Ci sono incontri che non si limitano a lasciare un ricordo. Scavano una traccia più profonda: modificano il nostro sguardo, il nostro modo di sentire, di attraversare l’Arte. Non si esauriscono nel tempo in cui avvengono, ma continuano ad agire, come un’eco che non smette di propagarsi.
Per me, due donne hanno abitato questo territorio essenziale: Laura Betti e Fernanda Pivano. Diverse fino all’antagonismo, eppure unite da una stessa forza incandescente. Entrambe hanno incarnato una passione che travalica ogni idea conforme di qualità, ogni misura rassicurante del talento. Non hanno semplicemente amato l’Arte: l’hanno nutrita, difesa, spinta oltre i suoi confini accettabili, trasformandola in un’esperienza viva, drammatica, necessaria.
Ciò che le unisce è una facoltà rara: riconoscere negli altri una voce, un’anima, un’urgenza prima che diventi legittima. Con Laura Betti e Fernanda Pivano l’amore non è mai stato possesso, né seduzione. È stato un atto attivo, una forma di devozione intellettuale e spirituale, capace di sostenere, esaltare, travolgere.
Raccontarle significa tentare un ritratto che non sia commemorazione, ma presenza. Due donne che hanno lasciato un’impronta indelebile non solo nella vita degli artisti che hanno sostenuto, ma anche in chi ha avuto la fortuna – o il coraggio – di incrociarne lo sguardo.
Laura Betti era il fuoco teatrale. Entrava in una stanza e ne alterava l’equilibrio. Trasformava un gesto in ferita, una parola in ironia straziante. Voce di tuono, risata affilata, movimenti che colpivano come scariche elettriche. Non esisteva dolcezza capace di contenerla, né prudenza in grado di fermarla.
Attrice di rara intensità, Laura sapeva incarnare i personaggi fino a renderli inevitabili. Il palcoscenico, con lei, smetteva di essere rappresentazione e diventava campo di tensione, spazio vivo in cui l’animo umano mostrava la sua ferocia e le sue contraddizioni senza chiedere indulgenza.
Accanto a Pier Paolo Pasolini, la sua risolutezza si faceva ancora più radicale. Il loro legame non fu mai semplice amicizia né sola collaborazione artistica: fu una complicità profonda, fatta di dialoghi, silenzi, fedeltà assoluta. Laura parlava di Pasolini come di una voce da custodire e proteggere, da difendere contro l’oblio e contro le semplificazioni morali. Alla morte del poeta, si comportò come una vedova indomita, affrontando ipocrisie e moralismi, battendosi per il Fondo Pasolini, opponendosi ai sepolcri imbiancati di ogni epoca.
Il tempo incise il suo corpo, rese faticosi i gesti quotidiani, trasformò scale e porte in ostacoli concreti. Ma nulla riuscì a spegnere il fuoco. Anche nell’invecchiare, Laura Betti restò un uragano di intelligenza, passione e crudeltà. Dominava lo spazio, trafiggeva con lo sguardo, metteva alla prova chiunque le fosse vicino.
Eppure, fu anche generosa fino all’eccesso. Capace di dare tutto agli amici, alle cause in cui credeva, alla memoria di Pasolini. Una natura che scaldava e bruciava assieme, pervasa da un’ironia spietata e da una lucidità che non faceva sconti.
Betti, come la salutava mio zio, che la conosceva da una vita, era questo insieme di opposti: forza e fragilità, luce e ombra, talento smisurato e verità scomode. Amata e temuta, adorata e odiata, lasciava dietro di sé caos, teatralità e autenticità. Una presenza che non si poteva neutralizzare.
Come ricordava Guido Ceronetti, la bellezza è il ponte unico che ci collega all’infinito e Laura Betti quel ponte lo percorse tutto, rendendolo pericolosamente necessario.
Il ricordo di Fernanda Pivano, invece, affiora con una tenerezza inquieta, legata ai fiori di un’epoca attraversata da ideali e rotture. Pivano camminava nel mondo sapendo che i libri non sono oggetti, ma passaggi segreti: ponti tra culture, strumenti di libertà e disobbedienza.
Non fu solo traduttrice o giornalista. Fu una mediatrice ardente, capace di legare la letteratura americana all’Italia con rigore e passione, attraversando oceani linguistici e culturali senza mai perdere l’afflato umano delle parole. Il suo percorso si apre con la traduzione di Spoon River Anthology, gesto fondativo che introduce in Italia una poesia nuova, disincantata, moderna. Da lì, Hemingway, la Beat Generation, una costellazione di voci che Pivano seppe ascoltare prima ancora di tradurre.
Cesare Pavese fu per lei mentore e guida, insegnandole una disciplina dello sguardo e della lingua. Ma con Jack Kerouac il rapporto si fece ancora più intimo: non semplice mediazione, bensì dialogo tra anime affini. Pivano comprese la frenesia, la libertà, la vertigine dell’on the road e seppe restituirle con ritmo, respiro, fedeltà emotiva. Con Kerouac, Ginsberg, Bukowski fu custode e narratrice, capace di portare ai lettori italiani non solo testi, ma vita pulsante.
Figura chiave di questo mondo fu Gianni Milano, collaboratore di Pivano, poeta e pedagogo. Attraverso i suoi scritti, le sue memorie e il nostro scambio epistolare, ho potuto cogliere gesti, scelte, sfumature quotidiane di Fernanda Pivano: la sua curiosità instancabile, la dedizione assoluta, la capacità di trasformare ogni incontro in esperienza.
Il mio filo diretto con la Beat Generation passa anche da Gary Snyder (il Japhy Rider del romanzo Dharma Boms) incontrato durante una serata sotto le stelle in Umbria. Un contatto che mi ha permesso di intuire da vicino quel mondo che Pivano aveva raccontato ai lettori italiani.
Fernanda Pivano non fu solo rigore e cultura. Fu prodiga di sé fino allo sfinimento. Aprì casa, tempo e cuore a chiunque cercasse una direzione. Donna di ferro e di fuoco, rideva e piangeva senza difese, pronta a sostenere un giovane scrittore, difendere un testo, promuovere un’idea fino allo stremo.
Laura Betti e Fernanda Pivano non operarono nel loro tempo: operarono contro un’epoca che chiedeva misura, silenzio e riconoscenza. In anni in cui la cultura tendeva a normalizzare l’eccesso e addomesticare il dissenso, scelsero l’indisciplina, il rischio.
Raccontarle significa interrogare il proprio secolo, domandarsi da dove sia nata una fedeltà all’Arte che non chiede nulla in cambio. In modi opposti, entrambe hanno mostrato che la cultura non è un luogo sicuro, ma una highway da attraversare senza mappe. E che amare un artista, un’opera, una voce non significa possederla, ma difenderne la libertà, anche quando è scomoda, feroce, irriducibilmente sola.
Foto: Fernanda Pivano e Allen Ginsberg
