Ubah Cristina Ali Farah scrive romanzi da quasi vent’anni. Il primo, Madre piccola, è del 2007; l’ultimo, Le stazioni della luna, è uscito nel 2021, scritto in gran parte in Sudafrica durante la pandemia. Da anni studia la poesia orale somala, a cui ha dedicato anche il suo dottorato. In questa intervista parla dei suoi libri e di come nascono, della figura della habaryar che dà il titolo al suo romanzo d’esordio, di Roma e di Mogadiscio. E di un’idea che torna spesso nelle sue risposte: che scrivere, per lei, è stato fin dall’inizio una responsabilità.
Nata in Italia, cresciuta a Mogadiscio, poi la partenza improvvisa del 1991. Quella lacerazione sarebbe poi entrata nelle pagine di Madre piccola. Com’era la tua vita in Somalia, e cosa di quel mondo è rimasto come radice della tua immaginazione di scrittrice?
Quando ripenso alla mia vita a Mogadiscio, mi viene in mente anzitutto un mondo attraversato da lingue diverse. Da adolescente ero molto timida e scrivevo ogni giorno un diario in italiano, mentre fuori, nella vita quotidiana, la lingua era il somalo. L’italiano era la lingua della scuola e della mia formazione; il somalo quella delle relazioni, della città, della vita. Questo continuo passaggio da una lingua all’altra ha formato profondamente il mio modo di immaginare e poi di scrivere. La guerra civile del 1991 ha spezzato quel mondo, ma è entrata nei miei libri non soltanto come perdita. Madre piccola nasce dal desiderio di ricomporre frammenti di memoria, appartenenze e voci interrotte. Forse, fin dall’inizio, ho sentito la scrittura come il tentativo di trasformare una frattura in un racconto. Col tempo è diventata anche una responsabilità.
Ho sentito la scrittura come il tentativo di trasformare una frattura in un racconto. Col tempo è diventata anche una responsabilità.
Madre piccola. Il tuo romanzo d’esordio prende il titolo dalla figura della habaryar, la zia materna, la “madre piccola” che nella cultura somala è anche madre a tutti gli effetti. Perché hai scelto proprio questa figura come chiave del libro?
Madre piccola è la traduzione letterale di habaryar, la zia materna. Ma in somalo questa parola ha un significato più ampio: può indicare anche una donna più grande cui ci si rivolge con rispetto, indipendentemente dai legami di sangue. Mi interessava questa idea di maternità fondata sulla cura e sulla responsabilità più che sulla biologia. Dopo la guerra mi interrogavo su che cosa permetta alle persone di non perdersi completamente nell’esilio. Ho avuto la sensazione che fossero spesso le donne a tenere insieme tutti i pezzi, a ricostruire una comunità attraverso i gesti quotidiani. Non a caso Barni, una delle protagoniste, è ostetrica: aiuta a far nascere i bambini, ma nel romanzo accompagna anche le persone a ritrovare una voce. Questa idea ritorna anche negli altri miei libri. Penso a zia Rosa o Zahra nel Comandante del fiume, o a Ebla, ne Le stazioni della luna, madre di latte di Clara. Mi interessano le famiglie che si scelgono, i legami che nascono dalla cura più che dal sangue. Nella diaspora ciò che ci salva sono i legami. Habaryar è diventata per me il nome di questa possibilità di cura condivisa.
Mi interessano le famiglie che si scelgono, i legami che nascono dalla cura più che dal sangue. Nella diaspora ciò che ci salva sono i legami.
Nei tuoi romanzi sembra spesso di ascoltare più che leggere: storie raccontate, confidate, tramandate. Quanto è importante per te questa dimensione orale? E che cosa permette alla narrazione che una forma più tradizionale forse non permetterebbe?
Per me l’oralità non è soltanto una forma narrativa: è una forma di relazione. Madre piccola è un romanzo corale, costruito attraverso voci che parlano sempre a qualcuno, vicino o lontano. Ogni racconto cambia a seconda di chi ascolta. È questo che mi interessa: la memoria non è mai fissa, ma continua a trasformarsi nella relazione. Quando si perdono i propri luoghi e la propria rete di relazioni, forse è proprio il racconto a permettere di mettere nuove radici. Anche ne Le stazioni della luna ho lavorato molto sull’oralità, attraverso il buraambur, la grande tradizione poetica femminile somala, che continua a essere per me una fonte viva di narrazione.
La Somalia è stata definita “una nazione di poeti”, per la forza della sua tradizione orale e della sua cultura della parola. Come racconteresti questa eredità al lettore? C’è un autore, un poeta o un episodio che per te ne esprime meglio il significato?
Il somalo è diventato lingua scritta ufficiale soltanto nel 1972, un anno prima della mia nascita. Mio padre, pur avendo studiato in italiano, apparteneva a una generazione che credeva profondamente nel progetto della lingua nazionale e i miei primi anni di scuola furono in somalo. Quando sono arrivata in Europa ho sentito il bisogno di fare il movimento opposto: studiare la poesia orale, custodire quella memoria perché non diventasse soltanto nostalgia. Per i somali l’archivio è anzitutto la poesia. Nei miei libri dialogo con il canone poetico tradizionale, ma anche con il buraambur, la grande tradizione poetica femminile somala, che considero una straordinaria forma di memoria storica e politica. Mi interessa che queste fonti continuino a vivere nella scrittura contemporanea, anche quando vengono trasformate e riscritte.
Ne Il comandante del fiume ciò che non viene raccontato diventa il motore della storia, un segreto familiare che pesa sui personaggi. Come si costruisce un romanzo intorno a un’assenza, a qualcosa che deve essere rivelato poco alla volta?
Il comandante del fiume è prima di tutto un romanzo di formazione. Il protagonista, Yabar, è un ragazzo di origini somale nato a Roma. Mi interessava raccontare come una guerra possa continuare ad agire anche nella vita di chi non l’ha vissuta direttamente. Yabar non ha attraversato il conflitto come sua madre, ma ne porta le tracce: nei silenzi, nelle omissioni, in ciò che non viene detto e tuttavia continua ad agire. Costruire un romanzo intorno a un’assenza significa proprio questo: far sentire il peso di ciò che manca prima ancora di nominarlo. La rivelazione, in fondo, non è mai il punto d’arrivo; è solo uno dei modi possibili per convivere con ciò che la storia ha lasciato irrisolto.
Nei tuoi libri Roma è una presenza concreta fatta di quartieri, strade, incontri, ma anche una città osservata da una prospettiva particolare. Che ruolo hanno i luoghi nelle tue storie? Sono sfondi oppure partecipano alla vita dei personaggi?
Per molto tempo ho avuto la sensazione di non riuscire davvero a descrivere i luoghi. Forse è anche per questo che in Madre piccola restano sullo sfondo, mentre nei due romanzi successivi diventano sempre più protagonisti della narrazione. In Madre piccola la stazione Termini è quasi il centro della diaspora: uno spazio di passaggio, ma anche di riconoscimento e di incontro. Nel Comandante del fiume, invece, Roma diventa finalmente protagonista. Ho lavorato sul Tevere, sui miti della città, ma soprattutto sullo sguardo di Yabar, che attraversa Roma come un giovane flâneur. Nell’ultimo romanzo è tornata invece Mogadiscio. È successo mentre vivevo a Stellenbosch, in Sudafrica, durante la pandemia: forse la distanza ha reso possibile un nuovo ritorno. Ma è una Mogadiscio degli anni Cinquanta, ricostruita attraverso la memoria e gli archivi.
Tra Madre piccola, Il comandante del fiume e Le stazioni della luna cambiano strutture, punti di vista e tempi narrativi. Quando nasce un nuovo romanzo, qual è il primo elemento che prende forma? E guardando al percorso fatto fin qui, che cosa senti di aver cambiato o ritrovato nella tua scrittura?
Credo che negli anni siano cambiate soprattutto le mie fonti. All’inizio erano le testimonianze dirette raccolte come interprete e mediatrice culturale, i racconti orali, il lavoro con il Circolo Gianni Bosio e con Alessandro Portelli, da cui ho imparato moltissimo sulla forza della voce. Più tardi sono arrivati anche gli archivi. Le stazioni della luna, per esempio, nasce dall’incontro con il Corriere della Somalia, quotidiano degli anni Cinquanta, e dal dialogo con Ahmed Ali Qaasim, custode della memoria di quegli anni, grande intellettuale. È anche un romanzo nato durante il lungo periodo trascorso a Stellenbosch: è lì che Mogadiscio ha ricominciato a chiedermi di essere raccontata. Ogni libro prende forma in modo diverso: a volte nasce da una voce, altre da un’immagine, altre ancora da una domanda che tormenta finché non trova una forma.
Nei tuoi romanzi la memoria sembra essere un luogo in movimento, dove passato e presente, lingue e geografie diverse s’intrecciano e continuano a dialogare. Dopo tanti anni di scrittura, c’è un’immagine, una parola o una voce che senti di aver ritrovato grazie alla letteratura?
Questa è forse la domanda più difficile. All’inizio scrivere mi sembrava quasi un gesto presuntuoso; con il tempo ho capito che era soprattutto una responsabilità. Negli anni Novanta l’Italia stava diventando terra d’immigrazione, mentre la memoria coloniale era, e in parte rimane, largamente rimossa. Conoscere il somalo mi permetteva di accedere a un patrimonio di racconti, documenti e poesie che potevano dialogare con la storia italiana da un’altra prospettiva. Quando ero studentessa passavo ore sugli autobus con un libro in mano. Le biblioteche erano il mio archivio e divoravo tutto quello che riuscivo a trovare. È lì che ho incontrato Toni Morrison, Bessie Head, Audre Lorde, Zoë Wicomb e Nuruddin Farah. Quelle letture mi hanno fatto sentire meno sola e mi hanno dato la percezione di appartenere a una genealogia più ampia. Continuo a pensare che questo lavoro sia necessario: ogni voce ritrovata ne chiama un’altra, e la letteratura continua ad aprire nuovi percorsi.
Biografia
Ubah Cristina Ali Farah è scrittrice e poeta somala e italiana. È autrice dei romanzi Madre piccola (Frassinelli, 2007), Il comandante del fiume (66thand2nd, 2014) e Le stazioni della luna (66thand2nd, 2021), dell’ekphrasis La danza dell’orice (Juxta Press, 2020) e della raccolta di racconti Le ceneri della fenice (Hopefulmonster, 2022). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Africanistica all’Università L’Orientale di Napoli con una ricerca sul teatro popolare somalo. Ha vinto il Premio Lingua Madre nel 2006 e il Premio Vittorini nel 2008.

1 commento su “Genealogie della voce Intervista a Ubah Cristina Ali Farah”
Cristina, ti voglio bene e sempre te ne vorrò. Grazie per fare quello che fai e di essere quello che sei. E grazie, Luigia, per dare voce e risonanza a questa meraviglia.