Renata Viganò, L’Agnese va a morire, Torino 1949 – ultima edizione Torino 2026

Perché riprendere in mano un libro di settantotto anni fa? Più precisamente: perché mi è venuto da riparlarne?

Il titolo: è un elemento straordinariamente riuscito di questo romanzo, pubblicato nel 1949 e poi tante volte nei decenni seguenti, fino all’ultima edizione, sempre Einaudi, del 2026, con una introduzione di Daniela Brogi e una postfazione di Giuliano Vassalli. Quell’articolo davanti al nome proprio, evocativo di una terra, di una cultura, di una storia di popolo e quel va a morire, che non attenua nulla dell’attesa della fine; anzi, ci fa aspettare questa morte annunciata in maniera persino più tesa, più partecipe, più curiosa.

Altrettando riuscita è l’ultima riga del romanzo: L’Agnese restò sola, stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve. L’Agnese, appena uccisa da un ufficiale tedesco, è una donna robusta. Eppure dopo l’assassinio appare stranamente, l’avverbio è stupendo, come una cosa piccola, piccola dopo le cose grandi che è andata facendo nella narrazione.

L’autrice: Renata Viganò, infermiera, poetessa e scrittrice, partigiana comunista, giornalista nel dopoguerra molto attenta ai temi delle disuguaglianze e delle donne, sempre legata ai valori e al ricordo della resistenza partigiana.

Il libro: Agnese è una lavandaia delle valli di Comacchio negli anni dopo l’armistizio del 1943. Una donna del popolo. Il marito viene deportato in Germania e muore. Lei comincia a collaborare con i partigiani. Uccide un soldato tedesco che ha brutalmente e gratuitamente ammazzato la sua gatta. Entra pienamente nel gruppo partigiano clandestino, anche se lei clandestina non vuole sembrare, anzi, può svolgere le sue funzioni sempre più significative perché, donna anziana e sgraziatamente popolana, i Tedeschi non la notano e non la sospettano. Alla fine viene fermata, riconosciuta come l’assassina del soldato e ammazzata con alcuni colpi a bruciapelo da un maresciallo tedesco. La storia è inventata ma plausibilmente vera, Viganò ha vissuto quegli anni e quelle vicende. La storia di Agnese non è una favola è un articolo che pubblicherà sull’Unità subito dopo l’uscita del romanzo.

La fortuna: è stata travagliata, molto italiana tra favorevoli e contrari. Ne è stato tratto un film con la regia di Giuliano Montaldo. L’Agnese va a morire ha conosciuto sin dal suo apparire, una lunga storia di polemiche ideologiche e letterarie, facilmente immaginabili, proprio per la loro tipica italianità, per un romanzo di guerra civile utilizzato anche nelle scuole come testo edificante sulla resistenza: fascismo per giunta repubblichino, antifascismo, partigiani, comunismo, anticomunismo, parte giusta e parte sbagliata, non opera letteraria ma opera politica, no alta opera letteraria, più testimonianza che creatività, impianto realistico in linea con la politica culturale del Partito Comunista (italiano e sovietico), santino della resistenza. Come è stato scritto, un’autrice comunista che raccontava la Resistenza popolare non poteva essere letta in uno spazio neutro.  

Torno alla domanda iniziale: perché mi è venuto da riprendere in mano, e riparlarne, un libro di settantotto anni fa? Non sto riesaminando il libro da un punto di osservazione critico, letterario, storico e via dicendo. Sto cercando solo di esprimere delle sensazioni, rapsodiche, soggettive, magari poco fondate, che la rilettura dell’Agnese nel 2026 mi ha suggerito.

Prima cosa lo stupore, magari solo per associazione di idee, per il fatto che siamo ancora al punto di considerare le “opere d’ingegno” soprattutto, se non esclusivamente, sulla base di torve e ineliminabili avversioni per ciò che è di destra o di sinistra. Non c’è niente da fare: anche oggi prevalgono gli approcci ideologici viscerali e non pare ci possa essere argomentazione che sblocchi da queste trincee le discussioni sulla cultura.

A seguire la sensazione che il clima si sia parecchio incattivito. Dopo gli anni a cultura, come si ama non del tutto a torto dire, egemonizzata dalla sinistra, che ci ha donato, tra l’altro, surreali “perle” critiche soprattutto negli anni ’60 e ’70, sembrava che un filino di ragionevolezza e di onestà mentale facessero capolino tra le e gli intellettuali. Oggi niente più di tutto ciò e la trivialità culturale è tornata regina assoluta.

E ancora, ho la sensazione di uno strisciante sdoganamento della così detta parte sbagliata, che va del tutto al di là di un recuperato equilibrio storico-critico sugli anni della guerra civile. Alcuni cercano di diffondere un clima di stanchezza nei confronti del “santino” resistenza e addirittura, presi dall’entusiasmo, di ironia. Certo, della resistenza è stato fatto per troppi anni un utilizzo retorico, stantio, rituale; certo storici e giornalisti seri, spesso tacciati di vile revisionismo di destra, hanno contribuito a far conoscere e a far comprendere meglio quegli anni terribili. Ma il salto al Bollo ciao! è quello che si chiama un salto quantico nel clima mentale e morale del paese. A occhio, non mi pare un bel salto.

Cosa c’entrano le cose che ho detto con l’Agnese? Che dire del romanzo di Renata Viganò? Direi cose normali. Si tratta di un bel romanzo, le cui vicende sono state duramente vissute da chi lo ha scritto. Un romanzo senza dubbio con un forte orientamento ideologico, il che non lo squalifica necessariamente, molto partecipato e passionale nella sua scrittura pacata, limpida, manichea dove i buoni sono tutti assolutamente buoni e i cattivi tutti assolutamente cattivi, con una figura di protagonista forte che porta nella sua lotta partigiana le tenaci, semplici e grandi capacità che aveva mostrato nella sua vita di lavandaia contadina. Un testo, certamente allineato alla politica culturale dei partiti comunisti di quegli anni e con delle magnifiche descrizioni dei paesaggi delle paludi.

Direi elementi normali, considerando chi lo ha scritto e quando lo ha scritto. Ci sono anche molti scrittori di destra grandi, potenti, veri.

 

 

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