UNA BELLA IDEA – Arrivo, volontariamente, in ritardo. Il custode, di Niccolò Ammaniti, è uscito da non molto ma è già in vetta alle classifiche, in tanti ne hanno già scritto, Fabio Fazio ha già intervistato a lungo l’autore in maniera complice e amicale. La mia modesta esitazione temporale è dipesa, oltre che dal desiderio, che ho quasi sempre, di leggere i libri e poi pensarci un po’ sopra, dalla curiosità di vedere con quanta rapidità si sarebbe dispiegato un esito scontato, per poi ricamarci sopra qualche considerazione, magari un po’ sussiegosa. Ebbene: l’esito si è dispiegato rapidissimo e scontatissimo.
Qualche tematica di questo esito: Ammaniti è scrittore di grande successo, abile nell’andare incontro ai gusti di quel pubblico che in fondo si trova bene con il nazional-popolare, ma è borghese e sufficientemente acculturato da comprare libri di discreto livello, provenienti da un milieu cultural-editoriale rituale e funzionante. Un pubblico giusto, che si fa opportunamente influenzare dai canali più canonici di pubblicizzazione. Di conseguenza è scrittore di cui certa critica non può che dire malino o male. Sicché il libro è sbiadito, troppo breve così da risultare superficiale su personaggi, temi e prosa e via dicendo.
Qualcuno mette in risalto la discrasia tra pubblico e critica. Il libro è spinto dal sistema, ovviamente vende subito molto e i commenti critici oscillano tra la delusione-stroncatura, la lode si ma e la lode convinta, quest’ultima obbligatoriamente fondata su una approfondita analisi dissezionante dei profondi significati ammanitiani, quelli che vanno al di là del racconto di una storia e che il bravo critico ci aiuta a cogliere. Quindi l’adolescenza, il mito, la costrizione, l’amore non amore, la provincia italiana più sperduta, Ammaniti costruttore di mitologie contemporanee, partendo dal materiale più basso e quotidiano, famiglie, periferie, villeggiature brutte, appunto provincia. E ancora: la necessità, per leggere il romanzo di un atlante, notevole, di riferimenti letterari.
Ammetto di avere una idea molto ma molto più semplice su questo libro, premettendo subito che sono tra i lodatori, anche se non tra quelli del si ma e neanche tra gli esegeti dei profondi significati ammanitiani.
Pochissime righe sulla trama. Commentando Il custode, è indispensabile tener presente come si tratti di una vicenda con elementi di sorpresa, fino alla fine, per cui al pubblico dei finora non lettori non va raccontato molto, non va tolta la sorpresa, anche se mi sembra che questa cautela sia già superata da quanto già si è detto e scritto del libro. Comunque, per dare una idea di cosa stiamo parlando, mi limito a riportare la trama in modo generico, riprendendola quasi tal quale dal libro stesso e dai siti librari.
Siamo in un tratto dimenticato della Sicilia costiera: una striscia di case buttate lì, prime e seconde case abusive. La famiglia Vasciaveo -il tredicenne Nilo, la madre Agata, la zia Rosi – ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo ma in realtà custodisce da millenni un segreto indicibile, concentrato in un punto domestico ossessivo, la cosa nel bagno. L’arrivo di Arianna, giovane e bella donna alla deriva, e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono insieme le loro esistenze: per Nilo, che scopre desiderio e amore, il destino di “custode” diventa una prigione che non potrà più sopportare.
Torno sulla mia idea molto semplice (e magari un po’ sussiegosa, come ho scritto all’inizio). E’ certamente vero che Il custode è molto coerente con la vena più efficace di Ammaniti: ragazzino in età di soglia, paesaggio mitico e degradato insieme, famiglia come setta domestica, irruzione del desiderio come detonatore. In questo caso aggiungo il custode come figura morale, non custode di un oggetto ma di un destino imposto, di una violenza familiare travestita da missione e il femminile come libertà e minaccia, come forza mitica che manda in frantumi l’educazione maschile.
Ma la cosa fondamentale che ha fatto Ammaniti è stata quella di avere una bella idea, originale, sorprendente, direi proprio inaspettata. Da una bella idea è scaturita una bella storia, scritta bene e con le dovute furbizie da uno scrittore navigato e dotato. Direi che questo è tutto e ritengo sia molto, né mi sembra il caso di andare a sottolineare quello che non c’è, a cominciare, udite udite di nuovo, dalla brevità, con una sorta di polemica contro le pagine non scritte.
Il custode mi ha avvinto, in alcuni momenti veramente molto felici mi ha anche emozionato, come la vicenda iniziale del ciclista, come la chiamiamola metamorfosi di un gregge di pecore o come certi momenti del personaggio di Arianna, donna che in tempi passati si sarebbe potuta definire perduta ed è di una gentilezza d’animo che in qualche frammento narrativo addirittura commuove.
Il pubblico ha cominciato a comprarlo senza dubbio in conseguenza della classica operazione editoriale costruita su un autore che in genere funziona, ma ritengo continui a comprarlo perché si diverte, trae piacere da una lettura piana e coinvolgente.
