Il libro (il romanzo?) sono io – 1. Perduto è questo mare

Elisabetta Rasy, Perduto è questo mare, Rizzoli 2025

Primo. Do per scontate le discussioni dei critici sui generi letterari ora in crisi ora non più, su cosa sia romanzo e cosa no. Rimando alle efficaci sintesi di Emanuele Zinato e di Morena Marsilio, contenute nella raccolta di saggi L’estremo contemporaneo. Letteratura italiana 2000-2020, edito da Treccani nel 2020, per i dibattiti su finzione e non finzione ovvero su alta e bassa finzionalità, sulla fuga dal romanzo, sull’ibridazione e il polimorfismo.

Secondo. Ognuno scrive quello che si sente nell’animo, quel che ditta dentro vo’ significando, e nessuna opera letteraria può essere valutata sulla base della sua aderenza a un genere o a uno schema compositivo o, peggio, a una ideologia qualsivoglia.

Terzo. Talvolta mi accade, nel parlare di libri, di soffermarmi più sui costumi letterari nostrani che non sul libro in sé, di scindere la qualità letteraria del testo dalla fenomenologia editorial-critico-giornalistica che il testo suscita. Di scadere magari sul terreno della psicologia e della sociologia spicciole rispetto a quello della critica letteraria.

Ho letto il libro di Elisabetta Rasy, Perduto è questo mare. Per dare a chi non lo conosca un’idea di cosa si tratti, copio di sana pianta alcune righe che ne danno una descrizione sintetica:

Nel febbraio 2025, Rasy pubblica Perduto è questo mare, un’opera che sfugge alle comuni etichette di genere, combinando elementi di memoir, romanzo biografico e autobiografico. Il libro esplora il rapporto dell’autrice con Napoli, la figura paterna e l’amicizia con lo scrittore Raffaele La Capria, offrendo una riflessione profonda sulla memoria e sull’identità … l’opera è stata accolta positivamente dalla critica, che ne ha sottolineato la profondità nell’esplorare temi come la memoria, l’amicizia e il rapporto padre-figlia … con uno stile raffinato e una narrazione che alterna momenti di dolcezza e intensità emotiva.

A mio modo di vedere, con Perduto è questo mare ci troviamo in pieno nell’odierno dilagare del raccontare sé stessi e insieme, immancabilmente, i rapporti familiari e il territorio, e ancora più immancabilmente le proprie radici, ritenendo la propria vita in sé meritevole di essere pubblicata e in ogni caso tale da suscitare l’interesse, umano e/o estetico, dei lettori. Nulla a che vedere, ovviamente, con il romanzo scritto in prima persona o con il libro/romanzo autobiografico di spessore. Quanto piuttosto alcuni contenuti meglio collocabili in una intervista, in una lunga lettera o in una conversazione tra amici dal comune sentire, che diventano un libro che sfugge alle comuni etichette di genere, vale a dire: Il libro (il romanzo?) sono io, un uso, o un vezzo, che sembra inarrestabile e, curiosamente, sembra conquistare pacificamente i consensi di altri autori e dei critici.

Mi permetto di ripetermi, e tornerò sul tema anche in prossimi articoli, scomodando persino una Premio Nobel. In testi di questo tipo non trovo nulla del romanzo, o del saggio autobiografico, che vada oltre i ricordi e si estenda alle tematiche profonde dell’esistere individuale o storico ambientale. Restano invece proprio sul piano dei ricordi, si fermano alla cronachistica autobiografica, alla propria vita familiare magari anche problematica, alle cene, alle vacanze come luoghi dell’anima, a Ilaria e Raffaele, alle conversazioni culturali in ambienti di sodali. Tutto ciò ritenuto significante per il lettore, per la letteratura.

Perduto è questo mare è un libro scritto molto bene e questo è un fatto prestigioso nel nostro contemporaneo letterario. E ho sempre stimato e ammirato Elisabetta Rasy, scrittrice, saggista, donna autenticamente impegnata in battaglie civili e culturali. Le persone della mia generazione, e spero non solo loro, ricordano benissimo le Edizioni delle Donne, l’attività giornalistica e creativa. Tra le sue opere ho amato molto Ritratti di signora: tre storie di fine secolo (1995), dedicati a Grazia Deledda, Ada Negri e Matilde Serao.

Rasy, ci mancherebbe, è liberissima di lasciarsi andare, con malinconia ed eleganza, ai suoi ricordi e di affidarli a un editore. Quello che, ancora una volta, mi sorprende, anzi non mi sorprende affatto, è il coro di lodi vibranti che su carta stampata e siti accolgono operazioni minimaliste come quella di Perduto è questo mare.

Ogni frase contiene un mistero (???), una perla
✓ Scrittura eccezionale
✓ Opera profonda e toccante
✓ Esplora con sensibilità e maestria narrativa i complessi intrecci tra memoria, affetti familiari e amicizia, offrendo al lettore una riflessione intensa sulla ricerca delle proprie radici e sull’elaborazione del passato

Fino ad arrivare a Emanuele Trevi, legato da amicizia e collaborazione a Rasy, che sul Corriere della Sera parla di una prova di stile che rasenta la perfezione.
O a Nicola Porro, per il quale, mi sembra di poter dedurre e sintetizzo rozzamente, ci troviamo di fronte a un’opera letteraria troppo di alto livello per gareggiare allo Strega.

Personalmente, al contrario, confesso di essere rimasto per motivi opposti di sasso nel vedere il libro di Rasy inserito nella cinquina dello Strega, una operazione del tutto spropositata, congegnata dalle comprensibili e umane meccaniche di cui sopra. Non che si tratti di un premio letterario che esprima autentici valori letterari e da cui in genere non ci sia da aspettarsi gran che d’altro che appunto operazioncine culturali spropositatine. Ma questa volta, incredibile dictu, lo Strega è riuscito a sbigottirmi.

 

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