“L’uomo che arrivava in auto era sempre lo stesso prete, un tipo magro, alto, con un viso rubicondo. Era calvo, ma gli restava una corona di capelli fulvi che da dietro le orecchie gli scendeva sulla nuca. Sebbene per i giapponesi non sia mai facile capire quanti anni abbiano gli occidentali, lui doveva averne cinquantadue o cinquantatré. Si chiamava René Villiers ed era il parroco, ovvero la massima autorità presso la chiesa di San Guglielmo.”
Siamo nella Tokyo dell’immediato dopoguerra e il romanzo, scritto nel 1959, ci porta dentro una comunità di preti cattolici impegnata a “tradurre”, in tutti i sensi, l’Occidente in un Giappone che rinasce dalle macerie.
L’entrata in scena del parroco non avviene in chiesa, né tra i parrocchiani di Shibuya, ma in un’abitazione privata; una grande casa isolata dove vive sola Ebara Yasuko, donna di mezza età, non sposata. Villiers la frequenta da oltre un decennio perché, questo sanno tutti, i due lavorano alla traduzione in giapponese di brani della Bibbia. Un compito che suona irreprensibile. “Eppure, le ripetute visite di un prete dai capelli rossi, per giunta a cadenza quotidiana e a qualsiasi ora del giorno e della notte, avvenivano un po’ troppo spesso.” Quella regolarità ambigua e ostinata introduce fin dalle prime pagine il sospetto di una “intimità” tra il prete e la donna.
L’attacco di Vangelo nero ci porta così in un territorio lontano dall’idea consueta di spiritualità. Anche perché non tarda a emergere un’altra singolarità. La comunità di sacerdoti, dietro l’apostolato, gestisce un traffico illecito di zucchero servendosi di piccoli criminali locali. I preti giustificano tra loro l’attività illegale adducendo le tante necessità economiche dell’evangelizzazione.
Matsumoto Seichō, maestro del social mystery, trasforma un inchiesta in letteratura con la lucidità di chi ha imparato a leggere la società “dal basso”. Nei suoi romanzi il delitto non è un rompicapo da risolvere, ma la conseguenza di un ambiente che si chiude a riccio per difendersi, di una reputazione che diventa un’armatura e di un potere che trova sempre il modo di sottrarsi.
Nella comunità di preti cattolici si fa rapidamente strada un seminarista, Charles Tolbecque, che non tarda ad attirare l’attenzione di padre Golgi, un altro prelato della chiesa di Shibuya. Una volta ordinato, Tolbecque impiega poco ad “accorgersi di quanto fosse amato dalle donne”. E tra le donne che frequentano la chiesa cattolica ce ne sono alcune particolarmente intraprendenti e attraenti.
Poi arriva il corpo. Una giovane hostess, Ikuta Setsuko, restituita dalle acque del vicino Genpakuji: un ritrovamento che non spalanca soltanto un’indagine, ma incrina l’intera scenografia. Matsumoto ha l’occhio del cronista e l’andatura del romanziere: la tensione non nasce dal colpo di scena, ma dall’accumulo di minime incongruenze — un dettaglio che smentisce i racconti, una testimonianza che si sfalda, un’autorità che sfugge e la verità che indietreggia proprio quando la si chiama in causa. Raccontare diventa così un atto di denuncia che non si limita a mettere in fila i fatti, ma ne immagina le motivazioni e smonta la macchina che li occulta e ne cancella le tracce.
Il libro nasce come finzione innestata su un fatto di cronaca reale: l’omicidio, a Tokyo, di una hostess della BOAC. Il 10 marzo 1959 una ragazza di ventisette anni, Takekawa Tomoko — nel romanzo trasfigurata in Ikuta Setsuko — viene trovata morta lungo il fiume Zenpukuji. I sospetti si addensano attorno a un sacerdote belga, Louis Charles Vermeersch, che nella finzione diventa Charles Tolbecque, figura liminale, insieme protetta ed esposta, incastrata in un cortocircuito fra polizia, stampa, diplomazia e Chiesa. L’inchiesta si trascina, si logora, si spegne; e proprio in questo esaurirsi delle domande, più che nella promessa di una soluzione, c’è il nucleo nero del vangelo di Matsumoto, racchiuso in una domanda: quanta realtà è ammessa quando la verità urta contro il potere?
Partendo dal precedente Saggio sull’omicidio della hostess, dedicato proprio al caso BOAC, Matsumoto imposta Vangelo nero partendo da una congettura: in assenza di un movente certo, ipotizza l’esistenza di un terzo uomo e di una rete di traffici internazionali, per spiegare la sistematica, silenziosa resistenza dei poteri forti, non soltanto giapponesi, ai tentativi della polizia di dare un volto all’assassino.
Dopo Vangelo nero, sempre più convinto che “l’inserimento di finzione finisca per offuscare e indebolire la verità oggettiva”, Matsumoto si dedica alla scrittura di Nebbia nera sul Giappone. Siamo nel pieno delle proteste degli anni Sessanta contro l’Anpo, il trattato che consentiva agli Stati Uniti di mantenere basi militari in Giappone. La tensione politica avrebbe poi trovato simboli estremi, come il suicidio rituale di Mishima Yukio nel 1970. Se, come annota Alessandro Passarella nella Nota al testo dell’edizione Adelphi, Nebbia nera sul Giappone affronta frontalmente casi irrisolti e scandali, riconducendoli a un’inquietante trama di ingerenze estere nella politica nipponica, Vangelo nero ne è, per così dire, il primo squarcio: il tentativo iniziale di incidere quella coltre oscura con gli strumenti del romanzo.
In Giappone del caso BOAC si è continuato a parlare anche di recente: Bunshun Online è tornato sulla vicenda il 30 aprile 2024 pubblicando estratti di un libro-inchiesta di Ōhashi Yoshiteru (Kieta shinpu, sono ato), uscito nel marzo 2023, che ripercorre la figura del “prete scomparso” e prova a rimettere ordine in un fascicolo rimasto pieno di buchi. Nel febbraio 2025 Bunshun Online ha rilanciato con una serie in tre puntate costruita sui giornali dell’epoca, insistendo soprattutto su come l’inchiesta si sia inceppata attorno al sacerdote belga: interrogatori difficili, evidenti pressioni per impedire di approfondire l’indagine e poi la svolta più “politica” di tutte, la partenza improvvisa dal Giappone, nel giugno 1959, del prete che ha messo la parola fine al tentativo di risolvere il caso.
