Eppure basta leggere La vedova Fioravanti (1941) per comprendere quanto sia arbitraria questa riduzione. Il romanzo appartiene a quella fase della narrativa morettiana nella quale, accanto alla malinconia esistenziale e alla contemplazione delle occasioni perdute, si affermano una costruzione drammatica più articolata e un’ironia capace di insinuarsi nei conflitti psicologici senza attenuarne la portata. È una trasformazione, non una smentita del Moretti precedente: cambiano i modi della messa in scena, mentre rimane intatta l’attenzione per le vite apparentemente ordinarie nelle quali si nascondono desideri, amarezze, frustrazioni e fallimenti.
La trama non vuole essere complessa. Mitelda Fioravanti, vedova di un macellaio benestante di provincia, ha ancorato la propria esistenza alla vocazione sacerdotale del figlio Dorligo. Attorno a questa scelta costruisce il proprio prestigio sociale, le proprie speranze e perfino la propria identità. Ma Moretti è troppo fine conoscitore dell’animo umano per fermarsi alla superficie edificante della vicenda. Dietro il vanto materno si agitano aspirazioni soffocate, insoddisfazioni latenti, rancori e una volontà di controllo che finisce per soffocare il figlio e, nello stesso tempo, imprigionare Mitelda stessa.
Geno Pampaloni coglie perfettamente il nucleo del romanzo quando individua in Mitelda «il vero luogo profondo ove fermentano i temi della tragedia». Non è tanto Dorligo il personaggio più interessante, quanto piuttosto questa quarantenne energica, vitale, troppo piena di natura per adattarsi senza lacerazioni al ruolo che si è costruita. Essere la madre di un sacerdote significa per lei rinunciare continuamente a sé stessa, sacrificare ogni impulso che possa contraddire l’immagine che il paese si aspetta di vedere. La vita deve coincidere con la sua versione più presentabile.
Ed è proprio questo il campo in cui il romanzo supera la semplice rappresentazione del perbenismo provinciale. Mitelda non è soltanto vittima delle convenzioni sociali: è anche vittima dell’ostinazione, della necessità di attribuire un significato assoluto alla vita di Dorligo per non essere costretta a interrogare la propria. Il figlio diventa così la proiezione concreta, quasi palpabile, nella quale la donna può continuare a vivere indirettamente, trasformando la rinuncia in motivo di orgoglio e il risentimento in diritto di controllo. Ecco il perno da cui nasce uno dei temi più moderni del romanzo: l’impossibilità di evadere da un ruolo liberamente scelto e divenuto, con il passare del tempo, un carcere. Mitelda ha contribuito a costruire quel carcere con la stessa ostinazione con cui tenta di difenderlo. Non è pertanto una semplice vittima della società: è una persona che ha finito per identificarsi completamente con l’immagine che gli altri hanno di lei, fino a non distinguere più la vita dal ruolo che interpreta.
L’ironia di Moretti impedisce però alla vicenda di trasformarsi in tragedia edificante. È un’ironia che nasce dalla conoscenza degli uomini, non dal loro disprezzo. Moretti non assolve i personaggi né li condanna: li osserva mentre costruiscono, spesso con le migliori intenzioni, le fondamenta dell’infelicità. La sua saggezza narrativa consiste anche in questo: nel mostrare quanto siano fragili le certezze sulle quali ciascuno fonda l’esistenza.
Sorprende che la recente riscoperta editoriale di Moretti sia stata accompagnata da apparati critici tanto modesti. Quando Bompiani ha ripubblicato L’Andreana nel 2021, con introduzione di Cristiano Cavina, e La vedova Fioravanti nel 2022, con prefazione di Matteo Cavezzali, sembrava finalmente arrivato il momento di restituire una nuova attenzione al romanziere cesenaticense. Invece i due volumi offrono interventi brevi, sostanzialmente estemporanei, privi di un reale approfondimento critico e di un apparato bibliografico adeguato.
È un’occasione mancata. Perché Moretti non ha bisogno di essere attualizzato attraverso aneddoti autobiografici, generiche evocazioni della Romagna contemporanea o battute di facile aggancio con il presente — «Magari […] aveva una maglietta, chessò, dei Pink Floyd o di Raoul Casadei», scrive Cavina. Moretti ha bisogno, prima di tutto, di essere letto.
Romanzi come La vedova Fioravanti mostrano uno scrittore capace di indagare, con precisione quasi acribica, l’egoismo familiare, il peso delle convenzioni sociali, il desiderio inappagato o inappagabile, la paura del tempus edax e la malinconia che si cela dietro la rispettabilità.
La modernità di Moretti non nasce dalla provocazione né dalla sperimentazione. Nasce dalla capacità, assai più rara, di guardare nelle pieghe meno appariscenti dell’esistenza e di scoprirvi conflitti che continuano a essere vivi. È la stessa capacità che permette alla sua narrativa di attraversare stagioni e forme diverse senza perdere il proprio nucleo umano.
È tempo, dunque, che la critica smetta di trattarlo come una nota a margine del cosiddetto Crepuscolarismo. Moretti è stato un narratore di grande rilievo nella letteratura italiana del Novecento, e la sua opera narrativa merita di essere restituita nella sua ampiezza, senza graduatorie e senza etichette che finiscano per sostituire la lettura.
Nella Vedova Fioravanti, Mitelda si ostina a offrire agli altri una fotografia impeccabile di sé stessa.
Moretti, invece, sa guardare oltre quella fotografia. E ciò che vi scopre, ancora oggi, è senza sfocature: tutto il tormento che può annidarsi dietro a una vita esteriormente impeccabile.
