Antonio Galetta, Pietà, Giulio Einaudi editore 2024

Antonio Galetta, Pietà, Giulio Einaudi editore 2024

Antonio Galetta è un giovane studioso di letteratura di Ceglie Messapica, terra antichissima di grotte, di masserie, di chiese, di antiche mura e castelli. Pietà, il suo primo romanzo, è stato accolto con molto favore da critici e commentatori, che ne hanno lodato la lingua, l’inventiva lessicale, la coesistenza di registri, il comico, il burocratico, il grottesco/lirico, la novità dell’impianto e della rappresentazione. E con favore anche dai lettori, pur con qualche perplessità dovuta alla difficoltà nel seguire e tenere le fila della vicenda.

Desidero parlarne, anche se a una certa distanza dalla sua uscita dal momento che l’ho letto solo ora, perché vorrei affiancare alcune considerazioni, semplici e complessive, a quanto di acuto, approfondito e al momento mi sembra pressoché esaustivo è stato scritto dai commentatori del libro, a cui farò comunque riferimento in questo mio articolo.

Poche righe per ricordare di cosa si parla nel romanzo. Si racconta della campagna elettorale in una non definita cittadina del sud Italia, raccontata da un complesso e qualche volta un po’ troppo intricato “noi narrante”, il noi narrante dei vari personaggi protagonisti del racconto i quali, come è stato benissimo notato, costituiscono una comunità nervosa e bellicosa, affannata da alleanze, rancori, micro-ricatti, scambi di favori, un teatro dell’indignazione e della paura.

In questo sud dove, anche qui mi riferisco a un precedente spunto critico, il meschino e il ridicolo sono forme di smarrimento collettivo, i partiti e i movimenti politici che si combattono, si aggregano e si tradiscono tra loro, si chiamano Calderone degli uscenti e degli ex-oppositivi, Casa dolce casa (CdC), un “movimento civico”, Delegazione locale di una forza nazionale, Contro-Riace, e la loro dialettica è tutta modulata sulla costante contrapposizione Uno/a di noi – Uno/a di loro. I personaggi sono tutti anonimi, identificati dall’appartenenza a questi raggruppamenti politici e al loro essere noi o loro. E in Pietà “non ci sono buoni”, dichiara l’autore stesso in una intervista. Aggiungo: non ci sono “innocenti”.

La trama è secondaria: Pietà, cito sempre il pensiero di chi mi ha preceduto nell’analizzare il libro, non è “romanzo d’intrattenimento”, è un congegno, messo in opera a mio avviso con un linguaggio quasi surrealista, e i congegni chiedono la collaborazione di chi legge. E’ un dispositivo potente, ma può produrre saturazione e una certa distanza emotiva, almeno finché non “aggancia” davvero il lettore. Ne deriva, come detto all’inizio, una certa difficoltà del lettore a seguire la corale e polifonica vicenda. L’ho avuta anche io.

E’ un affresco mobile, una rappresentazione drammatico-satirica, e sottile, della politica e della società in un centro minore del sud (Pietà è un romanzo che affonda le sue radici profondamente nell’Italia meridionale) ma non solo. Un tentativo ardimentoso di commedia umana inquadrata nel suo-nostro tempo, che arriva fino a un certo spericolato e ambizioso, forse troppo, esibizionismo narrativo. Balzac, ce lo dice o stesso Galetta, è un suo riferimento.

Vengo alle mie considerazioni semplici e complessive.

  • Pietà è un romanzo corale. Non posso non compiacermi e non esultare per il fatto che un giovane scrittore abbia totalmente ignorato il malinconico mainstream microproustianeggiante del “romanzo sono io”, del raccontare sé stessi, del riempire pagine con i ricordi, con la famiglia, con le radici e le esperienze personali più o meno da giovane Torless. E abbia invece affrontato di petto la narrazione di una comunità e delle sue dinamiche.
  • E’ un romanzo meridionale ma, anche qui non posso che esserne colpito, l’approccio all’Italia del sud lo definirei profondamente moderno, lontano da ogni manierismo dolente, evocativo e accusatorio. Un approccio senza sdegni, senza compatimenti, senza giustificazionismi. Un approccio freddo, il che non vuol dire che non sia pregno di intensità umana e partecipativa, quasi da entomologo che osserva una realtà sulla quale è molto difficile farsi illusioni con scientifica e nel contempo ironica e desolata capacità di analisi attraverso la rappresentazione narrativa.

  • E’ un romanzo il cui linguaggio è non dico nuovo ma senza dubbio tentativamente diverso dalla piattezza velleitaria della narrativa prevalente. Il linguaggio, e alle volte anche la sintassi, costituiscono nel contempo il lodevole pregio e il limite di Pietà, dato che in qualche momento del libro sembrano sfuggire un po’ di mano all’autore, forse tradito da un po’ di radicalismo giovanile, e non giustificano appieno con le esigenze creative ed estetiche le difficoltà del lettore a seguire l’intreccio in alcuni punti.

  • Tre considerazioni, quindi, che riguardano la coralità di una vicenda oggettiva, esterna all’autobiografismo dell’autore; il meridionalismo: il linguaggio. La sintesi finale può essere espressa da una sola parola: originalità. Una originalità che mi è sembrata autentica, forse non riuscita al cento per cento, ma consideriamo ancora una volta l’età di Galetta, ma autentica, non artificiosamente ricercata. Ed essere seriamente originali non è proprio poco.

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