ANNA DEGLI ELEFANTI di Marino Moretti

Il romanzo di Marino Moretti pubblicato nel 1937 è caduto nell’oblio come buona parte della produzione letteraria di un autore piuttosto attivo anche in età avanzata, capace di rinascite prodigiose e di gemmazioni poetiche tardive; definito schivo ed umbratile, rivela qualità eccellenti che oggi meriterebbero di essere riconosciute; del resto la sua presenza fu attiva e militante fino al momento della morte avvenuta nel 1979. Critici rilevanti ebbero ad occuparsi di lui, ma poi una coltre di polvere sopraggiunta con i mutati gusti letterari degli anni Ottanta ne ha sbiadito i contorni fino a renderlo invisibile. I testi, non più ristampati, ormai introvabili sono sfuggiti alla digitalizzazione che ha il potere di operare una censura più o meno consapevole e motivata, ma sicuramente severa: nell’era della reperibilità della connessione globale, intere opere e correnti letterarie possono sparire senza lasciare traccia.

Sono grata pertanto a Paolo Marati, collega ed amico che un paio di anni fa mi fece dono di una copia de Anna degli elefanti, Oscar Mondadori. In quell’occasione parlammo di Moretti senza pensare, però che le nostre chiacchierate potessero un giorno diventare oggetto di una attenzione più mirata.

Il romanzo ruota intorno ad una figura femminile, Anna, Annuccia, presentata sin dalle prime righe con gli occhi giudicanti e perplessi della madre che ha il potere di mortificare con le migliori intenzioni i timidi tentativi che la bimba prova a mettere in campo per provare a stare al mondo trovando un suo posto: Annuccia non gioca con le bambole, non sembra nutrire alcun interesse per quel tipo di attività. Pur di costringerla a piegarsi alla modellizzazione educativa imposta dalla madre, una donna avida, figlia di un capomastro arricchito che ora ostenta modi da signora bene dell’alta borghesia milanese, le gettano tra le braccia un elefante di peluche che riesce a suscitare l’interesse di Anna, anche per effetto delle letture paterne del Libro della giungla e delle narrazioni di foreste ed animali selvatici. Suo padre, Fosco Janna, appassionato studioso di flora e fauna asiatiche, studioso e ricercatore si farà sempre più evanescente fino a sparire abbandonando la moglie ricca e rapace ma soprattutto la figlioletta che patirà la scomparsa dell’unica figura interessata a nutrire la sua fantasia.

L’elefante battezzato Kala Nag si trasforma in un animale totemico ormai inseparabile. Ne riceverà in dono di tutte le fogge, e li schiererà stancamente sui ripiani della libreria. Le giornate della bambina che non frequenta le scuole e non ha neppure una amichetta sono scandite dalle regole severissime di Frau Herdwig, una robusta e inflessibile tata alemanna dai modi decisamente prussiani.

La vita di Annuccia scorre senza alcuna allegrezza, spenta, fino al momento in cui i figli di alcuni vicini, un fratello ed una sorella hanno il permesso di farle visita per raccontarle quello che avviene fuori dalle mura del suo appartamento.

Il maschietto Icaro, affetto da una leggera forma di nanismo proverà a stamparle un bacino furtivo mentre le offre un dono che Anna scarta con avidità, nella speranza che corrisponda al desiderio di essere capita e  accettata; ma la delusione sarà somma quando scoprirà che il regalo del bambino è l’ennesimo minuscolo pachiderma, subito intercettato con burbera rudezza dalla madre e dalla precettrice che condanneranno Annuccia ad una segregazione ancora più rigorosa.

In più  passaggi  l’autore suggerisce un accostamento alla Gertrude manzoniana , una delle figure più disperate della letteratura su cui Manzoni ha infierito con malcelato compiacimento. Potremo pensare, quindi, ad un romanzo che denunci la devastazione psichica di una creatura tormentata da due megere senza pietà. E invece no: il romanzo è sorprendentemente paradossale, ironico, tagliente perché Annuccia non impazzisce, non protesta, non si uccide, ma continua il suo percorso esistenziali di autodistruzione con la segreta e remota speranza   che qualcuno verrà a salvarla, perché lei proverà in ogni modo con tenace e caparbia insistenza a strappare alla vita i piaceri e le libertà che le sono negate.

 Gli elefanti continuano a dominare nascosti come presenze ancestrali anche quando sposata dalla madre ad un impotente e flaccido scapolo della nobiltà decaduta, Momolo, Annuccia sopporterà la malattia del marito, la sua pinguedine goffa e verrà ricompensata con una magnifica sorpresa: nel parco della villa di famiglia, riscattata dalla occhiuta suocera, Momolo acquisterà per salvare un circo in crisi, proprio l’elefante che si esibiva sotto il tendone ogni sera: un pachiderma vero, tutto per lei, da allevare negli spazi verdi di Santa Maria Hoè, possedimento avito dei Rosio Arlate della Rocchetta in un apposito padiglione.

L’apparizione del bestione è accompagnata dalla presenza di Benno, il suo custode e domatore. E’ una presenza maschile dalla virilità germanica che probabilmente aggrada alla fattoressa. Anche in questo caso il pachiderma si frappone tra Anna e il piacere di passare dei mesi in campagna perché l’afrore dell’elefante arriva persino in camera da letto. Con una mossa a sorpresa, Moretti immagina una svolta ulteriore, improvvisa: intrappolata in una relazione coniugale che da sei anni la vede ancora illibata, Anna ha la grande occasione di restare vedova perché Momolo viene caricato e ucciso proprio dall’elefante in giardino. Inevitabilmente, però la madre riprende il controllo sulla figlia ora ereditiera.

In modo geniale Moretti imprimendo una ulteriore svolta, fa in modo che il romanzo ne covi dentro almeno altri due legati alle vicende esistenziale della protagonista: il primo romanzo ne  fa una creatura vittima di un sistema educativo volto a mutilarne fantasia e volontà trasformandola in un essere obbediente, una sorta di Gertrude moderna: ma manca un vero pathos, una analisi introspettiva accurata, non vibra alcuna protesta ed Anna stessa non sembra particolarmente afflitta: l’infanzia difficile, negata, castrata avrebbe potuto dare vita ad una figura di bambina deprivata, generando un romanzo psicologico, di formazione o di devastazione emotiva.

Ma Moretti schiva questo rischio e trova per Anna una via di uscita in un matrimonio combinato con un nobile lombardo decaduto le cui cospicue proprietà perdute sarebbero state riacquistate dalla suocera. Momolo, inetto, pigro, incapace, rammenta anche nel nome personaggi da novella pirandelliana: un signorotto senescente che tenta un goffo approccio con la giovane moglie conclusosi con un atto mancato e neppure tentato: Anna è illibata e tale rimane per tutta la durata del matrimonio.

 Anche questo tema avrebbe potuto costituire il punto di partenza di una narrazione incentrata sui sacri doveri di Anna verso se stessa, sulla concezione sacrificale del femminile, ma Moretti non è Ibsen e con uno straordinario sgambetto architetta l’uscita di scena di Momolo travolto dall’elefante tenuto in giardino.

 A questo punto Anna torna tra le grinfie della madre, ma da vedova del nobile e tentando di venire a capo di nascosto di alcune questioni relative ai canoni di affitto, scopre che Momolo ha avuto una figlia illegittima da lui mantenuta che non è una bimbetta come Anna immagina, ma una ragazza, madre, a sua volta di una creatura, la piccola Vera nata dall’unione con il fattore Luigi Fiumana, virile e selvatico. In uno slancio di generosità, la vedova volendo far del bene alla bimba e alla mamma dichiara di avere in serbo per loro una sorpresa ed estrae da un armadio il suo vecchio peluche Kala Nag mostrandolo alla piccina come un bene prezioso, ma la ragazza, inferocita da un dono così insulso, lo frulla fuori dalla finestra. Una conclusione tra il patetico e il ridicolo.

In cerca di una fragranza di vita vera, Anna si intrattiene con la servitù della villa perché ama le loro abitazioni modeste e l’alito che vi cova dentro, ma quelle persone, abituate a calibrare i padroni con gli occhi non stimano Anna che di nobile ha solo il vecchio titolo e il lungo cognome composto.

Anna ne andava fiera perché Rosio Arlate della Rocchetta completava il cognome breve ereditato dal padre Fosco Janna: lei sarebbe stata Anna (Maria) Janna un nome quasi palindromo interrotto dalla lunga J raffigurazione grafica della proboscide, la parte del pachiderma più misteriosa e inquietante, un organo tattile e prensile.

Moretti, però non si perde nella narrazione dei tormenti della vedova infelice perché senza fronzoli retorici, senza troppe lamentazioni fa sparire anche la figura materna.

Ed è qui che il romanzo decolla con un colpo d’ala perché la protagonista si trova sola, solissima a trentanove anni, ricca, ricchissima, indipendente, proprietaria di un’auto servita e riverita. Ma ancora “come mamma l’ha fatta”.

Il capitolo decimo inaugura una ripartenza proprio perché per la prima volta appare una descrizione fisica di Anna: “Resisteva ciò che c’era sempre stato di infantile nel suo viso minuto, quasi inconsistente, un visuccio che faceva pensare a come certe scolarine di otto o nove anni, pur senza rughe, somiglino alle vecchine prossime agli ottanta”.

Dopo aver magistralmente dato un volto ad Anna, la rende protagonista e quasi vittima passiva delle ricchezze che non sa gestire perché “rinunciataria” come aveva notato il suo ragioniere: Anna non ha l’accortezza della madre, ma ha ereditato dal padre il gusto per l’avventura e decide di partire, di erudirsi, di conoscere il mondo fuori la Brianza. Il romanzo non contiene alcuna indicazione di carattere storico o cronologico che possa situarlo in anni precisi: non si ha menzione di alcun giorno del calendario, né di eventi politici o militari e questo aspetto vago ed indeterminato sembra corrispondere al disinteresse per la realtà che Annuccia, priva di spirito critico mostra di avere in ogni circostanza.

Viaggia con il fido Quirino autista e la la devota Dina, dama di compagnia che rappresentano il surrogato di un calore familiare che le è sempre mancato. E con loro soggiorna a Roma all’Hotel De Russie, accolta come una regina: sono pagine che si soffermano su efficaci descrizioni del Pincio, cedendo ad una tentazione di cui Moretti sembra pentirsi subito: far credere al lettore che Anna avrà una evoluzione, finalmente libera. La nuova situazione sembrerebbe aprire uno spiraglio più misterioso e avventuroso: Anna potrebbe somigliare ad alcune protagoniste dei romanzi di Liala, ma non è una maliarda, né una donna fatale. È sempre Annuccia, ma foderata di milioni. Il che determinerà una serie ulteriore di vicende grottesche e paradossali. Riprende il suo viaggio di iniziazione e punta sul Cadore dove si imbatte in Gem, squattrinato e trasognato artista al quale, offre la sua mano e le sue ricchezze in cambio di un po’ d’amore, ma il soggetto con aria di sufficienza preferisce al matrimonio qualche rapida fornicazione.

Fallito anche questo tentativo, Anna punta tutto su Federico, detto Ramon, nome ammiccante, una promessa di avventura e di passione, un gagà, o un gigolò senza scrupoli, un istrionico furfante che ostentando velleità letterarie (preferiva Stendhal a Balzac e Thackeray a Dickens) la libera del suo fardello verginale. Ramon la seduce in modo ruvido, senza mistero e senza riservatezza (delle due sole notti d’amore saprà anche Gem). La prima notte per entrarle in camera, valutare i suoi averi e individuare il bottino, la seconda per derubarla.

La ricerca dell’uomo giusto con il quale sbarazzarsi, ormai quarantenne di una ingombrante verginità è giunta a conclusione: potremmo immaginare un definitivo ritorno in Brianza pacificata o rassegnata, ma Anna ormai si sente per la prima volta femmina e il romanzo ha un ulteriore scatto creativo perché la protagonista prova a vivere, a misurare le sue forze, restando impigliata, per la sua ricchezza e il suo denaro in altre mirabolanti imprese fallimentari, dopo aver riempito casa di libri di letteratura, tra i quali ritrova Kala Nag e il libro della giungla decide di partire per Parigi, lasciando disposizioni quasi testamentarie.

 A Parigi, una capitale distratta e caotica subirà due interventi di chirurgia estetica pensando a Ramon che prima o poi avrebbe certamente reincontrato. La rappresentazione della capitale francese è distante e caricaturale, senza alcun fascino o alcuna passione, proprio come doveva vederla Anna. Subita la quarta operazione decide di dimorare sugli Champs Elisee, sfidando la vita notturna, il lusso parigino, i lungo Senna, la primavera che risveglia dal grigiore anche le pietre. In questo viaggio sono presenti anche riferimenti letterari, in particolare alla scrittrice Colette. Durante le sue passeggiate si imbatte nel suo nuovo amico, uno scrittore infelice e sfortunato al quale commissionerà la raccolta della Revue des Deux Mondes. Constatata la sua inadeguatezza a sostenere il ruolo di gran dama, restando soltanto Madama La Marchesa, rifiuta di ripetere le operazioni di chirurgia estetica e sul punto di ripartire per l’Italia, inseguendo il fantasma di Ramon, opta invece, improvvisamente per una puntata verso il Nord, attirata dalla esperienza del beghinaggio. Punterà un paese, Gheel che, privo di beghine, ha però uno straordinario villaggio destinato a persone colpite da malattia mentale. In realtà l’intera comunità è costruita perché i diversi, gli psicopatici, i labili trovino lo spazio adatto: ed è una delle permanenze in cui Anna, fingendosi una giornalista impegnata in un reportage sembrerà trovare davvero sé stessa, maturando quasi la decisione di restare in un mondo sospeso, ma fatto a misura sua. La qualità dei rapporti umani, il rispetto per le stranezze la fanno sentire accolta come un ospite sacro anche dal misterioso italiano dottor Di Falco che, apprezzando l’eccellente tedesco appreso da Frau Hedwig, le suggerisce di vistare Vienna e il dottor Freud. A Gheel punta il giovane Egidius del quale la attirano gli occhi celesti come i canali di Moll e immagina di condurlo in Brianza nella sua villa. Fantastica in uno slancio di filantropia di apire un sistema Gheel anche in Italia. Presa da questo strampalato progetto, sospettando di Egidius arriva a spiarlo nei suoi convegni notturni con la dolce Dud mentre i due giovani pregano sul sepolcro di Santa Dimfna, la patrona dei folli. Anna, allora, delusa ancora una volta decide di partire definitivamente per l’Italia.

Rientrata attraversa una fase di rassegnazione neghittosa e pigra: si trasferisce in un lussuoso appartamento moderno, in affitto e si sbarazza degli infiniti ninnoli elefanti che la perseguitano con la loro inutile mole e la inafferrabile proboscide. Presa di un sussulto di tardiva resipiscenza, Anna decide di non lasciarsi andare, ma di vivere ancora, per difendere il tiolo nobiliare di marchesa da un esame di stato che potrebbe escluderla dall’albo delle famiglie davvero nobili. Passa in rassegna gli uomini, i suoi, quelli che non ha mai avuto, ma su tutti predomina il ricordo di Ramon. Risoluta a occuparsi anche delle questioni amministrative lungamente trascurate, ripercorre le strade dei suoi possedimenti finché rientrando a Milano da Santa Maria Hoè individua tra la folla Ramon. Visita la figlia di Momolo, ma trova la bimba con una compagnuccia e in un delirio di generosità lancerà banconote in aria uscendo poi di corsa. La vita casalinga e schiva di Anna subisce uno scossone quando si licenziano i suoi sottoposti: domestici e cameriera personale scelgono di lasciare la nobildonna che si era illusa di trovare nella loro prezzolata fedeltà una sorta di mezza famiglia. Imprevedibilmente riappare Benno Dobler, il domatore di elefanti, da lei riassunto, purché non faccia parole di pachidermi.

Moretti, a questo punto nel capitolo ventinove inventa per Anna una svolta definitiva, apparentemente redentrice quella che la conduce al Vangelo attraverso l’ultima, inflessibile, figura maschile: Padre Jenco, un prete potente, il penitenziere del mercoledì, dal volto severo e dalle sopracciglia ininterrotte sulla fronte: un uomo imponente dall’aspetto spagnolo, quasi da Grande Inquisitore. Non sopportando il monumentale confessionale barocco, Anna si impegna a consegnargli uno scritto accurato e dettagliato delle traversie della sua esistenza. Curiosamente il confessore, che ha un J nel suo cognome, e che sembra una figura sinistramente paterna dopo aver letto il lungo memoriale della vedova, decide di farle visita. Anna lo riceve con l’atteggiamento della penitente in attesa di un responso. Moretti nel penultimo capitolo offre ad Anna la possibilità di ricapitolare la sua vita fatta di infelicità, avventure meschine, solitudine e inadeguatezza: la sua creatura conquista una consapevolezza più lucida del suo disperato modo di cercare risposte alle domande di affetto rimaste sospese fin dall’infanzia, aggrappate alla proboscide del suo persecutore di turno. Padre Jenco con autorevolezza un po’ ruvida, commisera, ma senza empatia la vicenda di Anna, caduta in mano ad un farabutto che in due notti dell’amore fisico le ha fatto conoscere solo “il sacrificio della deflorazione”.  Nel pieno esercizio delle sue funzioni, padre Jenco le addita l’unica via di uscita: farsi povera, cedere i suoi beni per essere accolta dall’unico uomo che non le dirà mai di no: Gesù. Era tardi, Anna “si sentiva ormai nelle mani di Padre Jenco, essendo costui il solo uomo che non l’avrebbe lasciata più andare per il suo destino, diversamente dallo stesso Ramon, essendo il pio medico delle anime tanto più forte e astuto del malfattore, del ladro e sfruttatore di donne, e non l’avrebbe Padre Jenco mollata più”. In realtà è l’ultimo grande esproprio che Anna sta per subire dal religioso accorto che, additandole la monacazione in un ordine che pratica la carità attiva, ha già avuto modo di valutare la cospicua consistenza delle sue sostanze. Anna si è moralmente impegnata a cederle, con un atto da formalizzare il giovedì successivo: ancora in biblioteca, sepolta dalle annate delle riviste francesi, Padre Jenco sarebbe apparso con un notaio per ratificare la sua decisione. E l’ultimo capitolo, Il ritorno di Kala Nag si apre mercoledì, con l’uscita per il cinematografo che Anna frequenta, accompagnata dall’antico domatore Benno ora divenuto premuroso autista. Entrata in ritardo, scopre con un sussulto di nostalgia che il film è ambientato proprio nella sua giungla, negli scenari esotici che avevano preso vita nelle narrazioni paterne. Ma nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, come illuminata da una premonizione, rivedendo tra il pubblico Ramon, cerca di riguadagnare i sedili che la separano da lui. Poi sulla scena appare un elefante vero e una domatrice anziana, incredibilmente Frau Hedwig: tutta la sua vita riassunta in una sera. Cercando di evitare di essere notata, esce di soppiatto consegnandosi alla città livida per il temporale, e al rombo dell’autotreno che la travolgerà.

Nella descrizione delle ultime ore di Anna, Moretti ci consegna con grande maestria la dissoluzione del suo personaggio con una partecipazione emotiva segreta e sofferta.

 Il giorno dopo, tutti aspetteranno invano il suo ritorno anche Padre Jenco che telefonerà nei giorni successivi: “telefonò più volte nei seguenti cinque o sei giorni. Nessuna risposta”.

È l’ultima e unica vendetta di Anna.

Un romanzo feroce e gentile al tempo stesso, concepito con grande maestria sospeso tra il patetico e il grottesco, strepitoso perché non cade mai nel cliché e ci regala una figura indimenticabile nel suo candore di vecchia bambina ritratta con raffinata eleganza stilistica.

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