Nel panorama letterario italiano il Premio Strega resta un punto di riferimento capace di orientare la visibilità dei libri e il dibattito critico. In questa intervista Gianluigi Simonetti autore di Caccia allo Strega riflette sul ruolo dei premi sulle trasformazioni dell’editoria e sul rapporto tra letteratura e mercato.
Nel suo saggio Caccia allo Strega [nottetempo, 2023] lei ha svelato e minuziosamente sviscerato gli ingranaggi del premio letterario più ambito d’Italia. A distanza di tempo dalla pubblicazione del libro, percepisce qualche crepa nel sistema o il meccanismo di potere editoriale è rimasto inalterato?
Un gruppo ristretto di persone di mondo gestisce il premio dialogando con altre persone di mondo che lavorano nell’editoria, nella comunicazione, nell’industria culturale: questo è lo Strega.
Non parlerei di sistema, né di meccanismo: troppo organizzato, troppo impersonale e soprattutto troppo deresponsabilizzante. Un gruppo ristretto di persone di mondo gestisce il premio dialogando con altre persone di mondo che lavorano nell’editoria, nella comunicazione, nell’industria culturale: questo è lo Strega. Ed essendo persone di mondo, un po’ assecondano progetti culturali e economici, un po’ si adeguano alle trasformazioni sociali della letteratura e della lettura. Mi pare che negli ultimi due o tre anni la crisi del mercato librario (con la narrativa italiana che però rosicchia quote di mercato) e la crisi della stampa tradizionale (non veramente surrogata da quella digitale, né dal giro dei social) abbia ulteriormente rafforzato la centralità del premio nella comunicazione letteraria. E visto che lo Strega diventa sempre più determinante per la diffusione, la commercializzazione e ormai la sopravvivenza di un certo tipo di narrativa, il premio comunica se stesso sempre più come un “gioco” divertente, relativamente effimero, sganciato da volontà di canonizzazione. In realtà questo “gioco” non è mai stato così serio, né vincerlo così determinante. Lo Strega non ha mai contato di più.
Lei reputa lo Strega più un “brand” che un effettivo riconoscimento artistico. È dunque il Premio a essersi adattato alle logiche del marketing o è il mercato ad avere definitivamente “colonizzato” il Premio e, in generale, la narrativa italiana?
Il premio nasce come forma di riconoscimento artistico, basato su dinamiche di prestigio; nel tempo diventa un brand capace di creare notevole valore commerciale. Di conseguenza adotta – come tutti i brand – strategie di marketing (per esempio moltiplicando le attività e diversificando il marchio: Strega Europeo, Strega Poesia, Strega Giovani, Strega Ragazze e Ragazzi, eccetera). Ma va detto che oggi questa dinamica investe, almeno come aspirazione, tutta la cultura letteraria, non solo lo Strega; i primi a brandizzarsi sono i singoli scrittori, quando ad esempio – pur non essendo né volendosi autori di genere – si ‘specializzano’ in qualche filone, allo scopo di comunicarsi meglio: Cognetti narratore di montagna, Saviano esperto di malavita, Arminio re taumaturgo, Calandrone con le sue genealogie al femminile, eccetera. Le logiche del marketing o più in generale della comunicazione hanno colonizzato, per usare la sua espressione, il modo in cui molti autori si costruiscono e si promuovono. E in realtà, non solo gli autori; anche le persone comuni, narratori di se stessi in quella vetrina distorta che sono i social media. In questo senso, la distanza tra l’artista e il proprio pubblico si è accorciata: gli artisti si vendono come persone comuni, le persone comuni come artisti.
La “ricetta” per essere presi in considerazione dallo Strega – uno stile lineare, temi d’attualità, “nobile intrattenimento” – sembra ormai codificata. Secondo lei, quanto questa consapevolezza condiziona gli autori già in fase di scrittura, portandoli a scrivere “per il premio” anziché “per la letteratura”?
Mi pare evidente che alcuni romanzi vengano scritti pensando anche o soprattutto al circuito dei premi, ovvero adeguandosi a temi, forme e ideologie che quel circuito tende a premiare. Esagerando un po’, ma cogliendo una tendenza reale, Alfonso Berardinelli ha scritto che «è per il Premio Strega che si scrive. È in vista del prossimo Premio Strega che gli editori pubblicano romanzi. Il romanzo italiano oggi esiste perché c’è il Premio Strega che potrà premiarlo e promuoverlo». Se fino a un recente passato ad attrarre gli autori – in particolare i più deboli e insicuri – era soprattutto la certificazione di qualità che il premio consentiva di appuntarsi sul petto, adesso conta anche l’immensa vetrina promozionale cui il premio permette di accedere. E questo secondo aspetto diventerà sempre più importante se – come sta succedendo – verranno meno le alternative; se la società letteraria continuerà a impoverirsi di spazi, ricchezza, intelligenza e mediazioni.
Giusto che siano liberi, ma giusto pure che si assumano la responsabilità delle loro scelte.
Analizzando i vincitori e i finalisti passati, la sensazione è che la “ricetta Strega” premi spesso opere che fotografano e assecondano il gusto di un’epoca. Quanto c’è di destinato a durare nella letteratura selezionata dal Ninfeo e quanto, invece, svanirà con la stagione dei premi?
Chi organizza lo Strega sottolinea sempre più spesso – e molto più di quanto non accadesse in passato – che il premio non fa canone, non ha scopi critici, lavora sull’effimero e non sulla durata. Da una parte è una posizione sincera e intellettualmente onesta, perché è vero che il lavoro delle istituzioni letterarie non può né deve coincidere con quello della critica e della ricerca; dall’altra mi pare un modo per sottrarsi al peso delle scelte difficili, qualitative, controcorrente, magari impopolari dal punto di vista dell’industria culturale, che pensa solo al presente. Di fatto, pur confrontandosi con gusti estemporanei, i premi contribuiscono eccome alla formazione del canone, che lo vogliano o no; e di fatto, a operare le scelte di fondo dei premi sono persone che lavorano nell’ambito della critica e della ricerca, e da cui è legittimo aspettarsi posizioni non schizofreniche. Giusto che siano liberi, ma giusto pure che si assumano la responsabilità delle loro scelte.
Siamo all’ottantesima edizione e la dozzina di quest’anno sembra indicare un ritorno al romanzo di trama, dopo anni in cui erano prevalse l’autofiction e le narrazioni autobiografiche. Analizzando i titoli di quest’anno, vede una conferma della sua tesi o scorge i segnali di un cambiamento di rotta?
Ma l’autofiction e le narrazioni autobiografiche in gara negli scorsi anni avevano anche loro una trama, se non sempre nel senso di una ricca trafila di peripezie, almeno in quello di una struttura narrativa forte e facilmente comunicabile. In questo senso più esteso, la trama è oggi indispensabile per vincere un premio, e in generale per incontrare un pubblico largo. Del resto, il romanzo a bassa densità narrativa, e più in generale la prosa sperimentale, non hanno mai avuto vita facile allo Strega: ricordiamoci che Gadda, per dirne uno, non lo ha mai vinto. Sarà interessante quest’anno vedere cosa succede a Michele Mari, autore stilisticamente complesso e a volte sperimentale, in gara con un romanzo come al solito molto personale ma più accessibile e lineare di altri suoi. Per il premio si presenta l’occasione, che in passato ha saputo cogliere, di valorizzare uno scrittore canonico e insieme un romanzo non convenzionale. Alternative convenzionali non mancano, nemmeno quest’anno.

Scrivere un saggio come Caccia allo Strega deve avere richiesto un distacco quasi chirurgico, pur nascendo dal suo grande amore per i libri. Dopo questa indagine come è cambiato, se è cambiato, il suo modo di leggere la narrativa contemporanea? C’è ancora spazio per lo stupore?
Nessun distacco, anzi; mi piace occuparmi della letteratura che si fa, leggere e scrivere di testi nuovi, e non solo di classici, con partecipazione – e se riesco con lucidità, ma questo va da sé. A parte il fatto che il mio amore per i libri è selettivo e non incondizionato, l’ordine che lei suggerisce va invertito: da un certo modo di leggere narrativa contemporanea – essenzialmente cercando di trovarci quello che gli scrittori stessi non sanno di averci messo – è nata questa indagine. E sì, capita sempre di stupirsi: sia per opere eccezionalmente belle (che continuano a essere scritte), sia per opere eccezionalmente brutte (ognuno ha i suoi guilty pleasures), sia per le innumerevoli manifestazioni della mediocrità, che sono sempre straordinariamente istruttive. Alla fine, la critica letteraria aiuta a scoprire di noi un sacco di cose che forse preferiremmo ignorare; anche per questo, credo, ha i giorni contati.
Gianluigi Simonetti insegna Letteratura italiana contemporanea, Letterature comparate e Storia della critica all’Università di Losanna. Studia soprattutto la poesia italiana e il romanzo del Novecento. Scrive di novità letterarie sulle pagine culturali della «Stampa», del «Sole-24ore» e del «Manifesto». È condirettore editoriale della rivista culturale «Snaporaz» e membro del comitato di redazione di «Contemporanea. Rivista di studi sulla letteratura e sulla comunicazione». I suoi ultimi libri sono La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino 2018 e Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario, nottetempo 2023; ha inoltre curato Pasolini e «Il Corriere della Sera» (1960-1975), Fondazione «Corriere della Sera» 2025.
