Il colore del delitto

Un cerchio rosso su giallo che ha battezzato un genere e la storia della voce che il regime volle mettere a tacere.

 

Se entraste in una libreria di Londra o New York chiedendo un “giallo”, vi indicherebbero il reparto di arte e design o lo scaffale dei libri per l’infanzia. In Italia, invece, il romanzo poliziesco ha un colore preciso. Una singolarità linguistica che non deriva da una tradizione accademica, ma da una geniale intuizione di marketing destinata a cambiare per sempre l’immaginario collettivo del Belpaese.

 

Ma dietro quel colore sgargiante si nasconde una storia in chiaroscuro, culminata nel sangue di colui che per primo provò a dare una voce italiana, colta, all’indagine poliziesca.

 

Tutto ebbe inizio nel giugno del 1929. Arnoldo Mondadori lancia nelle edicole i primi quattro numeri di una nuova collana: I Libri Gialli. Per distinguersi nel grigiore dell’editoria dell’epoca, viene scelta una veste grafica insolita: una copertina giallo canarino e, al centro, un’immagine racchiusa in una cornice rossa.

 

La quartina che debuttò in edicola era firmata dai più famosi scrittori noir d’oltreoceano:

 

S.S. Van Dine – La strana morte del signor Benson (The Benson Murder Case)

 

Edgar Wallace – L’uomo dai due corpi (Captains of Souls)

 

Robert Louis Stevenson – Il club dei suicidi (The Suicide Club)

 

Anna Katharine Green – Il mistero delle due cugine (The Leavenworth Case)

 

I puristi delle copertine di genere letterario, sanno che quel cerchio rosso non era nato dalla prima edizione. La cornice, inizialmente spigolosa, ben presto si smussò, trasformandosi nel cerchio perfetto che diventerà il logo iconico della serie. Il successo fu immediato: il pubblico smise di chiedere “romanzi polizieschi” e iniziò a chiedere semplicemente “i gialli”.

 

Il padre del giallo italiano, Augusto De Angelis, non era un semplice scrittore di genere, ma una firma prestigiosa del giornalismo (La Stampa, Gazzetta del Popolo). Negli anni Venti aveva intervistato più volte Benito Mussolini. Laddove altri giornalisti e intellettuali vedevano in lui il condottiero della provvidenza, De Angelis vide e scrisse, tra le righe, la recita di un attore. Capì la natura narcisista e vuota del potere fascista molto prima che il disastro bellico la rendesse evidente a tutti. Una lucidità di sguardo che lo rese un personaggio scomodo.

 

In seguito, forte di una carriera come commediografo teatrale, nel 1935 compie la sua rivoluzione letteraria creando il Commissario Carlo De Vincenzi.

 

Dimenticate i pugni di Dick Tracy. De Vincenzi è un commissario della Mobile di Milano che sembra uscito da un caffè letterario. Cita Platone, legge Freud e preferisce comprendere l’assassino piuttosto che arrestarlo. Il suo metodo non è deduttivo, ma maieutico: ascolta, lascia che il colpevole si riveli, tradito dalle proprie contraddizioni.

 

In Le undici meno una (1938), troviamo una riflessione che spiega la sua distanza dalla polizia “muscolare” fascista: “Io non sono un poliziotto, sono un uomo che cerca di capire altri uomini. Il delitto è un incidente… ma dietro c’è sempre un’anima che soffre o che odia. E io devo guardare in quell’anima, anche se fa paura.

Il Commissario De Vincenzi si muove in una Milano che è l’antitesi della città fascista soleggiata e marziale, i luoghi del commissario sono liquidi, nebbiosi, i vicoli umidi. L’incipit de Il banchiere assassinato (1935) è il manifesto di questa atmosfera: “Pioveva. Non era una pioggia: era una disperazione d’acqua sudicia, greve, fredda, fitta… Milano, sotto quella cappa di piombo, pareva rassegnata a morire annegata nel fango. […] Il commissario Carlo De Vincenzi guardava fuori dalla finestra… e si sentiva, dentro, una desolazione eguale.

 

La convivenza tra il Giallo e il Fascismo divenne presto impossibile. Il Ministero della Cultura Popolare (MinCulPop) vedeva nel genere poliziesco un nemico. La maggior parte degli autori erano inglesi o americani, leggere i libri di Agatha Christie o Van Dine significava “consumare prodotti del nemico”.

 

Nella retorica del regime, l’Italia era un paese ordinato e morale. Accettare l’esistenza di racconti su omicidi complessi, di serial killer o rapine, significava smentire la perfezione della società fascista. Inoltre, si evidenziava il ruolo diseducativo di quei libri per la gioventù, accusati di istigare alla violenza.

 

Arnoldo Mondadori cercò di salvare la collana italianizzandola e promuovendo autori come De Angelis, D’Errico, Varaldo, eliminando dalle copertine le scene di sangue, ma non bastò. La scure cadde nell’ottobre del 1941. Con il numero 266 la collana dei “gialli” Mondadori fu costretta a chiudere. E non finì lì: nell’estate del 1943 arrivò l’ordine di sequestrare e mandare al macero le copie ancora invendute. Il “giallo” doveva sparire.

 

Se il genere fu soppresso per decreto, il suo autore più rappresentativo fu vittima di una violenza ben più fisica. Nel breve interludio di libertà politica tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 (durante i “45 giorni), illudendosi che la dittatura fosse finita, De Angelis pubblicò sulla Gazzetta del Popolo articoli in cui denunciava i crimini del regime. Il prezzo da pagare fu immediato: con la nascita della Repubblica di Salò, accusato di antifascismo, fu rinchiuso nel carcere di San Donnino a Como.

 

Quando venne rilasciato, era un uomo prostrato. La dura prigionia lo aveva debilitato nel corpo e nello spirito. Si ritirò a Bellagio, sul lago di Como, cercando pace, ma trovò la morte.

 

Non si trattò di un’esecuzione militare, ma di una violenza feroce e banale. De Angelis ebbe la sfortuna di imbattersi in un repubblichino della zona. Ne nacque una discussione, ma l’odio politico era latente: il fascista aggredì lo scrittore, ormai fragile e indifeso, colpendolo selvaggiamente con calci e pugni. Trasportato all’ospedale di Como, Augusto De Angelis morì pochi giorni dopo a causa delle percosse subite. Aveva 56 anni.

 

Per decenni il suo nome è rimasto nell’ombra, finché la riscoperta editoriale e il celebre sceneggiato RAI degli anni ’70 con Paolo Stoppa non gli hanno reso giustizia. Oggi, usare la parola “Giallo” significa rendere omaggio a due storie intrecciate, quella di un colore scelto per vendere libri, e quella di un uomo che, mentre l’Italia urlava slogan, scelse di narrare la verità, nascosta nella nebbia di Milano.

 

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