«Il fuoco scagliato è sceso nelle mie ossa. Soffro perennemente. Caduta nella rete, la nuca si è spezzata. Chi mi consola? Tutti sono fuggiti. Tutti mi hanno tradito. Quello che possedevo è stato inghiottito senza pietà. La splendida vista è stata demolita. Il disgusto ha vinto. I miei occhi si consumano di lacrime. Nel fremito delle mie viscere, il fegato si scioglie per terra. La mia carne e la mia pelle sono disfatte. Non posso gridare, la mia preghiera è soffocata. L’oro si è frantumato in tante scaglie nere, perdendo ogni riflesso, come se una sapienza remota fosse andata dispersa nei frammenti. Dove prima brillava una stella interiore, ora resta un ricordo informe.»
Come si era potuta macchiare? La panchina pareva pulita. Le travi verdi del compensato logoro risplendevano tenui sotto a quel timido sole di marzo. Eppure, i jeans, sul retro della coscia destra, erano macchiati di unto. Due dodicenni, che sfrecciarono in bicicletta accanto a lei, le incussero un indefinito terrore. Pensò alla nuova coupé di Daniele. Quelle linee affusolate da lei tanto detestate.
«Non se lo sa spiegare?».
Irruppe imperiosa la voce di una signora massiccia in grembiule dai bordi dorati. Ester alzò gli occhi nervosamente su di lei. Avrebbe voluto rimostrare il proprio dissenso. Ma non disse nulla. Il naso della signora era deturpato da una cicatrice verticale. Gli occhi erano rossi e rilucevano una profondità sinistra, come se contenessero una mappa invisibile. Ester rimase paralizzata. Avrebbe voluto spostare la propria attenzione sulle labbra della signora, ma percepiva la pericolosità di qualsiasi movimento.
«Se lei è qui, adesso, non sarà una casualità. Le pietre non precipitano senza un disegno. E ogni traccia ha il suo specchio. Anche il segno più minimo risponde a una simmetria più vasta, come i solchi tracciati nel buio da chi costruisce con la squadra ma osserva con il cuore. Ci sono scale che non si vedono, ma si percorrono. Lei lo sa.»
Le mani erano sporche. Il cambio della ruota aveva lasciato i segni. Daniele si sentiva svenire dalla stanchezza. Ester non tornava. Gli avevano detto che era dalla madre. Falso. Lui non solo si era alzato alle sei, ma aveva anche avuto quel problema. Ma chi dubita non fa altro che fomentare lo sgomento. Sicché Daniele si accasciò per terra. Accanto al tappeto rosso fuoco. Non disse nulla. Che senso avrebbe parlare mentre si attende? Il sonno aiuta. O può aiutare se sul pavimento non si rintracciassero gocce di grasso rancido, disposte come piccoli segni tracciati a caso. Eppure qualcosa rivelava la forma di un pensiero. Un pensiero che si sarebbe mostrato solo dall’alto, più tardi. Al centro, una macchia più scura sembrava pulsare come un punto d’unione tra ciò che era avvenuto e ciò che stava per avvenire. Forse, come le lettere che precedono il silenzio, anche quei segni erano una porta. In quel silenzio geometrico, Daniele avvertì il battito muto di una stella invisibile.
