Carmelo Bene filosofo: il superuomo del Teatro italiano nel saggio di Flavio De Marco

Difficilissimo, se non addirittura impossibile, inquadrare la figura di Carmelo Bene attribuendogli etichette e/o categorizzazioni che definiscano l’incredibile impatto che ha avuto sull’arte e sulla cultura in generale, italiana e non solo.
Il genio di Campi Salentina, infatti, è stato tra le altre cose attore, regista, drammaturgo, scrittore, poeta. E anche filosofo. Di quest’ultimo aspetto del multiforme impegno artistico di Bene si è occupato nel dettaglio Flavio De Marco in un recentissimo saggio (settembre 2025) pubblicato con la casa editrice toscana Passaggio al Bosco nella collana Bastian Contrari. Il volume si intitola semplicemente Carmelo Bene e si propone appunto di indagare un aspetto poco approfondito dell’attività professionale dell’istrionico salentino.
L’autore infatti, studioso tra le altre cose di teatro filosofico e già autore di premiati scritti e saggi sia sulla figura di Carmelo Bene sia su quelle di altri grandi come Eugenio Barba, Tito Schipa e Franco Battiato, nelle pagine di questo nuovo lavoro analizza la sfera filosofico-teatrale dell’opera di Bene, significativamente descritto nel sottotitolo come Il Superuomo del Teatro italiano. La sua dunque, come sottolinea anche Adriana Poli Bortone nella breve prefazione, è una “indagine storica e filosofica dell’opera di Carmelo Bene, essenziale nel quadro della ricerca su una figura complessa del teatro del Novecento”, compiuta tra l’altro ponendo raffronti e parallelismi con altri grandi salentini come Schipa e Barba.
Scrivendo di Bene in un articolo del 2018 sul Corriere salentino magazine, De Marco lo definiva come “il più grande attore-genio del teatro del Novecento”, in grado di portare sulla scena l’esistenzialismo, ovvero “la rottura-frattura del testo, della prosa, della ripetibilità delle pose fisse. Insomma, un rivoluzionario che ha dispiegato una energia straordinaria” e che ha fornito una miniera di spunti culturali da sviluppare anche con dedicate ricerche artistico-filosofiche.
Partendo da questi presupposti, l’autore riempie le sue pagine affermando innanzitutto che Bene “non è stato solo un genio istrionico, ma un autentico filosofo post-nietzschiano, non solo per gli atteggiamenti o per le apparenze, ma anche e soprattutto per i lilbri, i fascicoli, gli appunti ordinati e non sparsi, le pubblicazioni a supporto di spettacoli, i videobook ed altro ancora”. Un filosofo vero e proprio dunque, che – si legge nella quarta di copertina – “ha trasformato la sua stessa esistenza in un capolavoro vivente”.
Nelle tre parti del suo illuminante saggio, tra riflessioni e citazioni dello stesso Bene e di filosofi ed autori con cui lo stesso si è confrontato lasciando traccia di tali fecondi scambi, De Marco svela al lettore “la rivoluzionaria macchina attoriale” di Bene “e il concetto di assenza dalla scena (o-skené), armi affilate per decostruire il preconfezionato e liberare il linguaggio attraverso la discrittura”. Si parla dunque di teatro, di fonesi, di cinema, di tecnica e teoria, di Non-Senso, di fede e di nichilismo attivo. Non mancano, inoltre, cenni alle radici mistiche del “Sud del Sud dei Santi”, che hanno contribuito alla complessa ed intensa attività beniana di “sfida radicale alla massificazione culturale e alla banalizzazione dell’esistenza. Per Bene – chiarisce la nota in quarta di copertina – l’arte è sensazione ed eccedenza delle forme, un audace rischio del pericolo che non mira a mostrare il mondo, ma ad annientarlo”.
Il saggio di De Marco quindi corrisponde ad “una nuova narrazione che – conclude la nota editoriale – traccia l’eredità di un Maestro vero, di un Ribelle, che ci ha insegnato come solo chi comprende e accetta la finitudine può aspirare all’infinito, lasciando tracce di un’arte che accetta di morire per rinascere, sempre diversa e irripetibile”.

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