Guerra e guerra di László Krasznahorkai

László Krasznahorkai, Guerra e guerra, Bompiani, 2020 (traduzione di Dóra Várnai)

È il terzo giorno del mese di marzo dell’anno 1992. György Korin parcheggia l’automobile ed entra nel bar di una stazione di autobus. Sulle spalle porta la stanchezza di “tre giorni trascorsi a sfrecciare in giro ubriaco fradicio.” Si avvicina all’unico avventore del locale, una figura immobile, stanca, quasi indifferente, e gli dice: “Caro Angelo, ti stavo cercando da tanto tempo.” L’uomo gira lentamente la testa, come se non avesse compreso. Ma per Korin non è importante: ciò che conta è parlare. La necessità di dire lo sospinge in avanti, lo costringe “a far scontrare tra loro i singoli elementi costitutivi delle parole, come una locomotiva in corsa che urtando contro un treno in sosta finisce per spingere ed accatastare uno sopra all’altro i vagoni fermi”, così che la frase “Io ho fissato negli occhi il futuro a venire” si spezzetta in rantoli: “Io ho… fisst… cchi…ftro… venr…
Il monologo cresce, si deforma, si frammenta, finché non assume la forma di una maledizione. Una lunga, ininterrotta, feroce maledizione.
Malediceva, disse, chi era immune dai malefici e chi lo sarà in futuro, malediceva gli uccisori della fiducia, malediceva il gelido e subdolo vincitore, e malediceva anche il perdente, e malediceva la vittoria stessa e anche la sconfitta.” La maledizione non distingue tra bene e male, tra chi vince e chi perde, perché tutto è contaminato, tutto è colpevole.
E malediceva il crudele, il geloso e il violento, e malediceva tutto ciò anche se esisteva solo nel pensiero, malediceva il basso e il volgare e il loro perenne trionfo, e il mediocre, lo sleale e l’infame.” La spirale si allarga. Non è una condanna rivolta ai singoli, ma all’intero sistema morale che permette al mediocre di trionfare sul giusto. “Che il mondo sia maledetto, disse ansimando, il mondo in cui non c’è l’Onnipotente e non c’è un giudizio finale, dove ogni maledizione e chiunque sparga maledizioni si espongono al ridicolo, dove il prezzo dell’onore non può essere altro che l’abiezione.” È il nucleo tragico: un mondo senza ordine e senza giustizia, dove perfino la protesta si svuota, diventa ridicola, impotente.
E soprattutto, disse, che sia maledetto il dannato meccanismo della casualità, che mentre mantiene tutto ciò in funzione al contempo lo smaschera, che sia quindi maledetta anche perfino la luce, che illuminando mette in evidenza come esista un solo e unico mondo, e al di fuori di questo mondo, il nulla.” La casualità mantiene il mondo in movimento ma ne rivela la vacuità assoluta.
Ma ancora più soprattutto, disse, che sia maledetto l’uomo che gode del dominio di questo mondo e di questo meccanismo, che ha reso falsa e depravata l’essenza stessa delle cose e ha innalzato a legge questa falsa essenza.” La maledizione finale è la più terribile: non contro il destino, non contro il caos, ma contro l’uomo stesso.
Con questo sfogo, quasi biblico nella sua furia, prende avvio la storia di Guerra e guerra. Korin, anonimo archivista ungherese, rinviene un manoscritto. Il testo è un enigma che sfugge a ogni tentativo di comprensione. Di esso conosciamo solo ciò che Korin racconta: quattro figure dai contorni incerti compaiono in epoche e luoghi diversi, sempre sul bordo di guerre, rovine, catastrofi imminenti. A seguirli, come un’ombra instancabile, una presenza demoniaca e indecifrabile, Mastemann, che attraversa la storia insieme a loro.
Più Korin lo studia, più il manoscritto si sfalda: diventa nebuloso, caotico, come se opponesse resistenza a ogni tentativo di comprensione. Eppure lui continua a considerarlo una rivelazione assoluta, un testo capace di parlare all’intera umanità. E qual è questa rivelazione? Che nella storia umana c’è sempre stata guerra. Il mondo è percorso da una tensione permanente, una corrente sotterranea che, epoca dopo epoca, riemerge in forme di conflitto.
Spinto da questa convinzione, Korin aliena ogni bene e attraversa mezzo mondo per raggiungere New York, “il cuore pulsante del mondo vivente.” Compra un computer e uno spazio web. Parla del manoscritto a chiunque incontri, si affida a persone poco raccomandabili. Diviene un profeta errante a cui nessuno presta attenzione.
Korin crede che Internet possa essere la nuova arca dell’umanità, il luogo dove tutto può essere salvato. Ma la rete è tutt’altro che un archivio eterno: è un deserto di informazioni in cui nulla rimane visibile a lungo, e l’immortalità digitale si riduce spesso a un file invisibile, perduto tra milioni di altri. Quando Korin muore, convinto di aver consegnato il suo messaggio ad una sorta di eterna permanenza, la verità appare in tutta la sua crudezza. Oggi, visitando warandwar.com, si legge: “L’URL richiesto non è stato trovato su questo server. Inoltre, si informa che il servizio di questa home page è stato sospeso a causa di ricorrenti ritardi nei pagamenti. I tentativi di recapito postale al Sig. G. Korin sono stati restituiti al mittente con la dicitura: indirizzo sconosciuto. Di conseguenza, tutti i dati sono stati cancellati da questa home page.” La promessa di preservazione eterna si dissolve così in un banale messaggio d’errore, la memoria viene cancellata per un credito insoluto. La pagina bianca con testo nero diventa il monumento alla fragilità della nostra epoca, all’illusione che qualcosa di noi possa sopravvivere oltre la fine.
Korin parla a chi non può o non vuole ascoltare: ai ragazzi che lo deridono, alla donna che lo respinge, agli sconosciuti che lo liquidano come un folle. La sua voce non trova eco, come se l’universo intero fosse sordo alla preghiera umana di lasciare un segno. È in questo fallimento che Krasznahorkai colloca il cuore del romanzo: l’uomo non può arrestare il tempo, ma può ancora opporvisi — continuando a raccontare.
Korin porta la storia sulle spalle come una febbre continua: non la storia che leggiamo nei libri, ma quella “che ha trionfato di nascosto”, fatta di violenze sommerse, di memoria corrotta, di conflitti che non finiscono mai davvero. Una forza che annulla ogni confine tra vita privata e cataclisma collettivo. Ed è questa la prospettiva che Krasznahorkai assume come asse del romanzo: il peso di un mondo che schiaccia chi lo abita e l’impossibilità di restare integri mentre il tempo e la Storia — quella sotterranea — ci consumano dall’interno.
Guerra e guerra è un romanzo sulla fine della storia e sull’estinzione del senso, ma anche sul bisogno disperato di continuare a cercarlo e tramandarlo. Un viaggio verso il nulla che, paradossalmente, restituisce alla letteratura la sua funzione più antica: testimoniare che siamo esistiti, anche se per un breve istante, prima del calar della notte.

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