Dopo la cena vegetariana, chiacchieravamo davanti all’ex birreria Peroni, Maurizio ed io, sotto l’insegna spenta che ancora ne riportava il nome. L’aria era tiepida, quasi ferma, molestata da qualche passante distratto.
«Montale non ha mai letto davvero Leopardi. Lo cita per sentito dire, trasforma l’Infinito in una cartolina da Monterosso.»
Maurizio smosse il doppio mento e mi squadrò con uno studiato sguardo obliquo. Simulò un sospiro per soppesare con più credibilità le crepe dell’argomento e poi disse: «Non sono d’accordo. Il pastore errante, la luna che tramonta, l’infinita vanità del tutto, la fragilità dell’esistere… Montale li riprende, li metabolizza, li fa suoi.»
Io ribattei con aria quasi annoiata, le mani rigorosamente in tasca: «No, ti sbagli, Montale riduce Leopardi a un precedente lirico, lo svuota della portata ontologica. Per Leopardi l’infelicità è legge di natura, condizione strutturale dell’esistente. In Montale si psicologizza. Prendi il celebre Spesso il male di vivere… ebbene, è un catalogo di oggetti, una serie soggettiva di correlativi oggettivi che fa del dolore un’operazione retorica. In Leopardi il dolore è la sostanza del reale, il nulla un principio cosmologico, non un umore.»
Maurizio stava per replicare – ne sono convinto perché aveva teatralmente sollevato il sopracciglio destro – quando un lezzo ci investì. Non sudore, non sporcizia di marciapiede: qualcosa di più antico, sedimentato nella pelle come polvere da interni chiusi, scale mai spazzate.»
Si aggiunse una voce priva di accenti regionali, scandita con lentezza notarile: «Mi potreste dare una moneta?»»
Alzai gli occhi, non so perché sgomento. L’uomo era elegante in modo residuale, come un’abitudine non del tutto cancellata. Giacca lisa sui gomiti ma di taglio fine, camicia sudicia sul colletto ma con la piega originaria ancora incisa, pantaloni conformi ma presumibilmente macchiati, geometria incerta eppure ostinata. Capelli corti, grigi, opachi, pettinati: una riga laterale precisa. Volto familiare tra i dimenticati: fronte alta, occhi incavati e celesti che vagavano su un punto sempre spostato.
Maurizio ostentò un’espressione mortificata e si tastò la tasca. L’imbarazzo trapelava nei movimenti impacciati. «Non ho monete, solo banconote.»
L’uomo abbozzò un sorriso. Denti di manutenzione lontana ma riconoscibile. «Nessun problema. Ho il resto.»
Aprì il borsello con gesto preciso da bancario. Vi estrasse un portafogli multicolore, da mercato o regalo di un Natale remoto.
Fu allora che il viso si incastrò nella memoria.
Venti anni prima. Piazza dei Cinquecento, fermata degli autobus notturni. Notte gelida di inizio primavera, banchine semi vuote sotto neon biancastri. Lui gesticolava, braccia che tracciavano figure nell’aria, cantilenando febbrile: «Domani è il primo aprile: pesce d’aprile!».
Lo ripeteva ossessivamente tra festosità e preoccupazione, ignorato dai pochi presenti.
Ora lo immaginavo non com’era, ma com’era stato prima. Un bambino di famiglia agiata, aula luminosa, banchi allineati, luce mattutina dalle finestre alte. Lui al centro, emozionato non dall’ansia ma dal bisogno di riconoscimento. Ripeteva la lezione con voce tremante ma composta, amore per l’ordine delle parole, per come si tengono in fila. Compagni distratti – un dito sul righello, uno sguardo fuori, una bambina che disegnava curva sul diario. Solo il maestro ascoltava. Già lì c’era tutto: la riga nei capelli, la dignità che resiste al disordine.
L’uomo porse il resto a Maurizio con dita devote. «Grazie, buonasera.» Si allontanò misurato, schiena dritta, testa inclinata, borbottando qualcosa.
Maurizio ed io non parlammo più di Leopardi e di Montale. Il sipario si era chiuso.
La strada era la stessa, ma qualcosa si era impercettibilmente spostato.
«Montale non ha mai letto davvero Leopardi. Lo cita per sentito dire, trasforma l’Infinito in una cartolina da Monterosso.»
Maurizio smosse il doppio mento e mi squadrò con uno studiato sguardo obliquo. Simulò un sospiro per soppesare con più credibilità le crepe dell’argomento e poi disse: «Non sono d’accordo. Il pastore errante, la luna che tramonta, l’infinita vanità del tutto, la fragilità dell’esistere… Montale li riprende, li metabolizza, li fa suoi.»
Io ribattei con aria quasi annoiata, le mani rigorosamente in tasca: «No, ti sbagli, Montale riduce Leopardi a un precedente lirico, lo svuota della portata ontologica. Per Leopardi l’infelicità è legge di natura, condizione strutturale dell’esistente. In Montale si psicologizza. Prendi il celebre Spesso il male di vivere… ebbene, è un catalogo di oggetti, una serie soggettiva di correlativi oggettivi che fa del dolore un’operazione retorica. In Leopardi il dolore è la sostanza del reale, il nulla un principio cosmologico, non un umore.»
Maurizio stava per replicare – ne sono convinto perché aveva teatralmente sollevato il sopracciglio destro – quando un lezzo ci investì. Non sudore, non sporcizia di marciapiede: qualcosa di più antico, sedimentato nella pelle come polvere da interni chiusi, scale mai spazzate.»
Si aggiunse una voce priva di accenti regionali, scandita con lentezza notarile: «Mi potreste dare una moneta?»»
Alzai gli occhi, non so perché sgomento. L’uomo era elegante in modo residuale, come un’abitudine non del tutto cancellata. Giacca lisa sui gomiti ma di taglio fine, camicia sudicia sul colletto ma con la piega originaria ancora incisa, pantaloni conformi ma presumibilmente macchiati, geometria incerta eppure ostinata. Capelli corti, grigi, opachi, pettinati: una riga laterale precisa. Volto familiare tra i dimenticati: fronte alta, occhi incavati e celesti che vagavano su un punto sempre spostato.
Maurizio ostentò un’espressione mortificata e si tastò la tasca. L’imbarazzo trapelava nei movimenti impacciati. «Non ho monete, solo banconote.»
L’uomo abbozzò un sorriso. Denti di manutenzione lontana ma riconoscibile. «Nessun problema. Ho il resto.»
Aprì il borsello con gesto preciso da bancario. Vi estrasse un portafogli multicolore, da mercato o regalo di un Natale remoto.
Fu allora che il viso si incastrò nella memoria.
Venti anni prima. Piazza dei Cinquecento, fermata degli autobus notturni. Notte gelida di inizio primavera, banchine semi vuote sotto neon biancastri. Lui gesticolava, braccia che tracciavano figure nell’aria, cantilenando febbrile: «Domani è il primo aprile: pesce d’aprile!».
Lo ripeteva ossessivamente tra festosità e preoccupazione, ignorato dai pochi presenti.
Ora lo immaginavo non com’era, ma com’era stato prima. Un bambino di famiglia agiata, aula luminosa, banchi allineati, luce mattutina dalle finestre alte. Lui al centro, emozionato non dall’ansia ma dal bisogno di riconoscimento. Ripeteva la lezione con voce tremante ma composta, amore per l’ordine delle parole, per come si tengono in fila. Compagni distratti – un dito sul righello, uno sguardo fuori, una bambina che disegnava curva sul diario. Solo il maestro ascoltava. Già lì c’era tutto: la riga nei capelli, la dignità che resiste al disordine.
L’uomo porse il resto a Maurizio con dita devote. «Grazie, buonasera.» Si allontanò misurato, schiena dritta, testa inclinata, borbottando qualcosa.
Maurizio ed io non parlammo più di Leopardi e di Montale. Il sipario si era chiuso.
La strada era la stessa, ma qualcosa si era impercettibilmente spostato.
