Eos 1

Si scorge nel passato un riflesso mitico della propria giovinezza. Si tratta di un abbaglio totalizzante che offusca le afflizioni e illumina i ricordi di iridescenze mentali che rendono il passato stesso non dissimile da un astro fulgido che brilla sulla ripetitività del presente e lo deprezza.
In linea generale concordo con questa affermazione di stampo venusiano. Non riconoscere un’ovvietà simile sarebbe come non accettare che il medio schermo pz157 non fosse più fluido e determinante dello schermo b57 del bimestre passato. Ma mi rifiuto di cadere nel determinismo. Tanto più che trent’anni fa si parlava ancora del secolo della destrutturazione sintetica, dello spazio dei pensieri inaccettabili. Ora nessuno oserebbe ricorrere a quelle definizioni datate per non fare la figura del Concordante Coadiuvante del Distretto Settentrionale, cioè dello Sbilenco in camice mesico. Ora va di moda la timida constatazione di un decennio che si delinea come un intermediario strutturato sulle probabilità solidali e sullo spazio della riflessione parcellizzata per Zone se non per Parti. Bella scappatoia retorica per sorvolare goffamente sulla crisi giurisdizionale che ha condotto, negli ultimi efferati diciott’anni, il Distretto Sudorientale allo sgretolamento progressivo.
Si è giunti alla seriosità cadmica odierna partendo dalla spensieratezza adamantina – forse superficiale ma giustificata – di quando io, poco più grande di una Devota Immatura della Seconda Istituzione, per adeguarmi al clima di felice instabilità decodificata (favorita e approvata dal Permanente Primate Provvisorio), scinsi il contratto sentimentale con il gigantesco Orione, stanca del suo umore poseidonico, e, tre mesi dopo, con il loquace, quasi logorroico, Cefalo. Mi sfiniva il loro adeguarsi alle Direttive Distrettuali definite e parcellizzate in settantatré commi dalla legge Limite del contatto fisico che, in quei tempi distesi, erano per lo più ritenuti un riverbero distorto delle manie della Generazione Indefettibile. E, nonostante le pressioni di entrambi, ero riuscita a dilazionare il momento obbligatorio del microchip imposto dalla legge Concordia e Armonia, tramite elargizioni detraibili, formalmente proibite ma, in realtà, tollerate ed efficaci.

Conobbi Titono durante i festeggiamenti per il rinnovo quinquennale della Costituzione dei Distretti Sudorientali e Orientali.
Si trattò di un’apparizione devastante che frantumò i circostanti spazi sensoriali che prima erano ricolmi dei minischermi zx89 e j3, dei maxischermi zz17, degli avvisatori palpitanti da taschino estraibile, delle pareti versicolori, della frutta tradizionale e dei fruttini neologistici, delle bevande igienizzate, dei flaccidi corpi smarriti nelle divise asimmetriche o nelle bluse svasate, dei canti sommessi che invitavano all’allegria moderata, delle urla smorzate colme di un’abituale serenità caotica, delle immancabili risate di rito, delle desuete fragranze che si mescolavano superbamente al sudore aromatizzato, delle tegole sporgenti degli edifici adibiti alle Feste Distrettuali e dei piedi.
Le amiche mi schernirono quando dichiarai la decisione. E mi schernirono nonostante Titono fosse l’uomo più stupefacente, più elegante nel suo anticonformismo ostinato (scarpe non coturnate, tunica nera senza sfumature celesti, colletto rigido, sbarbato come un Ministro di Culto, capelli bianchi, ma di un bianco non inoculato), più influente di un Permanente Primate Provvisorio (come tutti sanno, era figlio di Laomedonte e di Strimo), più versatile di un Esperto Confermato nel padroneggiare gli ultimi sistemi umanistici-neuronali. E tuttavia lo scherno delle mie amiche perfino in quei tempi così spregiudicati risultava giustificato. Sì, perché soltanto nel Mini Distretto Equatoriale era legittimo l’amplesso tra due esseri che si toglievano più di cinque anni di età. E Titono era nato trentotto anni prima di me.
Ci trasferimmo nel Mini Distretto Equatoriale. Esattamente nel Settore 8/b della Zona Violetta della Circoscrizione prima del Quartiere quarto della Parte sud-ovest della Città di A. A. Versammo il dovuto mediante il settimo minischermo p13 senza trascurare nessun dettaglio della procedura cogente (che corrispondeva, su per giù, a quella dell’Ottava Emanazione Distrettuale della legge Concordia e Armonia).
Oplà, in soli quindici mesi l’obbligo si concretizzò e, con una felicità non dissimile a quella provata dai bambini durante i Riti delle Immersioni, furono installati i microchip sottocutanei a carica decilustrale. Le dita rosee spalancavano le porte del cielo mentre si posavano, roteando, sul turgido petto irsuto. Gli occhi scintillanti si inebriavano di intime nudità post robotiche. Le labbra rugiadose si deliziavano a trasformarsi in conduttori di scambi salivali. Le narici trasparenti si inebriavano ora di odori virili, ora di misture narcotizzanti plasmate dalla pelle umidificata con essenze ipnotiche (per lo più di origine Centrale), ora delle personalizzate fumigazioni situazionali. Le orecchie diafane accoglievano il tono baritonale con riconoscenza, sentendo quasi il senso di inadeguatezza provato dalle Inclassificabili Disomogenee Periferiche della Zona venticinque le volte che quelle sciagurate si imbattono, volontariamente, nelle Rocce del Pentimento Rituale.
Quando si è poco più che una Devota Immatura della Seconda Istituzione, si padroneggia la vita con parsimoniosa risolutezza, nulla di lecito è precluso alle possibilità cognitive, eppure sfugge l’essenziale, sfugge che il tempo deturpa l’appagamento.
Ed io, nonostante le esperienze pregresse e necessarie, ero una tipica ragazza poco più grande di una Devota Immatura della Seconda Istituzione.
Tutto qua.

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