Non vi sarà più notte di Leonardo Colombati, Mondadori, 2026. Pagg. 649

Leggere Non vi sarà più notte è come osservare un illusionista che, con la complicità di Harry Houdini, fa sparire il Novecento che conosciamo per sostituirlo con uno meno funesto. Leonardo Colombati ci conduce in una Storia dove “le diplomazie europee, dopo avere a lungo perpetrato l’omicidio collettivo, avevano deciso di sostituire lo sportsman al soldato, la maschera di fil di ferro al colbacco, la racchetta al pugnale.

Ma Non vi sarà più notte è anche e soprattutto un invito a riflettere – così come solo la letteratura può fare – su quanto possa essere incerto e fragile un lungo tempo di pace – sogno diurno che trema davanti all’inevitabile ritorno della notte. “E io inventavo la guerra per loro – anche se di guerre al mondo non se ne combatteva più una da quasi un secolo.”

 

Foto: immagini tratte dal dorso della copertina

Al centro di questa realtà alternativa si muove Vasilij Dmitrievič Kozlov, figura tragica e insieme vitale, ufficiale e giocatore, bussola dell’intera narrazione.
Io ero nato (…) a San Pietroburgo, il 21 aprile 1882, da un’antica famiglia di principi tartari (…) L’infanzia e l’adolescenza le ho trascorse tra la bella casa al n. 45 di Bol’shaya Morskaya e la dacia a Vyrica. Poiché in famiglia si parlavano correntemente, oltre al russo, anche il francese e l’inglese, ho letto in originale i miei libri preferiti.

Dmitrievič è un catalizzatore: la sua parabola esistenziale si intreccia in modo magico e strabiliante con le icone del suo tempo come Isadora Duncan e lo stesso Harry Houdini e con gli altri personaggi del romanzo. Lo incontriamo sul Nord Express diretto a Parigi, insieme a ufficiali schermidori, scacchisti e tennisti. Sbirciamo insieme a lui i tratti dell’incantevole Cécile Deprès: “poi, illuminata da tutta la luce che Berlino era disposta a concederci in quel momento, il suo viso, con quella gola così bianca e nuda, il mento appuntito e un ricciolo bruno che le sfuggiva sulla fronte dall’alta acconciatura.” A un certo punto lo vediamo tentennare di fronte all’offerta di Henry Trautman, spia americana, che gli propone di perdere l’incontro in cambio di tanti soldi e un biglietto per New York. La scelta di “tradire” lo porterà dall’altra parte dell’Atlantico e poi nel carcere di Sing Sing. Ma quando tutto sembra “segnato”, l’imprevedibile e il rocambolesco riportano Dmitrievič in Europa.

Colombati è magistrale nel trattare i personaggi come pilastri di un’impalcatura narrativa, in cui il destino individuale del protagonista diventa lo specchio deformante di un’umanità che non sembra aver rinunciato a “covare antichi odi e a nutrire nuove speranze di dominio gli uni sugli altri.”

Il romanzo non resta dentro un solo registro, ma mescola epica, avventura, documento, citazione e riflessione sul narrare; e soprattutto rende visibile che ogni racconto del Novecento è anche un artificio, una costruzione, una forma di interpretazione.

Ma la vera sfida vinta da Colombati risiede nella precisione millimetrica della lingua. La sua è una prosa sinfonica, capace di alternare il respiro epico delle grandi descrizioni storiche alla rapidità di uno sguardo appena accennato. C’è una cura quasi calligrafica nel vocabolario, che attinge a un repertorio colto senza mai risultare solenne: le parole pesano, hanno consistenza materica, sia quando descrivono le nebbie di San Pietroburgo sia quando scompongono il dinamismo di corpi in movimento. È uno stile che costruisce la realtà un aggettivo alla volta, costringendo il lettore a rallentare, a gustare la costruzione della frase come si farebbe con un classico dell’Ottocento, pur mantenendo un’urgenza narrativa squisitamente contemporanea. In questa densità linguistica, il romanzo trova la sua stabilità: la lingua di Colombati è il cemento che tiene unite la “storia alternativa” (l’ucronia) e la Storia.
Se l’architettura di Non vi sarà più notte poggia su una premessa di pace, tra le righe pulsa l’ineluttabilità del Male. Se pure la guerra è stata momentaneamente espulsa dagli scenari mondiali, il Male continua a “lavorare”, non più come evento geopolitico, ma come forza gravitazionale, come entropia.

Vasilij Dmitrievič si muove in un mondo dove l’orrore dei campi di battaglia è stato sostituito da una subdola e perversa manipolazione delle coscienze.
È qui che il romanzo di Colombati smette di essere un divertissement ucronico per farsi riflessione filosofica: può un’imposizione emendare la natura violenta della nostra specie? La risposta è il vero cuore pulsante e oscuro di quest’opera monumentale.

Leonardo Colombati compie un’operazione vertiginosa: la Guerra non viene cancellata, ma sublimata. Il conflitto bellico, con la sua rozza distruzione, cede il passo a una catarsi rituale. La violenza intrinseca dell’uomo non svanisce, ma viene messa in scena in modo controllato. E, proprio in questa apparente armonia, il Male continua ad agire sotto altra forma.
Non occorre arrivare all’ultima pagina per avvertire questa tensione metafisica: il Male non arretra neppure quando sembra che la luce abbia conquistato ogni spazio. Qui risiede l’ironia tragica del titolo: Il verso “Non vi sarà più notte” (Apocalisse 22,5) evoca la promessa apocalittica di redenzione; ma nel contesto del romanzo quella promessa si rovescia in un paradosso perturbante, perché il Male continua a muoversi. “«A quanti sostengono che la pace sia una conseguenza necessaria del progresso della civiltà (…), io dico che s’illudono, che compiono l’errore di leggere la Storia con gli occhiali delle loro proprie ideologie.»
«Ci sarà la guerra, quindi?»
«Senza alcun dubbio. Io non ho nessuno, là fuori; ma mi dispiacerebbe se l’umanità si distruggesse con le proprie mani.»”

La vastità monumentale del romanzo – seicentocinquanta pagine – è lo spazio richiesto da un’architettura che vuole contenere l’intero Novecento, reale o immaginato che sia. La lettura di Non vi sarà più notte, richiede tempo e pretende dedizione, ma restituisce il senso di quella Grande Letteratura che credevamo perduta.

Leonardo Colombati ci consegna un’opera che sfida l’oscurità del nostro tempo con la luce di un’invenzione purissima: anche quando la notte sembra vinta, è proprio nel chiarore del mito che dobbiamo imparare a restare svegli.
Un’immersione nella storia che non è stata, per capire meglio quella che abbiamo vissuto e quella che verrà.

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