I convitati di pietra, di Michele Mari, Einaudi, 2026

I convitati di pietra, di Michele Mari, Einaudi, 2026

Su I convitati di pietra la critica si è già espressa con grande chiarezza. Il romanzo di Michele Mari è stato letto quasi unanimemente come una commedia nera sulla sopravvivenza, sul tempo e sulla competizione, costruita attorno a un’idea narrativa semplicissima e geniale: trasformare un accordo stipulato da trenta ex compagni di liceo in una riflessione sulla vecchiaia. Ma si è anche parlato di allegoria del capitalismo, di romanzo sul destino e sulla memoria generazionale. Tutte letture fondate.
Poiché ripercorrere temi già messi in luce da altri rischierebbe di aggiungere poco, mi soffermerò su alcuni personaggi del romanzo di Mari.
«Per quanto ci ripensassero e discutessero insieme, non riuscivano a stabilire chi avesse avuto l’idea.»
È l’apertura del romanzo. Gli allievi della III A del liceo Berchet di Milano, condividono per oltre tre quarti di secolo le conseguenze di una decisione che condizionerà le loro vite, eppure nessuno ricorda chi abbia avuto l’idea.
L’origine si dissolve in una catena di rimandi, di nomi, di ipotesi, di ricordi incerti. Qualcuno indica la Migliavacca, che però chiama in causa Rivadeneyra. Rivadeneyra cita Fustigati e Brodo. Brodo prova a sua volta ad indicare altri nomi e infine ammette di aver scelto a caso.
Ecco come è cominciata. Il 22 luglio 1975 trenta ex compagni di ginnasio si ritrovano per festeggiare il primo anniversario della maturità. Pasolini è ancora vivo, Aldo Moro lavora al compromesso storico insieme a Enrico Berlinguer. Nessuno immagina davvero il Paese che verrà. Ma durante quella cena nasce l’accordo. Ognuno verserà ogni anno una quota. Il denaro verrà investito e continuerà a crescere. La riffa terminerà soltanto quando i superstiti saranno tre. A quel punto i rimasti divideranno il patrimonio accumulato.
Brodo, uno dei trenta, è un ragazzo timido, vessato dai bulli, cresciuto sotto l’influenza di una madre che gli ha insegnato una visione radicalmente ostile dell’umanità.
«La gente è cattiva, tutta, ed è falsa, ed è manovrata dal diavolo.»
Mari racconta questa educazione sentimentale deformata con un tono che oscilla continuamente tra il grottesco e il tragico. Brodo costruisce figurine di legno, di pongo, perfino di patata. Assegna loro i nomi dei compagni che lo tormentano. Poi le trafigge con gli spilli o le brucia sul fornello, imitando i rituali di magia nera visti in un documentario sul sertão brasiliano.
Oltre la comicità si intravede qualcosa di più inquietante. Quando, nell’estate del 1975, nasce la riffa, Brodo la interpreta immediatamente come «una macumba estesa a tutta la classe».
Immacolata Gaudillo, anche lei tra gli ex studenti della V ginnasio del liceo Berchet, è una rispettabile docente universitaria di lingua e letteratura polacca a Siena. Ha conservato un appartamento a Milano per un motivo apparentemente irrazionale: partecipare alle cene della classe. Tutti le fanno notare che una stanza d’albergo costerebbe molto meno. La ragione vera è però un’altra.
«La Gaudillo aveva scommesso con se stessa fin dalla quinta ginnasio che uno dopo l’altro avrebbe indotto al concubito tutti i suoi compagni di classe.» È una frase tipicamente mariana. Arriva all’improvviso, senza preparazione alcuna, e ribalta completamente l’immagine che il lettore si era costruito del personaggio. La professoressa irreprensibile custodisce un progetto che dura da decenni. Un progetto metodico e paziente, perché Immacolata non rincorre una passione, ma una collezione.
A ben vedere, la sua impresa ha qualche affinità con la riffa.
Entrambe nascono tra i banchi di scuola. Entrambe attraversano i decenni. Entrambe sopravvivono ai matrimoni, alle carriere, ai trasferimenti, alle malattie. Entrambe trasformano il trascorrere del tempo in una forma di contabilità.
Mari sembra suggerire che l’età adulta non cancelli le ossessioni giovanili. Le rende soltanto più sofisticate. I ragazzi del Berchet invecchiano, diventano professionisti, insegnanti, imprenditori, padri e madri di famiglia. Continuano però a vivere all’interno di un accordo formulato quando erano adolescenti.
Tra i molti fili che attraversano I convitati di pietra, ce n’è uno particolarmente sottile. Riguarda le dinamiche interne al gruppo. Ovvero: le reputazioni, le etichette, le parti assegnate una volta per tutte.
Per decenni la Sancho si porta dietro una fama di ninfomane che il romanzo definisce apertamente «ingiustificata».
Poi accade qualcosa di curioso. Travolta dai debiti, la Sancho ottiene un prestito da Rivadeneyra, l’amministratore della riffa. Prestito che non riesce a estinguere. Preoccupata, chiede aiuto a Mercandalli. Da quel gesto nasce un rapporto che la porta a «concederglisi come un’offerta sacrificale, prima con imbarazzo, poi con trepidazione, infine con un entusiasmo che aveva del mistico».
È una delle frasi sorprendenti del romanzo. Mari potrebbe raccontare una semplice relazione tardiva. Sceglie invece il linguaggio del rito. Del sacrificio. Della trasformazione.
E subito dopo arriva la stoccata:
«In quel modo, con mezzo secolo di ritardo, entrò nella parte che senza alcun fondamento i compagni avevano inventato per lei.»
I trenta ex allievi del Berchet credono di incontrarsi una volta all’anno per tenere in vita una scommessa. In realtà continuano a tenere in vita una narrazione comune. Una storia iniziata nell’adolescenza e mai conclusa.
All’inizio sono solo trenta ex compagni di classe. Trenta quote. Trenta possibili vincitori. Passano gli anni. Alla cena del 22 luglio 2025 i partecipanti alla riffa sono rimasti in venti. E a tavola se ne presentano appena undici. La frase che conta davvero arriva subito dopo:
«Dalla prima cena non si erano mai trovati così in pochi, situazione che li fece sentire sgradevolmente vicini al redde rationem.»
È un sentimento che chiunque abbia frequentato una compagnia per anni può riconoscere. Non si sa quanto manchi al momento decisivo. Però qualcosa cambia improvvisamente prospettiva. Per la prima volta il gruppo appare fragile.
Mari è bravissimo nel mostrare questa trasformazione. Gli basta registrare una presenza in meno, una sedia vuota, una cena più silenziosa del solito.
Alcuni degli assenti stanno male. Qualcuno è impegnato. Ma altri non partecipano per un motivo diverso.
«Si stavano convincendo che quelle cene portassero male. Non il gioco, le cene.»
L’osservazione è comica e inquietante nello stesso momento.
Non è la riffa a fare paura. Non il meccanismo che assegna un valore economico alla sopravvivenza. Non la lunga attesa che accompagna ogni decesso. A fare paura è il rito.
Ancora una volta il romanzo scivola impercettibilmente dal terreno della razionalità a quello dell’imponderabile.
Nelle pagine finali Mari compie un ultimo scarto. Quando la lunga partita sembra avvicinarsi alla conclusione, il denaro perde progressivamente importanza. Quello che conta davvero è altro. Contano le passioni che hanno accompagnato una vita intera, le ossessioni coltivate per decenni, le persone che continuano a occupare un posto nella memoria. La riffa prometteva una ricompensa economica; il romanzo arriva altrove. Arriva a una riflessione sul valore dei legami, dei ricordi e delle fedeltà che resistono al tempo. Così, quasi senza che il lettore se ne accorga, la competizione lascia il posto all’affetto, la contabilità alla memoria, il premio alla gratitudine. Ed è forse proprio qui che I convitati di pietra rivela il suo segreto più profondo: non racconta chi vince, ma ciò che resta.

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