Espressioni d’autore prese in prestito

Prima ancora che esistesse la letteratura italiana, il mondo classico aveva consegnato alla lingua comune un repertorio di immagini che ancora oggi utilizziamo senza pensarci. Il tallone d’Achille e il cavallo di Troia vengono da Omero, il tocco di Mida da Ovidio, il canto delle sirene dall’Odissea. Sono espressioni che hanno attraversato millenni e che ancora appaiono negli articoli di giornale, nei discorsi politici, nelle conversazioni private.

Con la nascita della letteratura, Dante diventa il fornitore principale di formule destinate a entrare nel parlato. Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate, Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, Il bel paese per indicare l’Italia, perfino lo stai fresco che deriva dai dannati congelati nel Cocito. Si fa fatica a contare le espressioni dantesche entrate nell’uso comune. 

Manzoni, qualche secolo dopo, ne aggiunge altre diventate proverbiali. Il Carneade! Chi era costui? di Don Abbondio, espressione usata di chi nomina qualcuno che risulta essere sconosciuto, La sventurata rispose celebre frase con allusione maliziosa, Questo matrimonio non s’ha da fare, e l’Azzeccagarbugli come archetipo dell’avvocato cavilloso. Collodi consegna alla lingua il Paese dei Balocchi e Pinocchio con il naso che si allunga a ogni bugia. Boccaccio, ancora prima, aveva reso Decamerone sinonimo di raccolta di novelle.

Il fenomeno non è solo italiano. Shakespeare ha introdotto in inglese centinaia di espressioni ancora in uso quotidiano: Break the ice, Wild-goose chase, All that glitters is not gold, e Cervantes ha regalato al mondo l’aggettivo donchisciottesco e l’immagine del Combattere contro i mulini a vento. Da Molière viene Tartufo come sinonimo di ipocrita, dal Candido, di Voltaire, il bisogna coltivare il proprio giardino, da Rabelais l’aggettivo gargantuesco. La letteratura europea è stata una vera e propria officina di condivisione linguistica.

È nel Novecento, però, che il fenomeno conosce un’accelerazione. La scolarizzazione, il cinema e la televisione, moltiplicano le occasioni in cui una frase letteraria diventa patrimonio comune. Tomasi di Lampedusa, con Il Gattopardo, regala alla politica italiana la sua formula più citata: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi, e l’aggettivo gattopardesco, che indica un cambiamento solo apparente. Umberto Eco, con Apocalittici e integrati, conia nel 1964 una categoria culturale ancora oggi imprescindibile per parlare degli atteggiamenti opposti verso la cultura di massa, e il Nome della rosa è diventato sinonimo giornalistico di mistero erudito.

Pirandello aveva già lasciato in eredità, Uno, nessuno e centomila, per indicare la frammentazione dell’identità, Così è (se vi pare) come chiusura ironica sulle questioni di percezione, e i Sei personaggi in cerca d’autore come metafora di chi cerca il senso della vita e lotta contro la realtà. Calvino consegna Le città invisibili e Il Barone rampante all’immaginario di chi vuole descrivere mondi paralleli o scelte anticonformiste. Sciascia, con Il contesto e A ciascuno il suo, attribuisce un significato nuovo a espressioni che oggi si usano in chiave politica. Pasolini introduce il Palazzo come metafora del potere, ancora oggi tra le formule più ricorrenti nel giornalismo italiano. Eduardo De Filippo consegna agli italiani, la splendida Ha da passà ‘a nuttata, riferita alla pazienza nelle ore difficili, e Gli esami non finiscono mai come amara constatazione esistenziale.

La cosa interessante è che alcune di queste espressioni si sono staccate del tutto dai loro romanzi: kafkiano, orwelliano, faustiano (da Goethe e prima ancora da Marlowe), frankensteiniano (da Mary Shelley), Comma 22 di Joseph Heller, il Dr Jekyll e Mr Hyde di Stevenson, sono ormai aggettivi e categorie indipendenti. Aldous Huxley ha lanciato Brave new world, Lewis Carroll il Down the rabbit hole per indicare chi si addentra e si perde in qualcosa, e Proust con la celeberrima Madeleine, archetipo della memoria involontaria.

C’è una parte di questo repertorio che merita un discorso a sé, a lungo sottovalutata. Le scrittrici hanno coniato espressioni altrettanto diffuse, ma spesso il loro ingresso nella lingua comune è passato per percorsi diversi: prima il dibattito femminista e accademico, infine l’adozione neutra. È il caso di Una stanza tutta per sé, titolo del saggio di Virginia Woolf del 1929, diventato espressione universale per indicare lo spazio fisico, economico e mentale, necessario alla creatività femminile. Donna non si nasce, lo si diventa di Simone de Beauvoir, frase che ricorre in qualunque discussione contemporanea sul genere, e Il secondo sesso come categoria. Hannah Arendt, con La banalità del male, ha consegnato al Novecento una delle formule più citate, talvolta a sproposito, ma ormai indelebile dal vocabolario etico-politico.

In Italia, Elsa Morante ha fatto di La Storia il titolo-simbolo della grande Storia che travolge le vite invisibili. Natalia Ginzburg ha consegnato alla lingua italiana Lessico famigliare, espressione che oggi si usa correntemente per il linguaggio privato di una famiglia. Oriana Fallaci ha lasciato in eredità il termine Intervista con la Storia come modello di un certo giornalismo, l’aggettivo fallaciano per uno stile veemente, con La rabbia e l’orgoglio. Elena Ferrante ha regalato al mondo, L’amica geniale come categoria dell’amicizia femminile intensa e ambivalente, e ha reso letteraria la parola napoletana frantumaglia, ormai usata in senso ferrantiano per descrivere la percezione della disgregazione interiore; anche smarginatura circola sullo stesso codice. Da Dacia Maraini viene l’archetipo della Lunga vita di Marianna Ucrìa, da Goliarda Sapienza L’arte della gioia. Alda Merini ha visto moltissimi suoi versi diventare aforismi popolari, citati sui social e nei discorsi quotidiani al punto da renderla una delle voci più “trasferite al popolo” della poesia novecentesca.

Sul fronte internazionale, Margaret Atwood ha introdotto attraverso Il racconto dell’ancella le diverse categorie politiche e sociali, oggi si parla di “scenari da Handmaid’s Tale” nei dibattiti sui diritti riproduttivi delle donne, e le tute rosse del romanzo sono diventate simbolo di protesta. Toni Morrison ha consegnato Amatissima come riferimento alla memoria del trauma. La campana di vetro di Sylvia Plath, metafora di certi stati depressivi, Harper Lee Il buio oltre la siepe come immagine dell’innocenza ferita, Karen Blixen La mia Africa per i luoghi del cuore perduti, Marguerite Duras L’amante come archetipo di una relazione sbilanciata dal divario sociale e economico.

Negli ultimi decenni il fenomeno continua, ma con caratteristiche nuove. Saviano ha trasformato Gomorra in sinonimo giornalistico di sistema criminale-camorristico, e il sistema è entrato nel lessico della cronaca. Camilleri ha sdoganato il siciliano, al punto che il vigatese è diventato quasi una categoria linguistica, e certe espressioni del commissario Montalbano circolano oggi anche fuori dalla Sicilia. Niccolò Ammaniti con Io non ho paura ha lasciato un riferimento traumatico dell’infanzia che si confronta con il mondo adulto, e Antonio Tabucchi con Sostiene Pereira ha consegnato una formula che si usa scherzosamente per attribuirsi un’indiscrezione raccontata di seconda mano o un pettegolezzo non verificato. Dunque il presente, in fondo, conferma quanto avveniva nei secoli passati, con un’unica differenza, oggi il passaggio è più veloce e più poroso, tra il libro e il linguaggio corrente si interpongono il cinema, le serie televisive, i social. Ma la matrice resta riconoscibile. Quando diciamo che una situazione è gomorriana, o citiamo un titolo come modo di dire, stiamo facendo esattamente quello che si faceva ai tempi di Dante e di Manzoni, prendere in prestito da un autore una parola che serve per parlare al mondo.

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