Valerio Riva

L’aereo era enorme, sproporzionato, come se dovesse trasportare non uomini e donne ma intere stagioni della vita. I corridoi sembravano viali, le luci troppo bianche per essere rassicuranti.
Una donna era seduta sul mio sedile. Aveva un volto indistinto, gentile e fermo insieme. Le dissi che quello era il mio posto. Protestai, prima con educazione, poi bruscamente. Lei non rispose. Guardava davanti a sé, come se il mio reclamo fosse un rumore di fondo.
All’improvviso non ero più sull’aereo.
Mi ritrovai nell’aeroporto, solo. L’aereo era partito senza di me, portandosi via chi viaggiava con me.
L’aeroporto sembrava un centro commerciale impalpabile: vetrine lisce, scale mobili silenziose, piante finte più verdi di una vernice non seccata, fattorini indaffarati.
Tutto era aperto, ma niente sembrava davvero accessibile.
Chiesi informazioni. A un addetto in divisa lucida, a una donna dietro un banco trasparente, a un uomo che sembrava sapere esattamente dove andare, a un ragazzo distratto. Le risposte erano sempre le stesse, anche se le parole cambiavano:
«Deve attendere.»
«Non risulta.»
«È già stato gestito.»
«La vita fugge e non si arresta un’ora.»
Mi sedetti. La tristezza arrivò noncurante, simile a una stanchezza antica. Pensai che forse fosse così che si restava indietro: senza un errore preciso, senza colpa, soltanto per una lieve dislocazione.
Poi la vidi.
Arrivava camminando in fretta, con quell’andatura familiare che avrei riconosciuto ovunque. Mi disse che, nel primo aeroporto, aveva preso un altro aereo. Uno qualsiasi, pur di tornare indietro. «Non potevo lasciarti qua, Valerio», ribadì, senza enfasi.
La felicità mi attraversò di colpo, netta, quasi dolorosa. Non c’era bisogno di spiegare nulla: eravamo di nuovo insieme, il viaggio poteva continuare.
Ma subito compresi che qualcosa non andava.
Le medicine salvavita erano sull’aereo partito senza di me. Glielo dissi. Lei tacque, sorrise, cercando una soluzione improbabile.
Intorno a noi l’aeroporto pareva allungarsi, dilatarsi, come se la distanza fosse una sostanza viva.
Chiesi aiuto, di nuovo. Nessuno ascoltava davvero.
Quando mi voltai, lei non c’era più.
Rimasi solo, con una malinconia più profonda di prima, perché adesso sapevo cosa avevo perduto una seconda volta.

Mi svegliai così, con quella sensazione precisa che il sogno non aveva inventato nulla.
E tristemente mi venne in mente che chi viaggiava con me mi aveva abbandonato da più di quattro anni. Che forse continuava ad arrivare, nei sogni, con voli impossibili, soltanto per non lasciarmi solo negli aeroporti dove la vita, a volte, mi perde.

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