Il mondo senza inverno, di Bruno Arpaia, Guanda, 2026, pag. 233
Prima di entrare in Il mondo senza inverno (Guanda, 2026), occorre tornare a Qualcosa, là fuori (Guanda, 2016), il romanzo che ne costituisce l’antefatto. Il protagonista, Livio Delmastro, è uno scienziato italiano nato nei primi anni del nuovo millennio che, dopo una borsa di studio, approda in California per insegnare neuroscienze a Stanford. Qualcosa, là fuori narra gli eventi dal 2078: l’Europa è in pieno collasso climatico e Delmastro, costretto a rientrare in un’Italia devastata da sconvolgimenti sociali e politici, affronta la perdita della compagna e del figlio. Nel frattempo, la situazione precipita, Delmastro, benché anziano, si unisce a una colonna di clandestini in fuga da un’Italia ridotta a landa desolata, senza Stato e preda di bande criminali. Attraversando un’Europa irriconoscibile, con fiumi in secca, laghi trasformati in pozze di fango e città deserte, il gruppo giunge in Scandinavia: l’ultimo, presunto Eden. Il mondo senza inverno riparte esattamente da qui.
Sebbene non vengano presentati come un dittico, i due romanzi lo sono a tutti gli effetti: il secondo raccoglie la traiettoria del primo, ne prolunga le atmosfere e porta alle estreme conseguenze l’ipotesi letteraria dell’autore. Che la continuità non sia dichiarata esplicitamente, la rende, se possibile, più autentica.
Il romanzo si apre, quindi, con l’ingresso degli esuli in un nuovo ordine sociale. Livio Delmastro non c’è più: è morto. “Dovettero pregare, domandare, urlare, piangere, implorare, firmare documenti perché la polizia si occupasse del cadavere di Livio (…): il suo destino non poteva essere quello di finire in una fossa per i clandestini e diventare biogas per il governo della Scandinavia.” Con la scomparsa di Dalmastro, svanisce la prospettiva dello scienziato che aveva attraversato il secolo come una ferita aperta.
A reggere la scena ci sono ora i suoi compagni di viaggio: Marta, sua figlia Sara e il giovane Miguel. “Marta era una donna sulla quarantina, alta e magra sotto i capelli ricci e neri come quelli della figlia, Sara, una sedicenne o giù di lì, con gli occhi scuri e inquieti come scarafaggi. Miguel, invece, doveva avere undici o dodici anni, però, serio com’era, si vedeva che ne aveva già passate troppe nella vita.” Con loro c’è anche Ahmed, il fratello della moglie di Livio, uccisa in Italia sedici anni prima dell’esodo. Ahmed guida il gruppo a Trondheim. Qui i profughi, ancora convinti di aver trovato un rifugio sicuro, scoprono di essere entrati in un sistema che non accoglie, ma seleziona. “È che, ormai da una ventina d’anni”, spiega Ahmed, “c’è uno sfacelo di disoccupati, di gente che non sa che fare”. Alla domanda di Marta sulle cause: “Ma è stata colpa dell’automazione, dei progressi dell’intelligenza artificiale?” – la risposta è netta: “Eh, già. Quasi nessuna professione si è salvata. (…) Così il governo ha deciso di dare a tutti un reddito minimo universale e ha costretto quelli senza lavoro, quelli inoccupabili, a trasferirsi fuori dalla città, nelle terre più aride (…)”.
La società post-apocalittica è regolata da una distanza anche genetica tra i suoi componenti: prima del collasso, un ristretto gruppo di persone con grandi disponibilità economiche ha collegato il proprio cervello alla rete, potendo attingere, come un’intelligenza artificiale, a tutte le banche dati del mondo. Ma non solo. Ha anche allungato la propria esistenza, trasformando l’età in una marginale informazione anagrafica. Ma c’è di più. Tra i soggetti umani geneticamente modificati e le intelligenze artificiali c’è una particolare forma di simbiosi. Qui il romanzo pone la domanda cruciale: che forma prende la “salvezza” quando l’umanità deve fare i conti con l’emergenza? La risposta di Arpaia è logica e, proprio per questo, spaventosa: il mondo post-apocalittico è efficiente, garantisce servizi, ordine e sicurezza, ma in cambio esige la libertà individuale. L’intelligenza artificiale diventa il cardine di un’organizzazione per caste. Alla categoria A appartengono i cittadini al vertice, dotati di genetica avanzata, corpi e menti potenziati; alla categoria B i lavoratori ancora “utili”, ma sospesi in un precariato costante; alla categoria C, il rovescio della medaglia, le vite ridotte a margine, espulse dal mercato del lavoro, allontanate dai luoghi più sicuri. Insomma, la nuova società trasforma la cittadinanza in graduatoria, la dignità in un contratto revocabile, la sopravvivenza in un algoritmo. La distopia, qui, è la trasformazione dell’ingiustizia in infrastruttura: la disuguaglianza smette di essere “un problema” e diventa il sistema operativo.
Tra gli emarginati nasce la Resistenza. Arpaia si tiene lontano dalla retorica: la ribellione è la reazione inevitabile a un sistema che ha istituzionalizzato l’umiliazione, attraverso la segregazione. Dalla parte dei cittadini di serie C si schierano anche molti B e persino qualche A. Proprio da una cittadina di serie A arriva la diagnosi più lucida: “L’idea (…) è che quanto più una società si affida alla tecnologia, tanto più è fragile, tanto più è vulnerabile: basta un evento inaspettato, anche minimo, oppure un nemico con i mezzi adatti per colpirla. È sufficiente intervenire nel punto giusto dei sistemi per bloccare interi settori vitali… Ecco, noi stiamo per avere i mezzi adatti”.
Il romanzo non è consegnato al buio. Arpaia tiene aperta una fenditura: la possibilità che il legame tra le persone conti ancora più del sistema sociale. La Resistenza non è un vaniloquio utopistico, ma un obiettivo concreto: strappare spazio alla macchina sociale che divide l’umanità in caste, ripristinando l’uguaglianza, la libertà e il diritto a una vita dignitosa.
Se nel primo romanzo la tensione narrativa nasceva dall’esodo, qui risiede tutta nel rifiuto di un mondo “sbagliato”. Arpaia mette il lettore davanti al paradosso contemporaneo: i sistemi più pericolosi non sono quelli che crollano, ma quelli che funzionano. Funzionano perché selezionano, misurano e controllano. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa un potere invisibile dove la sorveglianza si presenta come cura, la disciplina come servizio, la fedeltà come privilegio.
Questo dittico ricorda quanto sia raro, in Italia, che uno scrittore usi l’immaginazione con l’ambizione di costruire un autentico dispositivo critico, obbligandoci a guardare le paure del presente senza distrazioni troppo fantasiose.
Il mondo senza inverno lascia addosso una certezza che è anche un avvertimento: le distopie arrivano come compromessi ragionevoli, come procedure efficienti, come scelte “necessarie”. E quando l’inverno scompare, non perdiamo solo il freddo, ma il ritmo della nostra stessa esistenza su questo pianeta.
