Pubblicato per la prima volta in Italia da Fanucci nel novembre del 2015, ora L’Esegesi di Philip K. Dick torna in libreria negli Oscar Mondadori, nella stessa traduzione di Maurizio Nati. È una buona occasione per continuare a parlare di un libro che sfugge a ogni definizione schematica: non un romanzo, non un’autobiografia in senso stretto, non un trattato teologico. Le ottomila pagine che costituiscono l’esegesi (ma quelle pubblicate nell’edizione americana curata da Jonathan Lenthem e Pamela Jackson rappresentano solo un decimo dell’opera) si presentano come l’immenso arsenale di una mente che, dopo l’esperienza del “2-3-74”, tenta di decifrare ciò che le è accaduto senza mai riuscire a stabilire definitivamente se si sia trattato di rivelazione, allucinazione, crisi neurologica o costruzione simbolica. Qui occorre una pausa. “Philip K. Dick mi ha cambiato la vita quando ero solo un ragazzino, dopo che presi a caso “Clans of the Alphane Moon” (1964) da uno scaffale della biblioteca del mio quartiere.” Lo ha scritto il critico statunitense Daniel Kalder sul The Guqardian il 23 novembre 2011, recensendo l’edizione americana del libro. “Era negli anni ’80: PKD non era ancora diventato un’industria multimilionaria e i suoi migliori elogi provenivano da figure della controcultura come Timothy Leary o da altri abitanti del ghetto di San Francisco come Michael Moorcock.” Nel 1971 avevo sedici anni e una domenica, lo ricordo come fosse ora, mio padre tornò da Porta Portese con una dozzina di Urania tra i quali: Il disco di fiamma (Solar Lottery), del 1959 (Urania n. 214); I simulatori (The Simulacra), del 1965 (Urania n. 391) e Follia per sette clan (Clans of the Alphane Moon), del 1970 (Urania n. 544). Insomma, anche io ero piuttosto giovane quando incontrai Philip K. Dick nella traduzione essenziale di Beata Della Frattina, che per esigenze di foliazione della collana Urania “tagliava” paragrafi come fossero foglie secche. Di lui non sapevo nulla e dovettero passare alcuni anni prima che entrassi in contatto con opere come Ubik, La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? e Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Ora torniamo a L’Esegesi. Usando una formula sintetica, si potrebbe dire che è un’officina, sospesa tra letteratura e filosofia, dove Dick ha inseguito la verità fino allo stremo. Prima di spiegare quale verità, occorre svelare il senso di quel “2-3-74”, sigla che rimanda ai mesi di febbraio e marzo del 1974. Per comprendere l’atmosfera respirata a quel tempo negli States, bisogna immaginare un paese sospeso tra il collasso delle istituzioni e una profonda crisi materiale. Febbraio e marzo furono mesi di paranoia collettiva, con code interminabili alle pompe di benzina e un senso diffuso di “fine di un’epoca”. Insomma, da una parte c’era il Presidente bugiardo, dall’altra l’incubo dei serbatoi vuoti. Dick, già autore di numerosi romanzi e avviato a diventare figura di culto della fantascienza americana, era ossessionato dal caso Watergate e seguiva costantemente i notiziari per monitorare la caduta di Richard Nixon; seguiva anche lo stato d’animo dei suoi connazionali provocato dalle file alle pompe di benzina, a causa dall’embargo petrolifero dell’OPEC. Insomma, l’impeachment process, il razionamento e i prezzi alle stelle dei carburanti, creavano un clima di frustrazione e rabbia sociale. Il 20 febbraio Dick si sottopose all’estrazione di due denti del giudizio. Nel pomeriggio, mentre era ancora provato dall’intervento e dai farmaci, gli venne consegnato un analgesico da una giovane fattorina della farmacia. In verità era stata la moglie Tessa a farsi segnare dal dentista un analgesico e a ordinarlo. La fattorina portava al collo una catenina d’oro con un ciondolo a forma di pesce, l’antico simbolo dei primi cristiani. Dick le chiese che cosa significasse, e la risposta ebbe su di lui l’effetto di una detonazione interiore. Da quel pesce, raccontò in seguito, sembrò irradiarsi un raggio di luce che lo investì, provocando ciò che, in omaggio alla filosofia platonica, avrebbe poi chiamato anamnesi: non l’acquisizione di un sapere nuovo, ma il ricordo improvviso di una verità dimenticata. “Ricordai chi ero e dove mi trovavo. In un batter d’occhio, in un istante, tutto ritornò in me”. Da quel momento, e fino alla morte, Dick cercò di dare forma intelligibile a quell’evento. L’Esegesi nasce da quel momento e prende forma come una massa sterminata di appunti, speculazioni, glosse teologiche, ipotesi cosmologiche, riflessioni, diagrammi mentali e improvvise autocorrezioni. In questo senso il libro può anche essere letto come una sorta di testamento filosofico, ma se ci si aspetta una summa, ovvero una trattazione sistematica, si resterà delusi. L’Esegesi è piuttosto la concentrazione, in forma estrema, delle ossessioni dello scrittore sulla natura del reale, sull’inafferrabilità dell’identità soggettiva, sulla prigione del tempo storico, sull’irruzione del sacro dentro il mondo degradato della tecnica e del consumo. Dick una volta scrisse: “Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. Il cuore della mia scrittura non è l’arte, ma la verità”. È una dichiarazione da prendere sul serio, purché la parola “verità” non venga intesa come possesso di una certezza assoluta, ma come movimento incessante verso qualcosa che continuamente sfugge. È proprio qui che L’Esegesi rivela la sua singolarità. Guai a leggerla come il resoconto lineare di una conversione, o il manifesto di una nuova dottrina, perché non ha alcunché di teologico. Molto più radicalmente si tratta della documentazione di come una coscienza, trovandosi davanti a un’esperienza estrema, non smetta di interrogarla. Dick racconta cosa ha visto, ma immediatamente si chiede “cosa” ha “visto davvero”. Ogni risposta, nel momento stesso in cui prende forma, viene sottoposta al dubbio, viene erosa, contraddetta, rilanciata in un’altra direzione. È questo che impedisce al libro di ridursi a un delirio privato o, all’opposto, a un testo profetico. Quindi, né verità assolute, né rivelazioni certe, ma movimento incessante di un pensare che formula ipotesi, e poi le smentisce, le complica, le riapre. Dick, anche quando sfiora il delirio cosmologico, anche quando costruisce il suo lessico gnostico e visionario — VALIS, Zebra, la Prigione di Ferro Nera, l’Impero che non è mai finito * — conserva un fondo di esitazione, di autoironia, talvolta perfino di imbarazzo. In questo senso, L’Esegesi è il libro di una mente che mette alla prova, senza tregua, una rivelazione. Naturalmente, si può leggere tutto questo come il prodotto di una storia personale lacerata: i fallimenti economici, la dipendenza da droghe e psicofarmaci, la paranoia, la solitudine, il timore costante di essere controllato, spiato, perseguitato. Ma sarebbe riduttivo. Dick stesso è il primo a non escludere spiegazioni neurologiche o psicopatologiche; ed è proprio questa disponibilità a sospettare di sé che impedisce di liquidare L’Esegesi come il prodotto di uno stato clinico. Quindi la questione non è quella di stabilire se Dick fosse “pazzo” o “illuminato”, ma vedere all’opera una mente straordinariamente mobile mentre tenta di organizzare l’inorganizzabile. Le pagine dickiane, anche nelle forme più convulse e private, restano sempre il luogo di una lotta tra fede e ironia, tra trauma e metafisica, tra bisogno di senso e timore dell’inganno. Per questo L’Esegesi è anche il vertiginoso laboratorio di tutta l’opera narrativa di Dick. Chi ha letto Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Un oscuro scrutare, e soprattutto la trilogia di VALIS riconosce in queste pagine molte intuizioni narrative: l’idea che la realtà sia una costruzione instabile; il sospetto che dietro il mondo visibile agisca un’intelligenza nascosta; la percezione che il divino possa manifestarsi in forme degradate, equivoche, quasi spazzatura metafisica. Nei romanzi, tutto questo trova una forma, un ritmo, una struttura. Nell’Esegesi, invece, resta nudo, nella sua natura compulsiva, come un’ossessione che non ha trovato la propria piena trasfigurazione artistica. È probabilmente questo il limite del libro, ma anche la sua forza. A tratti L’Esegesi è estenuante, ridondante, persino irritante. È assolutamente difficile da leggere e molti fan di Dick mi hanno confessato di non essere riusciti a farlo, nonostante l’accumularsi di tentativi. È difficile perché Dick ammassa letture, sistemi interpretativi, analogie, etimologie, cosmologie, teorie filosofiche e teologiche con una libertà che spesso sconfina nella dispersione. Ma proprio in questa eccedenza si manifesta qualcosa di essenziale: la scrittura come argine contro il caos, come tentativo di non soccombere all’enigma. Quando Dick annota che un giorno “la maschera cadrà” e tutto sarà finalmente compreso, non sta offrendo al lettore la promessa di una soluzione, o di una salvezza; sta piuttosto rivelando il nucleo più profondo della propria ossessione: l’idea che la realtà visibile sia una superficie ingannevole, e che il compito dello scrittore consista nel lacerarla. In questo senso, L’Esegesi occupa un posto singolare nell’opera di Philip K. Dick. Non è il suo capolavoro, e forse non è neppure il luogo in cui la sua immaginazione raggiunge la forma più alta: quella resta affidata ai romanzi, dove il materiale visionario diventa costruzione narrativa, allegoria, satira, invenzione. Ma L’Esegesi mostra il motore profondo di quella narrativa come nessun altro testo: il punto in cui metafisica, sofferenza, paranoia, ironia e bisogno di salvezza si fondono in un unico, ininterrotto atto di interpretazione. Più che il libro di una verità rivelata, è il libro di una mente che non smette di interrogare la propria visione. Ed è proprio per questo, forse, che continua ancora oggi a inquietare e a sedurre.
* GLOSSARIETTO
VALIS (Vast Active Living Intelligence System): È l’acronimo che dà il nome all’intelligenza superiore (o Dio) che Dick credeva lo avesse contattato. Viene descritta come una forma di informazione vivente e autopropagante che penetra nella nostra realtà per guarirla, o risvegliare gli esseri umani. Si manifesta spesso attraverso segnali tecnologici, come il raggio rosa o coincidenze.Zebra: È il nome che Dick dà alla natura mimetica di VALIS. Come una zebra si mimetizza nella boscaglia, questa intelligenza divina si nasconde nel “rumore” del mondo quotidiano (pubblicità, programmi TV, oggetti comuni) per non farsi scoprire dalle forze del male. Solo chi è “sintonizzato” può scorgerne le striature.
La Prigione di Ferro Nera<7em> (Black Iron Prison): È la struttura invisibile che tiene l’umanità in schiavitù. Rappresenta il sistema di controllo totale, l’oppressione politica e la cecità spirituale. Per Dick, noi viviamo all’interno di questa prigione senza saperlo, poiché essa distorce la nostra percezione del tempo e dello spazio.
L’Impero che non è mai finito (The Empire Never Ended): È l’intuizione centrale della “sovrapposizione temporale”. Dick credeva che l’Impero Romano (il male assoluto, la tirannia) non fosse mai crollato, ma avesse solo cambiato forma. Nel 1974, secondo lui, gli Stati Uniti di Nixon erano una proiezione di Roma: il tempo si era fermato al I secolo d.C. e noi siamo ancora i primi cristiani perseguitati che cercano di abbattere le mura della Prigione di Ferro Nera.
