Ombre folli. Lettere 1927 – 1938. Joseph Roth – Stefan Zweig. 

Joseph Roth – Stefan Zweig. Ombre folli. Lettere 1927-1938, a cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel. Postfazione di Heinz Lunzer. Traduzione di Ada Vigliani. Adelphi Edizioni.

L’ultima lettera raccolta in Ombre folli porta la firma di Stefan Zweig. “Le ho già scritto tre o quattro volte, ma non ho mai ricevuto risposta, e, in nome della nostra vecchia amicizia, credo di avere il diritto di chiederLe che cosa intende dirmi con questo Suo ostinato e – voglio sperare – non malevolo silenzio.” È il 17 dicembre 1938. Zweig è a Londra. “Il suo silenzio è troppo palese, troppo persistente e angosciante”, continua, “perché io possa spiegarmelo soltanto con il suo eccesso di impegni.” La risposta non arriverà. Roth morirà pochi mesi dopo, il 27 maggio 1939, a quarantaquattro anni, e quella lettera resterà una ferita aperta.
“L’ho amato come un fratello.” Scriverà poi Zweig all’amico Romain Rolland, parlando proprio della morte di Roth. La frase sembra fatta per reggere il peso di un’intera epoca. Per rendersene conto basta guardare la luce piena della foto di copertina, scattata a Ostenda nel 1936. L’unica immagine in cui appaiono insieme. Uno sorride, quasi compiaciuto; l’altro resta chiuso, concentrato, come se la giornata assolata non riuscisse a scaldarlo davvero. In quel tavolo c’è tutto: un’amicizia che regge nonostante le distanze, un’Europa in bilico, due modi opposti di stare sull’orlo della catastrofe.
Per Zweig dire “fratello” è una scelta morale. Joseph Roth è l’amico che si ama anche quando diventa faticoso: quando chiede, quando si lamenta, quando crolla, quando pretende.
Ombre folli racconta un’amicizia poco confortata dalla presenza fisica, eppure diventa subito intima, quotidiana, necessaria. Dal 1927 al 1938 le lettere passano dalla mano di uno a quella dell’altro come passano i giorni nei tempi difficili: in fretta, con urgenza, col fiato corto. Roth scrive dalla precarietà, dalla fame di sicurezza materiale, dalle ombre dell’alcol e della disperazione. Zweig risponde con una fiducia che oggi appare inverosimile, ma che è il suo modo di resistere. Due ebrei europei, due scrittori diversissimi, due visioni della frattura: da una parte chi vede la rovina arrivare, dall’altra chi continua a sperare che la ragione, alla fine, rimetterà tutto in ordine.
Nel settembre 1934 Roth si lamenta con l’amico, dimostrando di aver già colto la rapidità con cui un intero ecosistema culturale si sta adeguando al nazismo. “Da quando Hitler è andato al potere, i giornali austriaci mi trattano come non esistessi. E anche nelle redazioni non ho più amici.” Roth ha collegato i segnali: il crollo dell’economia e il conseguente impoverimento diffuso, l’esilio dei migliori intellettuali, la disaffezione dei lettori, il linguaggio pubblico colonizzato dalla violenza.
Già l’anno precedente gli aveva scritto: “Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…) Dall’alto della Sua noblesse Lei non è in grado di comprendere gli istinti di un portinaio. Perciò non ha mai visto i prussiani come li vedo io. Io li ho conosciuti in battaglia.” E ancora: “Ormai si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi. Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita. Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa.
Zweig lo sollecita ad abbandonare le “fantasie pessimiste” perché “alla fine tutto si aggiusterà da sé”. Lo scrittore viennese si rimprovererà di non aver saputo cogliere il fallimento dell’intero orizzonte culturale borghese, aggrappato all’idea rassicurante che il peggio non può reggere a lungo perché non è “conveniente” — e che, prima o poi, il mondo tornerà a posto da solo.
Lei non dipende dagli editori e dai loro anticipi. Lei può tacere anche per due anni. Lei è davvero uno scrittore libero”, gli scrive Roth il 10 luglio 1937 dal Grand Hotel Cosmopolite di Bruxelles. L’autore de La leggenda del santo bevitore vive una diversa situazione. Un mese dopo, da un hotel di Ostenda, scrive: “Ho una paura tremenda di precipitare nell’abisso, in queste latrine. Lo vede, vero, che tutto mi spinge là in fondo? E cerchi di capire. La prego, che non è colpa mia. E La prego, consideri il mio lavoro. Mi sono rovinato il nome, per troppo zelo, per troppi libri uno dopo l’altro.”
Roth è disperato per una ragione precisa: il suo nuovo editore non gli ha pagato l’anticipo mensile. “Ricevo centoventicinque fiorini al mese. Servono a coprire tutto, il conto dell’albergo e le mie necessità. L’editore, quello nuovo, che è stato la mia salvezza, non mi versa la rata perché è partito per le vacanze. Adesso non ho più nulla, tranne qualche francobollo acquistato per averne una scorta (…).
È costretto a chiedere: “Per quasi un anno non L’avevo più lordata con le mie squallide faccende. Mi perdoni! Se riesce a perdonarmi. Spero che almeno mi risponda subito. Se riesce a fare in modo che mi arrivi denaro dal Belgio o da Parigi (…). Che cosa dovrei fare? La prego mi risponda.” E più avanti: “Mi creda però: in tutta questa catastrofe, la cosa più importante per me è avere la certezza che Lei mi perdona. La prego, mi mandi un telegramma.”
Stefan Zweig aiuterà l’amico.
Il rapporto di Roth con gli editori, in particolare quelli ebrei, è difficile e compromesso. Il 7 settembre 1937 scrive: “Un editore ebreo che non pubblica un libro solo perché non avrebbe mercato nel Reich di Goebbels e invece pubblica solo quei libri, il cui mercato non sia a rischio nel Reich degli antisemiti; un editore simile è l’ultimo dei vermi, e io naturalmente cercherò in tutti i modi di calpestarlo.
Nella lettera di Stefan Zweig del successivo 25 settembre si legge: “No, Roth, non diventi duro in risposta alla durezza del nostro tempo, ciò significherebbe accettarla, rafforzarla! No, non diventi bellicoso, non diventi spietato: è grazie alla loro brutalità che gli spietati trionfano – piuttosto li contrasti mostrandosi diverso, meglio farsi deridere per la propria debolezza che rinnegare la propria natura. Roth, non si inasprisca, noi abbiamo bisogno di Lei, perché il nostro tempo assetato di sangue è tuttavia molto anemico in fatto di energia morale. Si tenga su! E restiamo uniti noi pochi!”.
Roth, definendo l’editore “l’ultimo dei vermi”, non sta solo insultando un uomo: sta svelando un meccanismo. La paura nascosta sotto il cappotto della prudenza; il bieco calcolo che si traveste da realismo; l’istinto di sopravvivenza che, pur di evitare guai, finisce per schierarsi con chi li produce. Roth si sente ferito, offeso, minacciato: non è odio, è rabbia. E soprattutto è il rifiuto dell’idea che l’intelligenza possa diventare servile e meschina.
Zweig risponde alla malvagità del mondo sottraendosi al contagio, o cercando di farlo. Sceglie di non tradire la propria natura, come si resta fedeli alla lingua madre quando nella Babele del presente si diffondono idiomi ignobili e volgari. Sollecita Roth a resistere, a opporsi senza assomigliare.
Tra questi due poli c’è una tensione. Roth si sente dentro la storia, scorge l’imminenza della frana e urla, perché l’urlo è l’unico modo che conosce per non sentirsi complice del silenzio. Zweig prova a salvare un nucleo di energia morale, proteggendo la fiamma con le mani mentre sta per scatenarsi la tempesta. E quando tutto si fa buio, resta questo: tenersi accanto in pochi.

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