Dalle parti di piazza Vescovio i portoni avevano gli ottoni lucidi. I balconi sembravano credenze impolverate dal sole della domenica. Al mattino le famiglie scendevano a comprare il giornale, i cani al guinzaglio annusavano gli angoli con la gravità di funzionari, le signore scambiavano notizie sul tempo con una cortesia che serviva esclusivamente a confermare che tutto era al suo posto.
E poi c’era lui.
Non apparteneva a nessuno. Il padre era morto da poco, in circostanze mai chiarite, di quelle che si nominano abbassando la voce e cambiando discorso se passa un bambino. La madre si arrangiava come poteva, e quel “come poteva” bastava a far abbassare lo sguardo alle donne più anziane. La sorella minore, una creatura smunta e slavata, vagava per via di Novella con la rassegnazione di un animale minuscolo che ha già capito di essere una preda. L’incarnato quasi trasparente, come se la luce lo attraversasse senza trovare resistenza. Aspettava la sorte infame dei falò e del trucco eccessivo senza saperlo. E l’atrocità era tutta lì: nell’ignoranza.
Lui invece non aspettava niente. Non usciva, non compariva: sbucava. Un corpo che affiora da un sottosuolo che nessuno scorge. I capelli rossi, sporchi, si agitavano al vento come una bandiera indecifrabile. La pelle deturpata da lividi e croste era un palinsesto di botte e cadute che si sovrapponevano. Indossava sempre la stessa maglietta lercia a maniche corte, anche a dicembre, come se il freddo fosse un’opinione altrui a cui non intendeva aderire. Fasciato in quello straccio, sembrava non ricordarsi dell’alternanza delle stagioni.
Io lo incrociavo quando ero di ritorno dal Cristo Re. Lui offendeva i passanti senza un motivo. Non era rabbia: la rabbia ha una direzione, una storia, una speranza di risarcimento. La sua era un’emanazione, non diversa dall’odore che lo accompagnava. Apriva la bocca e ne uscivano insulti senza destinatario, rivolti probabilmente al mondo intero. Come un cane randagio che abbaia stralunato anche se non sa mordere. E come un cane continuava, ostinato, senza sosta, incurante dei calci. A volte qualcuno lo spingeva contro un muro, lui rimbalzava e riprendeva a strillare, la voce ancora più acuta, gli occhi celesti che non mettevano a fuoco nulla.
Erano occhi vitrei, resi foschi da incubi che io provavo a immaginare soltanto per qualche istante, distrattamente. Incubi ridicoli di tredicenne tremulo. Ridicoli non perché non fossero terribili, ma perché erano sproporzionati, grotteschi, mescolavano paure infantili a minacce troppo adulte per essere sopportate.
Era insensato provare compassione per una bestia simile. Forse impossibile. La compassione richiede un riconoscimento, una somiglianza intravista, un ponte. Lui il ponte lo bruciava ogni volta, con quegli insulti, con quella maglietta lurida a dicembre, con quel suo modo di non accorgersi di esistere se non attraverso lo scontro.
Non incuteva paura. Produceva fastidio.
Non vide gennaio. Morì. Non so come.
Nessuno mi raccontò i dettagli, e io non li chiesi. Forse era il mio modo di restituirgli il disinteresse che gli avevo sempre opposto. Forse era solo la fretta di crescere. Ma il giorno dopo la sua scomparsa, il quartiere si svegliò senza le sue grida.
E paradossalmente, quell’assenza provocò qualcosa che la sua presenza non aveva mai ottenuto: la pietà.
Una pietà generalizzata benché silenziosa. Non era dolore, non era rimpianto: era la sensazione che un vuoto si fosse aperto dove prima c’era un rumore. Che finalmente si potesse passeggiare senza fastidio, e che quel sollievo fosse così meschino da trasformarsi in un peso.
Un giorno senza sole avvolse piazza Vescovio e le strade intorno. I portoni con gli ottoni lucidi sembravano più cupi. Le signore uscirono lo stesso, ma non si fermarono a parlare. I cani, guinzaglio e disciplina, sembravano annusare gli angoli con incertezza.
Era la pietà di chi si accorge di aver odiato qualcuno che non si poteva odiare. Di aver negato lo sguardo a chi esisteva soltanto attraverso lo scontro. La mancanza delle sue urla rivelava ciò che la sua persona aveva nascosto: che quel corpicino sudicio, quei lividi, quella maglietta a dicembre, quella collera perpetua erano una richiesta. Incomprensibile, brutale, ma pur sempre una richiesta. Una domanda disperata che non aveva mai trovato risposta.
E alla fine, come spesso accade, la sua morte fu più eloquente delle sue urla. Divenne un fardello che il quartiere Trieste-Salario non sapeva più reggere, e che in meno di una settimana si dissolse come se lui non fosse mai esistito
