Ci sono incontri che sembrano fatti per contraddire ogni previsione. Uno di questi è quello tra Vasco Rossi e Fernanda Pivano: il rocker di Zocca e la più celebre traduttrice della letteratura americana del Novecento. Due universi che, a prima vista, non avrebbero dovuto sfiorarsi: lui, il “Blasco”, spesso etichettato come simbolo di eccessi e trasgressioni; lei, la “vestale” della narrativa americana, che aveva dato voce in Italia a Hemingway, Kerouac, Ginsberg e Dylan.
Eppure, dietro le differenze apparenti, li univa una stessa necessità: fare della parola un veicolo di verità. Vasco la adattava al ritmo sincopato dei suoi testi, utilizzando il linguaggio vivo delle periferie italiane e nella sua anima rock; Pivano l’aveva cercata e trovata nelle strade polverose della Beat Generation degli anni Settanta, nella ribellione che aveva trasformato il proprio vissuto in parole. Entrambi credevano, con ostinazione, che la scrittura — sulla carta o in musica — fosse il modo più diretto e autentico di dare forma all’esistenza.
Fernanda “Nanda” Pivano (Genova, 1917 – Milano, 2009) ha incarnato come pochi l’anima irrequieta della cultura del Novecento. La sua voce appassionata e anticonformista ha introdotto nel nostro Paese la letteratura di confine. Traduttrice, critica, giornalista, scrittrice, scopritrice di talenti, fu un ponte tra l’Italia e l’America popolata da scrittori maledetti e poeti ribelli, senza distinzione tra poesia, prosa o canzone: ovunque vibrasse una parola capace di narrare le trame della condizione umana, lì era il suo terreno d’elezione. Per lei la parola non aveva barriere: che fosse sulla pagina di un romanzo o tra le note di una canzone, restava sempre un tentativo di incarnare la verità. Non sorprende, quindi, che vedesse in Vasco Rossi un poeta autentico, erede di quella tradizione ribelle che lei stessa aveva contribuito a sdoganare.
Molte delle sue canzoni lo dimostrano: Sally, Gli angeli, Un senso — poche strofe che accompagnano destini indissolubili. Personaggi, conflitti, esistenze. Vasco Rossi riesce a rendere universale ciò che nasce dalla sua esperienza intima, rivelandosi un autentico poeta. In lui la Pivano ritrovava quella stessa urgenza vitale che aveva intravisto nei suoi cari amici poeti della Beat Generation e nei versi di Bob Dylan.
Il riconoscimento
Il gesto più emblematico di questo legame arrivò nel 2004, quando Pivano dedicò a Vasco una lunga ode amorosa pubblicata sulle pagine di Vanity Fair. Le sue parole, intrise di affetto e ammirazione, suonavano come una consacrazione:
“Oh Vasco, Vasco, dolcissimo Vasco… con le tue parole magiche… centomila cuori ti hanno amato… Le canzoni per te non partono da un titolo, partono dalla musica, perché la musica a te parla, e tu non fai che tradurla… Le tue mani grondano di immaginario collettivo…”
Non era solo un elogio, ma una vera e propria investitura letteraria. Come già era accaduto con Bob Dylan — di cui aveva pubblicato un libro con i testi delle sue canzoni tradotte in italiano — e con il suo amico Fabrizio De André, che aveva trasformato in musica i versi dell’Antologia di Spoon River, anche in Vasco Rossi Pivano intravide la rara capacità di trasformare la musica in narrazione, la confessione individuale in mito collettivo.
Vasco narratore di destini
Quanti anni hai stasera?
Quanti me ne dai, bambina?
Quanti non ne vuoi più dire?
Forse non li vuoi capire…
Molte delle canzoni di Vasco Rossi testimoniano una vocazione narrativa: pochi versi bastano a delineare personaggi, a condensare vite intere o a rendere universale la propria esperienza nella vita degli altri. Il 17 luglio 1999 la giuria del Premio Lunezia scelse il brano Quanti anni hai, riconoscendone il valore musicale e letterario. La giuria, presieduta da Fernanda Pivano, proclamò: “Il linguaggio che usa per le sue canzoni è quello di tutti i giorni: il suo nome è Vasco Rossi, fino a ieri idolo dei giovani, oggi anche POETA DEL ROCK.”
Un sodalizio simbolico
L’amicizia tra Vasco e Nanda va dunque oltre la semplice stima reciproca, a dimostrare che la poesia può celarsi ovunque. Basta saperla ascoltare: segno che la letteratura non si esaurisce tra le rilegature dei libri, ma può nascere anche sulle note di una chitarra, quando le parole diventano corpo. Nel riconoscimento della Pivano, Vasco Rossi cessa di essere soltanto un rocker per entrare, a pieno titolo, nella grande avventura poetica che unisce tradizione e ribellione, pagina e palco, vita e arte.
È l’incontro tra il cantore rock e la “preziosa” — così la chiamava amorevolmente Cesare Pavese nelle loro lunghe e intense corrispondenze. Lui, invaghito; lei, che in Pavese riconosceva un raffinato intellettuale con la stessa passione per l’America. Fu lui a introdurla agli autori americani che tanto amava e che Pivano tradusse negli anni Quaranta: L’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e Addio alle armi di Ernest Hemingway, pubblicata da Einaudi nel 1943, durante il ventennio fascista. La traduzione, censurata, le valse ore di interrogatorio con l’accusa di offesa e diffamazione.
Ma in lei non scoccò nessuna scintilla amorosa, e rifiutò le proposte di matrimonio di Pavese, le cui due date — il 26 luglio 1940 e il 10 luglio 1945 — egli annotò sul frontespizio di Feria d’agosto. Tra i due rimase un forte legame d’amicizia e una collaborazione assidua, fino alla prematura scomparsa di Pavese, morto suicida.
Ma questa è un’altra storia.
FOTO: Un giovane Vasco Rossi in una foto ai tempi di Punto Radio (1975)
