ROMANZI AL FEMMINILE – 2
Nel 2025 è uscito il romanzo La femminanza, di Antonella Mollicone. Chi un po’ ci segue sa che non intendiamo parlare solo dei libri appena usciti, dicendone variamente bene o male come è costume di centinaia di recensori on e offline. Crediamo sia interessante soffermarsi non di rado sui libri anche a una certa distanza dalla loro uscita per cercare di rendersi conto della loro tenuta letteraria o anche, ove possibile, della loro collocazione negli usi e costumi, si potrebbe dire nel mainstream della nostra letteratura. La femminanza costituisce un caso a un tempo tipico e particolare.
Partiamo dalla tipicità e dal mainstream dominante di cui è un esemplare tipico. Parlo, riprendendo un tema su cui qualche volta ritorno, del romanzo al femminile, vale a dire il romanzo non semplicemente scritto da una donna, bensì scritto da una donna su donne emblemi indefettibili del corretto, del buono e del giusto femminini. Queste donne personaggio non sono raccontate con intenti puramente o prevalentemente letterari e narrativi, quanto piuttosto come donne-tesi, portatrici apertamente riconoscibili del messaggio di parità di genere, dell’autonomia delle scelte e della non accettazione dei modi della società patriarcale, come è più trendy dire oggi rispetto all’obsoleto maschilista. Meglio ancora, e in genere più foriero di consensi da parte del pubblico, se queste donne sono delle antesignane del messaggio femminile e sono collocate in un passato più o meno recente. Il romanzo al femminile così inteso, non solo tracima nella narrativa ma questi suoi canoni sono di fatto pressoché obbligatori. Oggi pochissimi, forse nessuno anche tra gli scrittori, avrebbero il coraggio di derogare dal loro dettato o anche di tralasciarlo perché ad esempio in un romanzo parlano d’altro.
Un filone importante ma anche rischioso, come è stato notato, perché può diventare prevedibile. Il personaggio femminile forte, libero, ribelle, antesignano, non conforme è ormai quasi un obbligo morale prima ancora che narrativo. Il rischio è che la letteratura diventi edificazione, che il romanzo sappia già in partenza dove deve andare a parare, che i personaggi si incarichino di dimostrare una tesi più che di vivere davvero.
Con La femminanza, Antonella Mollicone si attiene in pieno, il titolo del romanzo è già un annuncio inequivocabile, a questi canoni del romanzo al femminile. Ma ora passiamo dal caso tipico al caso particolare. Infatti lo fa, pur con qualche manierismo ripetitivo e pur idoleggiando un altro dei temi ormai consolidati del mainstream correct, quello del territorio, delle radici et similia, dandoci un romanzo originale, storico-antropologico al femminile, a tratti potente, percorrendo una strada insolita con convinzione, passione e, mi sembra proprio di poter dire, onestà intellettuale, il che oggidì non è proprio poco. Un romanzo ben accolto dalla critica e benissimo dal pubblico. In estrema sintesi: ci si può adeguare, magari anche con consapevole furbizia, ai codici onnipervasivi del correct e scrivere allo stesso tempo qualcosa di vero e di buono, a tratti veramente buono.
Ne parlo trascorso un certo tempo dalla pubblicazione e quindi posso dedicare pochissime righe alla storia raccontata. Il territorio è quello del Basso Lazio, più o meno la Ciociaria, terra della scrittrice, una terra che lei ama e che ha indagato profondamente prima di arrivare a scrivere la Femminanza. La vicenda copre l’arco di tempo di più generazioni dal primo Novecento fino al secondo dopoguerra, generazioni di cui sono assolute protagoniste le donne del paese, che per decenni si riuniscono, si confrontano e si confortano, condividono i loro saperi, i problemi della loro vita personale, familiare, lavorativa, i loro desideri e i loro progetti anche di rottura nei confronti di una società maschilista da secoli e da secoli divisa in molti poveri, popolani e contadini. e pochi signori.
Si riuniscono nella Cerchia, creata spontaneamente e portata avanti autonomamente nel tempo dalle donne, solo dalle donne. Femminanza significa qualcosa d’altro, e forse di più, rispetto alla solidarietà femminile e al femminismo contemporaneo. E’ un’idea, un modo di affrontare la vita in una situazione storico-sociale appartata e forte, e contiene in sé, come è stato detto, femminilità, rabbia, cura, sapienza, corpo, ribellione, genealogia.
I temi sono quelli ormai tipici e inevitabili del mainstream cui mi riferivo sopra, i saperi femminili, il patriarcato, la volontà di decidere autonomamente, di sottrarsi agli schemi scritti da secoli, la libertà di scegliere, scegliere l’amore, lo studio, la vita. Ma La femminanza dà l’impressione di scaturire da una adesione forte e radicata di Antonella Mollicone all’ambiente e alle persone che costituiscono questo affresco di una parte d’Italia poco nota alla letteratura e quasi sorprendente per la sua forza e per la ricchezza della sua umanità. Il femminile della Mollicone è serio, direi realistico, non cade mai nelle formule banalizzate del revanscismo femminista, pur essendo energico e aggressivo, duro e contraddittorio, men che meno del vittimismo, men che meno nell’idealizzazione positiva sempre e comunque delle femmine.
Della lingua, una lingua straripante di dialetto, critici e commentatori hanno già detto tutto. Si tratta dell’elemento più immediatamente attrattivo e, per la sua difficoltà a tratti reale per il lettore, respingente del romanzo, nonché della scelta più immediatamente impattante nell’ambito di una immersione molto voluta e molto studiata nei modi del territorio. Ma anche su questo elemento così esibito del romanzo l’impressione è che la lunga ricerca sul campo e la volontà intellettualisticamente archeologica dell’autrice non si traducano in artificiosità e che questo tipo di scelta di linguaggio faccia parte integrante, in maniera ben armonizzata, di un posizionamento culturale e letterario che sento spontaneo, autentico.
E anche se le eventuali non spontaneità e la non autenticità non c’entrano in alcun caso con la qualità di un’opera letteraria, non costituiscano in sé un elemento negativo, il fatto che la Mollicone ci trasmetta questa impressione di spontaneità e di autenticità rende la lettura del romanzo un’esperienza decisamente convincente.
Massima conclusiva: ci si può adeguare a un certo spirito del tempo, che in moltissimi casi non può non essere percepito come manierista e soffocante, scrivendo un bel romanzo.
