“Allora, in Italia, dove cose così sanno accadere, una volta ho avuto una visione — ma capirete, nulla a che vedere con quelle di Dante o dei santi, forse non era affatto una visione“.
Così scrive il poeta americano Anthony Hecht nella raccolta Le ore dure (1967), descrivendo una piazza romana in cui improvvisamente il cielo si oscura, i rumori si spengono e perfino un monumento imponente sembra dissolversi, sostituito da una collina spoglia, fredda e primordiale. È un’epifania negativa: il mondo si svuota della sua scena abituale e lascia intravedere qualcosa di più essenziale, più nudo, più crudo. È lo stesso tipo di sensazione — di realtà che emerge oltre la superficie — che attraversa il nuovo album Make‑Up Is a Lie di Morrissey, il cantante della working class inglese, in un lavoro pensato come confronto diretto con l’apparenza, con ciò che resta quando il trucco svanisce.
Questa dimensione di “disagio esistenziale” e di riflessione sull’inadeguatezza del mondo è sempre stata un tema letterario e poetico costante nella sua produzione: Morrissey si staglia come una figura tragica, in bilico tra il presente e un passato ormai perduto irrimediabilmente.
La sua musica non è mai stata solo nota o ritmo: al centro dell’esperienza del concerto milanese al Fabrique, il 9 marzo scorso, c’è stata la sua voce dal timbro inconfondibile, esigente, capace di trasformare una frase in una scena drammatica, perché non accompagna solo la melodia: la costruisce, la indaga, la pone in tensione.
Con Make‑Up Is A Lie, Morrissey è tornato, dopo sei anni, a una delle sue etichette storiche, Sire Records, accompagnato da musicisti come Jesse Tobias (chitarra), Camila Grey (tastiere), Carmen Vandenberg (chitarra), Juan Galeano (basso) e Brendan Buckley (batteria), oltre al contributo di Gustavo Manzur (tastiere) e al genio musicale di Alain Whyte, invisibile sul palco, ma presente come chitarrista e autore. Il titolo del disco — Make‑Up Is a Lie — può essere interpretato come un’esortazione a guardare ciò che c’è sotto la superficie: al di là dell’estetica, dell’apparenza e della finzione delle immagini che allestiscono un’epoca. Questo motivo ritorna in diverse tracce dell’album: You’re Right, It’s Time e Notre‑Dame giocano con l’idea di verità e percezione indotta; Lester Bangs rende omaggio alla memoria culturale del rock, mentre Many Icebergs Ago e The Monsters of Pig Alley invitano a leggere oltre l’ovvietà. In Zoom Zoom the Little Boy, Morrissey affronta il tema della vulnerabilità nel rapporto tra esseri umani e animali. Quella che appare come una filastrocca pop diventa uno strumento per riflettere sul vegetarianesimo e sul rispetto degli animali, attraverso la purezza di uno sguardo infantile (Morrissey divenne vegetariano a undici anni).
Oltre ai brani del nuovo album e ad alcuni dei The Smiths, Morrissey ha riproposto alcune canzoni della sua carriera solista. Tra queste, World Peace Is None of Your Business che conoscevo già prima del concerto, ma ascoltarla dal vivo è stata un’esperienza intensa: come pacifista, questo brano rappresenta una constatazione dolorosa e personale. Ci agitiamo per la pace, ci impegniamo, ma le dinamiche globali e i conflitti persistono e il nostro sforzo appare vano.
Al Fabrique, la performance ha mostrato come la scena musicale possa diventare micro‑narrazione: le ormai note fans invasion — spettatori che salgono sul palco e vengono rapidamente allontanati — non sono solo incidenti, ma parti di una coreografia implicita tra pubblico, artista e dispositivo spettacolare. Si crea una tensione tra realtà e rappresentazione che ricorda certi espedienti del cinema contemporaneo, in cui il confine tra cronaca e messa in scena si dissolve, e lo spettatore diventa testimone e artefice di qualcosa che è al tempo stesso reale e immaginato.
Nella recensione pubblicata sul portale israeliano Walla!, si osserva come anche l’ascolto di Make‑Up Is a Lie sia inevitabilmente filtrato dal contesto personale (e politico) di chi ascolta: non esiste ascolto neutrale. Storia, biografia e momento storico entrano nella percezione della musica, trasformandola in specchio della contemporaneità.
Questa dinamica tra apparire e scomparire non si limita alla musica dal vivo. Qualche tempo prima della mia esperienza al Fabrique, una pagina dedicata al cantante e i miei account collegati, attivi dal 2006, sono stati cancellati da Meta senza alcuna spiegazione. Quegli account non erano solo archivi: erano timeline di memoria, discussioni e riflessioni accumulate in anni di vita digitale. Meta ha deciso, tramite algoritmi e politiche che ignorano contesto e qualità, quali voci dovessero rimanere e quali scomparire. Lo stesso era accaduto in passato all’account Instagram di Morrissey. Se parliamo di meccanismi, quelli che hanno tenuto in stallo Morrissey per sei anni — con porte chiuse dall’industria discografica, album bloccati e progetti respinti — furono denunciati dal cantante come censura sistemica, mascherata da processo commerciale. Che sia Meta o l’industria discografica, è evidente come alcune voci possano essere ascoltate e altre debbano estinguersi, sparire, al di fuori di qualsiasi logica artistica o culturale.
D’altra parte, i testi di Morrissey, anche quando criticati o messi in dubbio, continuano a mostrare una strategia sorprendentemente precisa: ritmo interno delle parole, rime imperfette e inversioni sintattiche che non sono solo tecnicismi, ma strumenti narrativi, mezzi per costruire senso. Da richiami a figure come il critico Lester Bangs emergono simboli di un’epoca in cui l’interpretazione culturale della musica contava tanto quanto la musica stessa, dove la perspicuità diveniva requisito indispensabile. Allo stesso modo, Morrissey è un autore che lavora con stratificazioni culturali complesse — ironia, sarcasmo, riferimenti letterari, memoria pop e citazioni accumulate nel tempo.
Il concerto di Morrissey al Fabrique non è stato solo un evento musicale parte del tour europeo, ma un teatro della contemporaneità, con un backdrop che alternava scene di film cult a immagini iconiche del suo percorso. Ogni gesto, ogni reazione del pubblico, ogni traccia dell’album prende forma nella percezione, nel modo in cui lo raccontiamo, lo ricordiamo e lo custodiamo.
In un’epoca segnata da guerre, conflitti e controlli culturali, ciò che resta della nostra testimonianza — ciò che osserviamo, percepiamo e raccontiamo — diventa un atto di resistenza, un presidio di libertà critica e attenzione, il segno tangibile che memoria e arte continuano a contare.
Foto: Morrissey nel gennaio 2005, alla prima del film Alexander
