C’è una vallata della Liguria di Ponente che Marino Magliani chiama marsupio, un luogo chiuso tra due versanti, che custodisce tutto, persino la lingua. Da lì parte il ragazzo di Fondovalle (Carabba, 2026), figlio di contadini, che si sente scrittore. Partirà, girerà il mondo, tornerà, e un giorno arriverà a Oneglia, in un supermercato dove le parole si vendono a pancali. Con l’autore abbiamo parlato di partenze e ritorni, di un incontro forse mancato a Blanes e di una letteratura che oggi sopravvive in una soffitta.
In Fondovalle la vallata della Liguria di Ponente dove il protagonista nasce diventa un “marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole”. Anche lei nasce in un piccolo comune del fondovalle ligure, Dolcedo, in Val Prino. Che cosa, a un certo punto, la spinge ad andare via?
Da bambino ho scelto il collegio, e quindi di andarmene, perché pensavo che così mi sarei liberato dal luogo che produceva quella cosa che in seguito avrei capito o avrei imparato a chiamare malinconia come la chiamava il mondo. Forse andarmene anche da adulto, iniziare a farlo a vent’anni e in seguito ripetere quel viaggio fino ad oggi, significa fare ancora i conti con una questione irrisolta.
Il protagonista lascia la valle e va in cerca di lavoro: mozzo sul traghetto per la Corsica, lavapiatti in Costa Brava, scaricatore in un porto olandese, vendemmiatore in Svizzera. E proprio a Blanes incontra uno scrittore cileno, custode di un campeggio. Difficile non pensare a Bolaño. Negli anni in cui anche lei viveva in Costa Brava, l’ha mai incontrato?
No, non l’ho mai incontrato, o forse sì, l’ho visto decine di volte ma non sapevo fosse lui. Risiedevo in una cittadina da quelle parti e frequentavo Blanes, conoscevo moltissimi ragazzi argentini e anche qualche cileno. Lui stesso, Bolaño, immagino che il fine settimana partisse da Blanes per farsi un giorno a Lloret de Mar come facevano molti in quegli anni. Erano gli anni Ottanta, non mi occupavo di letteratura – lui sì, aveva una decina di anni in più – e anche se ci fossimo trovati a sedere sulla stessa panchina o a prendere il sole sulla sabbia e davanti allo stesso pezzo di mare non credo che il discorso sarebbe caduto sulle correnti letterarie.
Dopo tanto girare, il protagonista, scrittore di fondovalle, torna sempre al suo marsupio, nell’entroterra che diventa paesaggio letterario. Un marsupio pieno di foglietti sparsi che non ricorda di aver scritto, sopravvissuti alla madre che distruggeva i suoi quaderni per paura che si perdesse nella scrittura. È stato così anche per lei?
No, ho perso alcune cose nella vita, tante o poche ora non importa, ma fogli scritti mai. Il protagonista di Fondovalle mi assomiglia per qualche aspetto e per molti no. Una delle cose che facciamo il protagonista e io è in effetti legata al nostos, passione o costrizione, siamo sempre, ad oggi, tornati, anche se io ormai non so mica più se torno quando torno in Olanda o quando torno al fondovalle.
Io ormai non so mica più se torno quando torno in Olanda o quando torno al fondovalle.
Marino Magliani
È lo scrittore cileno a indirizzare il protagonista verso il Supermercato delle parole di Oneglia: “un teatro”, risponde, “uno di quei luoghi che solo la letteratura rende possibili”. Lì, come in una fiera dell’editoria, tra guru, critici ed editor, le parole si vendono a pancali, divise per reparti: Miti, Memoria, Paesaggi. E guai a chiamarle parole, si chiamano “materiale”. Che cosa si perde quando le parole diventano materiale?
Nel romanzo – romanzo? – guai se le parole non si identificano col termine “materiale”, ma qui restiamo nell’ambito dell’ossessione, mi sono divertito nella prima parte a non perdere i parametri della realtà quanto mi sono divertito in seguito a far scivolare l’impianto nel surreale e dal surreale spostarlo tra i pancali dell’assurdo. Del resto, scegliere di ubicare il supermercato della letteratura a Oneglia è stato anche quello un divertimento e un azzardo: ho immaginato la centralità della repubblica delle lettere ai margini, in una soffitta dell’Italia, forse perché la letteratura oggigiorno sopravvive in una soffitta.
La letteratura oggigiorno sopravvive in una soffitta.
Marino Magliani
Nel Supermercato delle parole c’è uno scrittore che ordina pancali di “materiali orribili sul terribile” per il suo secondo romanzo sul caos. Più tardi, nel bar di fronte, lo si vede entrare col seguito di lettori, mentre ripete: “Resistete, resistete…”. Qui il protagonista si chiede se sia possibile resistere in letteratura. Lo chiedo a lei: è meglio resistere, in attesa di un riconoscimento che faccia uscire dalla marginalità, oppure diventare un disertore, come il suo protagonista?
Resistere è di per sé, secondo me e credo anche secondo il protagonista di Fondovalle, una forma di diserzione, la sola attività che lui e io conosciamo e pratichiamo.
Fondovalle si chiude con una scelta del protagonista che lascio scoprire ai lettori. E lei, a che cosa sta lavorando adesso? Ci sono nuovi libri o nuove traduzioni in arrivo?
Sto lavorando su un romanzo brigasco, la storia di un soldato durante la Grande Guerra. Le montagne brigasche in quel tempo non sono Francia e neppure Regno, e anche ora non sono Francia e neppure Italia, Liguria o Piemonte. Un romanzo di montagne, un soldato, nella vita cacciatore di volpi: sa leggere alla perfezione le montagne, ne conosce ogni crepa, ma non sa leggere e scrivere perché il mondo delle parole in bianco e nero gli pare così noioso e ambiguo. Non so quando lo terminerò. So invece che a breve devo chiudere la traduzione di un romanzo di Javier Serena che racconta di Ricardo Funes, guarda caso uno scrittore peruviano vissuto e morto in Costa Brava, che assomiglia maledettamente a uno scrittore cileno vissuto per buona parte della vita, e morto, in Costa Brava.
Marino Magliani è autore del libro Fondovalle, edito da Carabba, 2026. Traduttore e narratore, ha sceneggiato alcune graphic novel, tra cui Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi e La luna e i falò di Cesare Pavese. L’ultimo suo libro è la ristampa del romanzo Il collezionista di tempo (Kalos), e l’ultima traduzione Variazioni su Budapest, di Sergi Belver.
