La strega

A sette anni, la domenica mattina sapeva di latte macchiato e detergente. Da Niccolai, in viale Somalia, tutto era al suo posto — i cucchiaini in fila, i cornetti esposti come diademi, le voci basse di chi usciva dalla messa, il vecchio proprietario dalla mandibola cascante alla cassa. Un equilibrio semplice, domestico.
Lei lo rompeva.
Non entrava: compariva. Come se il bar, a un certo punto, la producesse. Nera da capo a piedi. I capelli bianchi in disordine. Gli occhi grigi dietro lenti spesse che li rendevano instabili, come se non riuscissero a stare in asse per più di un istante. La voce sinistra arrivava prima del corpo, un taglio nell’aria.
Si avvicinava.
La mano, cosparsa di efelidi senili, trovava la mia testa.
«Sei un angioletto.»
Sempre così. Stessa frase, stesso gesto. Un rito che mi terrorizzava.
Io non reagivo. Rimanevo fermo, atterrito. Ma la mia non era solo paura. Sentivo la sensazione netta che il mondo si fosse incrinato e avesse prodotto un essere deforme, dissonante con il bar, la domenica, la luce, la vita.
Federica la sentiva prima di me. Si scostava di pochi centimetri, abbastanza per sottrarsi, non abbastanza per non farsi notare. Taceva. Accoglieva la situazione come si accolgono i segnali deboli: senza commento.
A volte la incontravamo fuori. Stessa figura, stessa disarmonia, come un abito sudicio in una serata di gala. Camminava senza direzione, o forse seguendone una che non coincideva con la strada.
«Mamma, scappiamo.»
Mia madre obbediva con un’energia compressa, che tentava invano di dissimulare. Attraversavamo.
Bastava poco per ristabilire la distanza tra noi e lei, tra l’ordine e quella presenza che lo screpolava.
Per anni fu così: apparizioni, contatti, fastidi, spaventi, sottrazioni.
Lentamente qualcosa cambiò.
Continuava a guardarci. Si capiva che ci riconosceva: lo sguardo impercettibile si soffermava su di noi per qualche secondo come se cercasse un nome dimenticato. Ma non allungava più la mano. Restava a distanza.
Sorrideva.
Un sorriso che non chiedeva risposta. Non era rivolto a noi. Piuttosto a sé stessa, come dentro a una considerazione interrotta.
Poi sparì.
Nessun giorno preciso. A un certo punto, semplicemente, non c’era più.
Niccolai rimase identico, anche dopo la morte del vecchio proprietario dalla mandibola cascante, sostituito alla cassa dal figlio allampanato. Le domeniche continuarono a ripetersi senza attrito. Nessuno fece domande.
Per molto tempo non ci pensai.
Adesso la scena torna con un’altra consistenza.
Una donna sola che entra in un luogo affollato e tenta un contatto minimo, sempre lo stesso, come si prova una chiave su una porta che non si apre. Un gesto breve, ripetuto.
Io ero la superficie più vicina.
Non c’era nulla di oscuro. Nessuna minaccia. Soltanto una pressione muta in cerca di un varco.
Da bambini la chiamavamo Strega perché non avevamo altri nomi.
Il nome reale era Solitudine, in una forma troppo compatta per essere riconosciuta.
Vestita di nero, la domenica mattina dei miei sette anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Unisciti alla nostra community letteraria!

Altri articoli che potrebbero piacerti