ricordi. Nei sogni. Nelle amicizie. Nelle occasioni perdute. Nelle persone che il protagonista giudicava mediocri e che si rivelano molto più abili di lui nella navigazione sociale. A un certo punto arriva a scrivere: «Contemplo il mio fallimento come l’unico mio lavoro ben fatto». La frase è amara. O ironica. O feroce. Forse è tutte queste cose insieme.
Avvicinandosi alla fine emerge qualcos’altro. Perché quest’uomo che continua a dichiararsi fallito continua anche a lasciarsi sorprendere dal mondo. Ascolta il Köln Concert di Keith Jarrett nel cuore della notte. Cerca Saturno nel cielo con l’aiuto di un’applicazione del cellulare. Esce sul balcone della cucina e sente l’odore del mare. Un odore qualunque mette in moto i ricordi. Un odore qualunque provoca una frustata vitale.
A un certo punto scrive: «Ho percepito come una frustata vitale e ho deciso di lavarmi i denti». La frase è quasi comica. Ed è bellissima. Perché dopo centinaia di pagine dedicate alla guerra, alla malattia, alla vecchiaia e alla sconfitta, la vita torna a manifestarsi attraverso il gesto più semplice e quotidiano.
È forse qui che La fine del mondo rivela il suo segreto. Il monologo del protagonista parla della fine. La fine delle ideologie, delle promesse del Novecento, della giovinezza, del corpo, perfino del futuro. Intorno a lui si accumulano guerre, catastrofi climatiche, fallimenti personali e relazioni che si consumano.
Anche Roma partecipa a questo lento processo di sfaldamento. È la città amata e continuamente osservata con rabbia. Magnifica e degradata. Una città che conserva tracce di esistenze scomparse e che, nello stesso tempo, mostra ogni giorno i segni della propria stanchezza.
Eppure il romanzo continua a tornare a un uomo che si dichiara fallito, che contempla il proprio fallimento come un’opera compiuta e che, tuttavia, continua a emozionarsi per una luce, una musica, un odore portato dal vento.
Forse, arrivati a una certa età, il mondo smette di coincidere con la Storia, con la Politica, con le Grandi Narrazioni collettive. Torna a coincidere con ciò che abbiamo davanti agli occhi. Una stanza. Una musica. Una città. Una luce accesa dietro una finestra. Un profumo nell’aria.
E proprio per questo ogni dettaglio conta di più.
In foto: copertina
