LE GRAZIE DI UGO FOSCOLO. RICORDI PER LA VITA.

Ero in terzo liceo, negli anni della contestazione più astiosa e dissacrante, ora di letteratura italiana. La professoressa Martini, appassionata formatrice di sensibilità e di cultura, parla delle Grazie, il poemetto incompiuto di Ugo Foscolo sulla potenza della bellezza e delle arti, fondamento della civiltà e argine contro la violenza e la brutalità degli uomini.

Foscolo, si Foscolo, neoclassico, difficile, inattuale, così diverso dalla discorsiva e chiara sublimità di Leopardi, il poeta moderno che ci parla freschissimo ancora oggi e che ci portiamo dentro per sempre. Foscolo, per lo più dimenticato, a parte l’emersione nella memoria di qualche verso sulle sacre sponde e le limpide nubi di Zacinto e, più raramente, dell’incipit All’ombre de’ cipressi e dentro l’urne. Le Grazie poi!

La professoressa Martini però è convinta di parlarci di qualcosa di altissimo e cerca di trasmettercelo con tranquillità, con profondità, senza enfasi. Ogni tanto legge qualche passo. Parla per due ore. Lo fa con amore. Noi eravamo lì ad ascoltarla, ad ascoltare Foscolo, quello delle amanti, dei furori patriottici magniloquenti, della Grecia classica più vagheggiata che reale. Eravamo trenta diciottenni irrequieti, rivoluzionari, declamatori a un tempo di arditi valori e di pericolose banalità, ma in quelle due ore silenziosi come non avrei mai immaginato potessimo rimanere. Incantati.

Finché arriva la tessitura del velo voluto da Pallade, dove la dea fa raffigurare gli affetti sacri e le virtù, per proteggere la bellezza dagli umani impulsi selvaggi che possono distruggerla in un attimo.

Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra ‘l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
Antico un plettro il Tempo; e la danzante
Discende un clivo onde nessun risale.

La Giovinezza, scandita dai tocchi del Tempo, piena di speranze discende danzando lungo un pendio che mai nessuno può percorrere all’indietro. La percezione di un brivido comune è stata netta, incredibile.

E poi, il Sogno, tessuto sull’altro lato del velo.

E sul contrario lato erri co’ specchi
Dell’alba il sogno

Sul lembo estremo del velo la veglia notturna di una donna china sulla culla del figlio.

Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l’ombre e i silenzi unica veglia;

Alla fine della lezione, era già suonata la campanella, siamo rimasti seduti per un po’. Nessuno si alzava, nessuno voleva parlare. Non ho mai più dimenticato e ho molto spesso portato i versi di Foscolo con me.

Queste righe non sono in alcun modo una pagina critica, non sono in alcun modo un invito alla lettura e alla riscoperta dei classici. Sono, come dice il titolo di questa mia rubrica, una cosa dell’animo, la messa per iscritto dopo molti anni di ricordi che mi hanno accompagnato per tutta la vita, il ricordo di una lezione indimenticabile e la perdurante presenza di un poeta grandissimo.

Cantando, o Grazie, degli eterei pregi
di che il cielo v’adorna, e della gioia
che vereconde voi date alla terra

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