Poetessa prima che romanziera, ha attraversato mezzo secolo di scrittura mantenendo una fedeltà rara alla propria voce, una lingua visionaria, di ascendenza barocca, in cui il verso e la prosa si contendono da sempre lo stesso territorio. Con Di spalle a questo mondo (Neri Pozza), consacrato dal Premio Campiello 2025, quella ricerca trova il suo suggello nella figura di Ferdinando Palasciano, il chirurgo che proclamò la neutralità dei feriti di guerra e pagò con la follia la propria lucidità. L’abbiamo incontrata per parlare di città e di fantasmi, di amicizie poetiche e di congedi, e di ciò che uno scrittore, voltando le spalle al mondo, sceglie di lasciare.
Lei è poetessa, romanziera, attrice, regista, insegnante. Come convivono queste identità? Esiste un centro di gravità da cui tutto si irradia, oppure è proprio nella dispersione che la sua scrittura trova la propria voce?
Direi che non si tratta di dispersione, perché la vocazione di attrice, la formazione di regista, di insegnante e quello che poi è il lavoro più concreto, quello di scrivere, di tentare di scrivere romanzi, non sono dispersioni, ma appartengono, come lei anticipa, a un centro di gravità ben preciso. Di che cosa è fatto questo centro di gravità? È fatto di tutti i libri che ho amato e di tutte le ferite che ho ricevuto, e che magari ho anche dato.
Senza la connessione fra queste due realtà, che sono al contempo belle, brutte, magnifiche e orride, non si potrebbe dare scrittura, ma credo che non si potrebbe dare nessuna forma d’arte. L’attrice l’ho fatta in pochissimi eventi significativi, quasi come forme di saluto al teatro che avevo lasciato, e così anche la regia. Il mio lavoro di insegnante non è mai stato stridente, mai in contrasto con quello della scrittura, anche se ho dovuto aspettare molti anni prima di dedicarmi alla prosa, perché tra l’insegnamento, la famiglia e i figli da crescere sarebbe stato molto difficile dedicarsi alla costruzione di un romanzo.
Per la poesia, invece, furono le mie balbuzie poetiche, chiamiamole così. Anche se mi hanno onorato con il Premio Montale ed ebbi il coraggio di pubblicare ben sette-otto raccolte, queste cose sono nate da una fortissima istintualità poetica che mi sono ritrovata, come molti di noi, fin dagli anni dell’infanzia. L’istintualità poetica, il senso della drammaturgia, l’obiettivo di consegnare a un romanzo una visione del mondo e, per l’appunto, le ferite proprie che parlano alle ferite di tutti, è il lavoro che cerco di fare, e tutto è rientrato nell’operatività con cui ogni mattina mi siedo allo scrittoio e cerco di cavare da me qualcosa di dignitoso.
Napoli è più di un’ambientazione nei suoi libri, è materia viva, una città-corpo che nei suoi romanzi respira, si tormenta, si lega profondamente all’arte e alla storia. Lei, che non l’ha mai davvero lasciata, quale anima custodisce nella scrittura, e quanto la sua città interiore coincide con quella che vive?
No, no, io la lascio e la riprendo ogni giorno. Rispetto a questa città vivo una mia forma di esilio, di rigetto. Non vorrei entrare nel solito odi et amo, ma potremmo partire da lì.
Napoli nei miei testi è un’ambientazione nel senso che è una scena vivente, un teatro del mondo, come è stato detto più volte. Poteva essere qualunque altra città del sud del mondo, avrei fatto lo stesso tipo di operazione, avrei cercato di restituirne la crudezza, l’iniquità, ma anche la bellezza, avrei cercato di mettere a confronto l’alto e il basso della mia città, che coincide con la mia interiorità proprio lì dove si parla della mia esperienza del vuoto, del male, dell’iniquità sociale, ma coincide anche con una volontà di superamento, di trasfigurazione, che mi accompagna fin dagli anni dell’infanzia. Sono nata su questa collina di Capodimonte da cui Napoli si vede in una sorta di aberrazione prospettica, dove il mare lo reinventi, il cielo lo reinventi, le case le reinventi davvero, secondo una percezione della realtà molto personale. È chiaro che è anche la Napoli che può venire da Basile, da Salvatore Di Giacomo, da Eduardo, da Ermanno Rea, da Domenico Rea, da tanti bravissimi scrittori del passato.
Ma io un po’ insorgo quando si parla di napoletanità. Se lo scrittore nato a Napoli si serve del dialetto qualche volta, e nel mio caso accade quando è necessario, quando a parlare è l’umile, l’ignorante, la persona che non ha potuto studiare, non si tratta di napoletanità, si tratta in realtà di una forma di carcere, come accade nei grandi personaggi della letteratura, una forma da cui scatta il sogno del cambiamento, il sogno della bellezza da rifondare, della giustizia da rifondare. Ripeto, in questo senso, per me Napoli, come lo sono i personaggi del libro, è un pretesto. Era un teatro, dovevo tirare il sipario e lasciarlo aperto sull’anima e sul carattere di una città del sud, che parlano attraverso le proprie miserie e le proprie aspirazioni al miglioramento.
Il periodo romano, all’Accademia d’Arte Drammatica «Silvio d’Amico», è stato decisivo per la sua formazione. Cosa ha significato per lei quel passaggio, umano e artistico?
È stato decisivo per la mia formazione, ho incontrato i più grandi maestri che potessi desiderare, da Luca Ronconi ad Aldo Trionfo, da Anna Miserocchi a Marisa Fabbri, Elena Povoledo, Luigi Maria Musati, Lorenzo Salveti. Maestri nel vero senso della parola. Ed è accaduta una cosa bellissima, che dovrebbe accadere in ogni tipo di scuola, il metodo.
Capire prima scientificamente come entrare nell’arena, e poi come entrarci poeticamente.
Wanda Marasco
Il metodo andava dallo studio dei classici alla prova materica in scena, bisognava dimostrare che avevi capito, e dovevi dimostrarlo con il corpo, la voce, l’espressività, l’immedesimazione, la distanziazione, a seconda di ciò che il testo in questione richiedeva. Questo passaggio era fondamentale, significava capire prima scientificamente come entrare nell’arena, e poi come entrarci poeticamente, vivificando i significati del testo. È stata una prova meravigliosa. Poi gli anni romani hanno significato un contatto più forte con Maria Luisa Spaziani, Jolanda Insana, Elio Pecora e, per un po’ di tempo, Dario Bellezza.
In quegli anni ha incontrato e frequentato il poeta Dario Bellezza, scomparso nel 1996. Quale forma di dialogo si era instaurata tra voi, e quale traccia ha lasciato nel suo percorso?
Allora, non è che io abbia visto Dario molte volte, forse una decina di incontri.
Andai da lui a Roma con le mie prime balbuzie sottobraccio, mi pare di ricordare fosse in via dei Pettinari. Fu un incontro all’inizio un po’ fantasmato, bussai a un citofono e si affacciò una vecchina. Le urlai che volevo consegnare delle cose a Dario Bellezza, e lei mi rispose «Non c’è, ma può dare a me». E mi calò un panierino, ci misi la mia raccolta di poesie, e il panierino salì. Aspettai Dario giù al palazzo, poi venne, salimmo insieme quelle scale strette e scure, mi aprì le porte di casa sua e cominciò a interrogarmi.
Una delle prime domande fu se io fossi etero o meno. E ricordo una cosa paradossale, per non dispiacergli, per non essere considerata da meno nella mia giovinezza, tenga conto che avevo vent’anni, e i vent’anni di allora equivalgono un po’ ai sedici di oggi, risposi «Ah, non lo so». E lui mi chiese «Come non lo sai?». E io dissi «Tutto può accadere nella vita, magari anche una scelta di tipo diverso». Era perché, nella mia ingenuità, volevo che mi considerasse un po’ più affine, e feci questa cosa incredibile, veramente paradossale.
Dopo di che parlavamo di poesia, dei poeti che più amavo, e naturalmente ci ritrovammo sui francesi, da Baudelaire a Rimbaud, sulla letteratura russa, su Virginia Woolf, su Thomas Mann, su Christa Wolf, eccetera eccetera. Avevamo questi dialoghi, ripresi in varie occasioni, andando anche in trattoria.
Ma l’ultima volta che lo vidi, forse lui era già malato, era circondato da un gruppo di ragazzi che quasi si facevano beffa di lui, e io lo vidi così stanco, così consumato. A un certo punto gli chiesi «Ma come stai?». E lui disse una frase che ho poi introdotto nel mio nuovo romanzo, ma che conosciamo da Dante in poi, e anche dagli inferi della classicità, «Ogni inferno vuole la sua forma, e io l’ho trovata». «Che cos’è?», gli chiesi. E lui mi rispose «Wanda, non ti piaccio più?». E io gli dissi «Come, non mi piaci più? Sono solo preoccupata, preoccupata per te». Da allora non l’ho più visto.
Poi ho saputo, naturalmente, da altri amici, da Elio Pecora e altri, della sua malattia, di come è finito. Gli sono grata perché fu con me molto generoso, citandomi su vari giornali dell’epoca, scrivendo per me delle bellissime recensioni. Il ricordo è quello di un uomo, di un poeta straordinario, e Dario è uno dei grandi poeti della seconda metà del Novecento, questo è indiscusso, ma anche di una persona presa ormai da una forma di autodannazione. Non so se tutto questo si può scrivere, ma è la verità.
Nel romanzo Di spalle a questo mondo (Neri Pozza, 2025) lei si confronta con le figure storiche di Ferdinando Palasciano, medico visionario, precursore dell’etica della cura anche in tempo di guerra, e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova, figura enigmatica e vulnerabile. Quali tensioni sono emerse tra realtà storica e narrazione, e quanto la scrittura ha trasformato la materia storica, evitando una restituzione puramente biografica?
Sì. Il mio obiettivo non era scrivere un romanzo storico, che magari sarebbe stato anche interessante, o di storia della medicina, perché si rischiava la nicchia, e non ne sarei stata in grado, dato che me ne mancavano e me ne mancano le capacità. Il mio obiettivo era lo stesso che ho avuto ogni volta che ho scritto un romanzo, un continuo daccapo, un continuo ricominciamento, cioè usare la storia e il tempo come pretesti, e così anche le due creature, che io chiamo Ferdinando e Olga.
Dietro la maschera di Ferdinando e di Olga ci sono io, potrei dire Ferdinando c’est moi, e Olga c’est moi.
Wanda Marasco
Naturalmente un principio di realtà c’è, e anche un principio autobiografico, perché la torre di Ferdinando e Olga sta proprio dinanzi alla casa in cui sono nata, e l’ho avuta davanti come una quinta dell’anima per gran parte della vita, per oltre quarant’anni, ed era sicuramente foriera di immaginazione. Poi, dopo Il genio dell’abbandono, ho immaginato durante gli anni della pandemia che avvenisse una sorta di scambio tra Vincenzo Gemito e Ferdinando Palasciano, protagonista del nuovo romanzo, lo scambio di questa forma di follia, che in realtà è una forma di gnosi, di nuova conoscenza, di terzo occhio che permette di annodare la realtà. E dietro la maschera di Ferdinando e di Olga ci sono io, potrei dire Ferdinando c’est moi, e Olga c’est moi, come lo è stato Vincenzo Gemito e altri personaggi in altri romanzi.
Credo molto nella mia vocazione a indossare maschere. Ho indossato quella di Palasciano e di Olga sapendo che mi avrebbero parlato di guerra, di malattia, di amore, di preparazione alla morte, di utopie, perché nella loro esistenza hanno praticato queste dimensioni. In un romanzo mi interessa cavalcare questi grandi temi, non saprei farne a meno. Certo, con i limiti che ho, però ci provo, partendo dai colori delle mie varie formazioni e dalle esperienze di vita, da una memoria profondissima che ho delle mie esperienze di vita, che sono «ferite e feritoie», attraverso le quali ho letto, studiato, interpretato la realtà. E il romanzo è la trascrizione di questa forma di esistenza e di conoscenza.
Finalista al The Superbook Award 2026 e, dopo il Premio Campiello 2025, cosa sente di lasciare alle spalle? Verso dove si dirige il suo futuro di scrittrice, c’è un territorio reale o interiore che sente di voler ancora esplorare?
Non c’è un territorio reale che per me non diventi interiore. Avrà inteso anche lei che l’interiorità domina la mia pagina.
Persino il dato storico viene piegato a questa interiorità, è un alibi per tornare alla vita interiore. Non mi lascio nulla alle spalle. Del resto Ferdinando e Olga danno le spalle a quel tipo di mondo, ma il loro sguardo è rivolto comunque all’ideale di un mondo migliore, e a una morte che abbia il senso della necessità della morte e il senso della poesia. No, non lascio niente alle spalle, conservo come posso, come potrò, quello che ho tentato di fare.
Il mio futuro di scrittrice? Non lo sappiamo, non abbiamo la sfera, speriamo che ci sia. Nel presente posso dirle che ho già cominciato il nuovo romanzo, partirà da un’infanzia assoluta, sarà in minima parte autobiografico, anche qui l’autobiografia è un pretesto, e ha come tema centrale la morte e l’infanzia. I temi sono sempre quelli, sempre gli stessi, perché ahimè, o in qualche caso meno male, quando si tratta dell’amore e degli ideali sono quelli che hanno strutturato il mondo e la psiche, o l’impegno politico dell’uomo. Sempre quelli.
Biografia
Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni, 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto, 1997). I suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono (Neri Pozza, 2015) è stato selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma. Nel 2017, sempre per Neri Pozza, è uscito il romanzo La compagnia delle anime finte, finalista al Premio Strega. Nel 2025 ha vinto il Premio Campiello con Di spalle a questo mondo (Neri Pozza), con cui nel 2026 è finalista del The Superbook Award, il premio dei premi letterari italiani assegnato a New York.
