Emanuele Trevi, Mia nonna e il Conte, Solferino 2025
Ancora una volta, temo con monotonia, propongo non tanto una recensione su un libro, quanto una riflessione sui costumi, direi piuttosto sui riti, della nostra editoria e, soprattutto, sul fiacco conformismo della critica.
Mi ripeto: ognuno scrive quello che si sente di scrivere e un’opera letteraria non può essere valutata sulla base di una sua appartenenza a un genere piuttosto che a un altro. Fatto sta che oggi si parla e straparla di ibridazione, contaminazione e via dicendo e la cosa facilita molto la deriva verso “il libro (il romanzo?) sono io”: scrittori noti o ignoti si buttano sempre di più sui ricordi della propria vita, del territorio, delle proprie origini e via dicendo.
Si scrivono e, cosa più sorprendente, si pubblicano e, cosa surreale, si recensiscono, nel caso di scrittori perfettamente inseriti “nel giro” o di facce nuove “da lanciare”, con tripudianti lodi, libri e librini magari gradevoli e ben scritti ma del tutto inutili.
Qualche settimana fa ho scritto in tal senso del libro (del romanzo?) Perduto è questo mare, librino di ricordi, fa più corretto dire di memoir, di Elisabetta Rasy, recensito, tra gli altri, da Emanuele Trevi sul Corriere della Sera appunto con tripudianti lodi. Ebbene ora è Emanuele Trevi che nel suo Mia nonna e il Conte ci racconta della sua infanzia, adolescenza e gioventù in Calabria, di sua nonna Peppinella, arcaica matrona fiera e forte, e del conte, con il quale sua nonna stabilì un manierato ma autentico rapporto di corrispondenza affettiva. Un rapporto bello e delicato tra due persone molto anziane.
Emanuele Trevi, non sono certo io a doverlo dire, scrive bene, a tratti molto bene, anche se la sua scrittura dà sempre la sensazione di essere costruita a misura di odierno lettore: è scorrevole, limpida, modellata su valori condivisibili senza sforzo, non di rado propensa a massime di tipo poetico-esistenziale di quelle del tipo “Chi potrebbe non essere d’accordo?”. E non è, né vuole esserlo, un romanziere vero e proprio, muovendosi sul confine poroso tra memoir, biografia intellettuale, critica letteraria e romanzo di non-fiction.
Di autobiografico ha scritto molto, ma di un autobiogafico ampliato, sempre esplorativo e rappresentativo di realtà e personaggi della cultura italiana. Ovviamente il pensiero va prima di tutto a Qualcosa di scritto, libro notevole e discutibile, sempre attuale, su cui mi piacerebbe tornare in un prossimo futuro. Nella storia di sua nonna e del conte invece Trevi ricorda proustianeggiando sé e il suo mondo, invitando il lettore a immergersi nell’atmosfera tipica di questo tipo di racconto, colori, odori, oggetti, cibi, una dama di compagnia ancora più arcaica della signora, un giardino, una casa, i fiori, la percezione mutevole del tempo.
Scrivere una memoria come Mia nonna e il Conte è nel pieno diritto di Emanuele Trevi. Non granché comprensibile è perché pubblicare questo tipo di scrittura privata, vale a dire perché renderla pubblica ai concittadini dell’autore. Ancor meno comprensibile è perché recensirla e ancora ancora meno perché recensirla con lodi e apprezzamenti alle volte iperbolici.
E’ vero: il “giro” fa così con tutti i suoi membri e stiamo parlando di meccaniche scontate e arcinote della nostra letteratitudine. Ma nonostante ciò, non si può che rimanere stupiti, direi interdetti, dai percorsi e dai rapporti rituali e autoreferenziali che portano Il Corriere della Sera o La Repubblica a parlare di scrittura magistrale e di racconto perfettissimo (a pagina intera! Del resto Trevi aveva scritto con analogo formato sul Corriere che l’altro librino, quello di Elisabetta Rasy, rasentava la perfezione). Con tanto poi di interviste all’autore da parte di grandi reti televisive e di altre lodi variamente sparse con tempestività a poco tempo dall’uscita del libro.
Ma lo stupore potrebbe essere del tutto implausibile, dato che siamo di fronte a una letteratura magistrale e perfetta.
