“Buon giorno!”
“Buon giorno. Posso fare qualcosa per te?”
Il ragazzo ignorò la domanda. Del resto Antoine de Saint-Exupéry nella delicata e affettuosa testimonianza del suo incontro con il piccolo principe lo aveva ribadito con chiarezza più volte: sin da quando era bambino il garbatissimo extraterrestre non rispondeva mai a una domanda. Era solo lui a chiedere. Così nessuno poteva avere idea del perché e del come fosse tornato sulla Terra.
“Cosa fai?”, domandò all’uomo molto magro e un po’ trasandato seduto dietro a una scrivania antichizzante, circondato da scaffali dai quali i libri sembravano traboccare.
“Il critico militante”.
“Ah! E cosa critichi militantemente?”
“Quello che scrivono gli altri”
“Qui da voi si usa scrivere su quello che scrivono gli altri?”
“Sicuro, ed è una cosa importante”.
“Allora ci sarà senz’altro chi scrive su quello che scrivi tu quando critichi quello che scrivono gli altri”
“Certo, è un’abitudine molto diffusa. Anima la vita culturale della società”.
“Quindi se qualcuno scrive un romanzo, c’è poi chi scrive una critica su questo romanzo. Qualcun altro poi critica la critica al romanzo. E, dato che è importante scrivere su quello che scrivono gli altri, qualcun altro scriverà su coloro che criticano i critici dei critici.”
“Certamente, giovane esploratore del cosmo, si tratta appunto del fondamentale dibattito intellettuale tra gli intellettuali. Ci sono studi critici su chi ha studiato la critica e ce ne sono poi altri su coloro che hanno studiato coloro che hanno studiato la critica”.
“Ed è divertente?”
“Molto, ma richiede studio, lavoro, impegno”.
“E cosa scrivi quando scrivi su quello che scrivono gli altri?”
“Leggo, analizzo e giudico i libri con occhio esperto e poi scrivo delle recensioni. Stabilisco se sono buoni o scadenti, interessanti o noiosi, significativi o irrilevanti. Dico a chi mi legge se comprarli o meno. Indico anche agli editori cosa pubblicare e cosa no. Perché io, forte della mia cultura e del mio modo corretto di pensare, so quale è il modo giusto di scrivere e quale è quello sbagliato. Ho ben chiari gli obiettivi che uno scrittore deve perseguire, quale deve essere la sua funzione nella società, i valori cui si deve ispirare. Io valuto con nitida, oggettiva certezza chi deve essere appoggiato, chi ignorato, chi stroncato”.
“Cioè scrivi se ti piace o non ti piace”.
“Oh no, mio nuovo sidereo giovane amico. Il discorso è molto più complesso”.
Il piccolo ormai adolescente principe, rimase un po’ in silenzio a riflettere su quanto aveva ascoltato da un uomo così colto e così profondo conoscitore del bene e del male. Poi gli sovvenne un pensiero.
“Ma se esiste un modo giusto di pensare e di scrivere e tu lo conosci, allora tutti i critici lo conosceranno e criticheranno allo stesso modo. Per ogni libro basterà una critica sola. A proposito: esistono altri critici come te o sei solo tu a giudicare?”
L’uomo magro sembrò essere colto da un momento di perplessità, magari anche di stupore. Ma si riebbe subito e sorrise quasi con tenerezza.
“Siamo in molti a criticare, mio graditissimo visitatore extraterrestre, e ognuno la pensa a modo suo, ognuno ha le sue opinioni e i suoi interessi. E giù polemiche, scontri, litigi, rotture. Anzi, più si polemizza con stizza, più ci si scontra con livore, più si litiga, più si rompono amicizie e alleanze, più si contrappongono e si sfaldano scuole di pensiero, e meglio è. Più emettiamo sentenze incontestabili e più vengono poi sbugiardate da irate controsentenze agli antipodi, più noi critici ci facciamo notare, riusciamo a fare un po’ di chiasso e a diventare visibili. Più sforniamo classifiche dei libri migliori o peggiori (quanto sono amate queste classifiche!), seguite ovviamente da controclassifiche e poi ancora da irridenti demolizioni sia delle classifiche che delle controclassifiche, più riusciamo a giocare un qualche ruolo nel giro del business. O della vanità.”.
“Allora i critici hanno idee diverse sul modo giusto e su quello sbagliato di scrivere un romanzo! In sostanza dicono bene di chi la pensa come loro o di chi fa le cose come dicono loro.”.
“Oh, di nuovo no, compìto peregrinante nella cosmica materia oscura. Te l’ho detto, il discorso è complesso, molto complesso, e non so se tu, proveniente da un mondo piccolo e semplice, sia in grado di capire”.
Il piccolo principe tacque di nuovo. Gli sembrava veramente di non essere in grado di capire. Aveva ascoltato due descrizioni del mestiere del critico del tutto opposte. Alla fine dentro di sé concluse che ogni critico riteneva vero e corretto solo il suo personale modo di intendere su come scrivere. Lo disse al suo dotto interlocutore e questi lo compatì bonariamente.
“Si, sei proprio un semplice. Noi critici viviamo di complessità, di approfondimenti abissali, di sfumature sottili fino all’astrusità, perché la vera cultura è complessa, profonda, sottile. La complessità è dissacrante, disgrega i valori consolanti”.
Il piccolo principe si sorprese molto. Gli venne in mente un incontro singolare che aveva avuto anni prima, quando su un piccolo pianeta aveva incontrato un beone che beveva per dimenticare e precisamente per dimenticare che si vergognava e la cosa di cui si vergognava era che si vergognava di bere.
“Ma i lettori riescono a capire quello che scrivete?”
“Oh, spesso no! Ma non è un obiettivo della nostra missione. Chi non ce la fa a capire si pasce passivamente del culturame di massa. E poi l’astrusità ben confezionata suscita sempre alla fin fine un cauto rispetto e ci fa subito riconoscere tra di noi”,
“Che strano! Sul mio piccolo pianeta le cose sono davvero molto semplici. Le rose sono belle perché sono amate e curate, non perché qualcuno ne fa una critica e dice che sono belle”.
“Ma via, mio candido peregrinante tra i pianeti, dare un così totale amore a una rosa, e magari scriverci un libro sopra, lo trovo piuttosto infantile”.
“Ma la rosa è la cosa più importante del mio universo, come fai a dire questo?”
Il piccolo principe si era turbato, forse anche un po’ arrabbiato, cosa che da bambino non gli capitava mai.
“Ma”, quasi balbettò, “la gente, la gente vi dà retta?”
“Ha bisogno di noi. Una volta scrivevano in pochi e dovevano piacere solo a un re, a un principe, un nobile. La carriera dipendeva dal loro giudizio. Oggi sono in tanti a scrivere e in tantissimi a scegliere cosa leggere e cosa no, a chi dare il proprio denaro e a chi no. E hanno bisogno di qualcuno che li orienti a scegliere, ovvero a comprare. Non di rado vanno per conto loro, influenzati da un mondo dozzinale. Oggi tutti parlano di libri a vanvera e a un livello proprio basso, chiunque cerca di farsi dei seguaci da influenzare, per poi magari farsi pagare da autori ed editori. Ma se uno scrittore vuole contare, vuole restare, al nostro giudizio di critici veri e seri deve puntare, nel nostro giudizio deve sperare”.
“Dunque voi critici veri e seri non vi fate mai pagare per dire bene di un libro!”
Ancora una volta il critico sembrò esitare, sorpreso e perplesso. Ma dopo un secondo fu preso da un subitaneo entusiasmo. Prese una rivista dal tavolo, la aprì apparentemente a caso e con un lampo di gioia negli occhi fissò il giovane venuto da un altro mondo.
“Mio carissimo giardiniere interplanetario, ascolta e cerca di imparare!”
La produzione letteraria dell’autore si pone come un’iterazione semiotica di arcane risonanze interdiscorsive, le quali, attraverso un uso sapiente di isotopie disgiuntive, delineano un orizzonte interpretativo che trascende la mera fenomenologia dell’esperienza estetica. La configurazione narrativa, pertanto, si dipana lungo un asse cronotopico che problematizza l’ontologia del significante, svelando una polifonia di enunciazioni che si intersecano in un campo dialogico di irriducibile complessità.
Si fermò ansante ed emozionato.
“Suona proprio bene!”, esclamò il piccolo principe. “Devi essere proprio un sapiente”.
Il critico si alzò di scatto. In piedi sembrava ancora più magro. Ricordava i ritratti a un tempo ammirati e satirici Paganini. Estrasse una seconda rivista da uno scaffale e, accennando movimenti coreutici, lesse:
Questo approccio consente di evidenziare come la struttura diegetica, lungi dall’essere un semplice veicolo di trasmissione di contenuti, si configuri piuttosto come un labirinto di segni in continua metamorfosi, un perpetuo divenire che riflette la condizione postmoderna della frammentazione dell’io e della realtà.
“Ascolta, virgulto interstellare!”.
La sua voce si faceva sempre più acuta, le parole si susseguivano più veloci, i movimenti più frenetici.
La sineddoche e la metonimia, strumenti retorici primari dell’opera, fungono da catalizzatori per una processualità significante che sfugge ad ogni tentativo di fissazione e categorizzazione ontologica.
Sfogliò qualche pagina e riprese a leggere. Ormai la sua era come una goffa danza dionisiaca.
“Ascolta! Ascolta!”
L’opera di *** emerge come una costellazione di significati plurivoci che sovvertono le tradizionali categorie ermeneutiche. La sua scrittura, intrisa di una poetica dell’alterità, si configura come un labirinto semiotico dove ogni segno rinvia ad una miriade di interpretazioni possibili.
“Grazie, grazie, basta. Ho capito.”
Ma il recitante non si fermava. Si agitava, ormai quasi Baccante, la voce stridula, la testa roteante.
La sua architettura narrativa, pertanto, può essere letta come un dispositivo auto-poietico che problematizza le dicotomie tradizionali tra autore, testo e lettore, configurandosi come un locus di infinite potenzialità interpretative e di incessante riformulazione del senso…
“Basta, basta. Ti ringrazio. E’ tutto chiarissimo.”
“La cogli la bellezza?”
Fungono da catalizzatori per una processualità significante che sfugge a ogni tentativo di fissazione e categorizzazione ontologica!
“Tu, saggio coltivatore di rose, pago del tuo giardinaggio piccolo borghese, ti senti illuminato da un’altra dimensione dell’intelletto che non sospettavi esistesse?”
Poetica dell’alterità! Labirinto semiotico! Struttura diegetica!
Ormai si dimenava urlando.
“Questa è cultura! Noi della cultura siamo gli arbitri. Spieghiamo alle masse ciò che le masse non sanno o non sanno di non sapere. Sveliamo gli autori a sé stessi, diamo un senso a ciò che scrivono, lo collochiamo al posto giusto, nobile e alto oppure di indecorosamente modesto, lo assolviamo o lo condanniamo. Noi siamo i giudici, davanti ai quali si resta in trepidante attesa. Noi siamo i giudici che possono gratificare una vita con la gloria letteraria o relegarla nelle tenebre di un rabbioso risentimento”.
Si bloccò di colpo in preda all’affanno, piegandosi sulla scrivania. Il piccolo principe temette potesse sentirsi male e volle rasserenarlo.
“Si, si, ho capito, ho capito! Oltre che sapiente sei anche potente. Chissà quanti poveri scriventi hai esaltato e chissà di quanti hai avvelenato la vita!?”
Il critico aspettò che il fiatone scemasse. Lentamente si risollevò e guardò lontano.
“Nessuno.”
“Nessuno?”
“Nessuno, perché nessuno ha mai voluto pubblicare una riga di quello che ho scritto in tanti anni. Volevo tanto diventare un intellettuale noto e ricercato, un arbitro considerato e temuto, ma le mie pagine critiche non sono mai state prese in considerazione, perché nessuno mi ha mai considerato dei loro. Sono un isolato. Ho preso ad autopubblicare recensioni a libri che nessuno ha voluto pubblicare probabilmente senza mai averli letti, ma nessuno ha mai letto me”.
“Ma le cose così oscure e quindi così profonde che mi hai letto?”
“Non sono mie, sono di critici importanti e sulla cresta dell’onda”.
Il piccolo principe sentì la gola chiudersi. Fissando lo sguardo infinitamente sconsolato dell’uomo che aveva ritenuto sapiente e potente, una malinconica e solidale lacrima sgorgò dai suoi occhi.
“Siamo in milioni e milioni sulla Terra a scrivere. E siamo in milioni e milioni a recriminare per anni contro il mondo ingiusto, contro le clientele, contro gli ignoranti, i fortunati, i furbi, i raccomandati, coloro che si vendono il corpo o l’anima. Poi ci arrendiamo, senza mai smettere di convivere con un inestinguibile rancore. Io vivo chiuso tra questi libri correggendo bozze, senza mai mettere il naso fuori e senza aprire una finestra, da così tanti anni che non ricordo più quanti sono”.
Un lungo silenzio. Ma all’improvviso, inaspettatamente, gli occhi si illuminarono, un suo sorriso deflagrò così intenso da contagiare subito il piccolo principe.
“Ma domani mattina esco e vado a comprare dei bulbi di rose! E’ ottobre, un buon momento per piantarli.”
“Buon giorno. Posso fare qualcosa per te?”
Il ragazzo ignorò la domanda. Del resto Antoine de Saint-Exupéry nella delicata e affettuosa testimonianza del suo incontro con il piccolo principe lo aveva ribadito con chiarezza più volte: sin da quando era bambino il garbatissimo extraterrestre non rispondeva mai a una domanda. Era solo lui a chiedere. Così nessuno poteva avere idea del perché e del come fosse tornato sulla Terra.
“Cosa fai?”, domandò all’uomo molto magro e un po’ trasandato seduto dietro a una scrivania antichizzante, circondato da scaffali dai quali i libri sembravano traboccare.
“Il critico militante”.
“Ah! E cosa critichi militantemente?”
“Quello che scrivono gli altri”
“Qui da voi si usa scrivere su quello che scrivono gli altri?”
“Sicuro, ed è una cosa importante”.
“Allora ci sarà senz’altro chi scrive su quello che scrivi tu quando critichi quello che scrivono gli altri”
“Certo, è un’abitudine molto diffusa. Anima la vita culturale della società”.
“Quindi se qualcuno scrive un romanzo, c’è poi chi scrive una critica su questo romanzo. Qualcun altro poi critica la critica al romanzo. E, dato che è importante scrivere su quello che scrivono gli altri, qualcun altro scriverà su coloro che criticano i critici dei critici.”
“Certamente, giovane esploratore del cosmo, si tratta appunto del fondamentale dibattito intellettuale tra gli intellettuali. Ci sono studi critici su chi ha studiato la critica e ce ne sono poi altri su coloro che hanno studiato coloro che hanno studiato la critica”.
“Ed è divertente?”
“Molto, ma richiede studio, lavoro, impegno”.
“E cosa scrivi quando scrivi su quello che scrivono gli altri?”
“Leggo, analizzo e giudico i libri con occhio esperto e poi scrivo delle recensioni. Stabilisco se sono buoni o scadenti, interessanti o noiosi, significativi o irrilevanti. Dico a chi mi legge se comprarli o meno. Indico anche agli editori cosa pubblicare e cosa no. Perché io, forte della mia cultura e del mio modo corretto di pensare, so quale è il modo giusto di scrivere e quale è quello sbagliato. Ho ben chiari gli obiettivi che uno scrittore deve perseguire, quale deve essere la sua funzione nella società, i valori cui si deve ispirare. Io valuto con nitida, oggettiva certezza chi deve essere appoggiato, chi ignorato, chi stroncato”.
“Cioè scrivi se ti piace o non ti piace”.
“Oh no, mio nuovo sidereo giovane amico. Il discorso è molto più complesso”.
Il piccolo ormai adolescente principe, rimase un po’ in silenzio a riflettere su quanto aveva ascoltato da un uomo così colto e così profondo conoscitore del bene e del male. Poi gli sovvenne un pensiero.
“Ma se esiste un modo giusto di pensare e di scrivere e tu lo conosci, allora tutti i critici lo conosceranno e criticheranno allo stesso modo. Per ogni libro basterà una critica sola. A proposito: esistono altri critici come te o sei solo tu a giudicare?”
L’uomo magro sembrò essere colto da un momento di perplessità, magari anche di stupore. Ma si riebbe subito e sorrise quasi con tenerezza.
“Siamo in molti a criticare, mio graditissimo visitatore extraterrestre, e ognuno la pensa a modo suo, ognuno ha le sue opinioni e i suoi interessi. E giù polemiche, scontri, litigi, rotture. Anzi, più si polemizza con stizza, più ci si scontra con livore, più si litiga, più si rompono amicizie e alleanze, più si contrappongono e si sfaldano scuole di pensiero, e meglio è. Più emettiamo sentenze incontestabili e più vengono poi sbugiardate da irate controsentenze agli antipodi, più noi critici ci facciamo notare, riusciamo a fare un po’ di chiasso e a diventare visibili. Più sforniamo classifiche dei libri migliori o peggiori (quanto sono amate queste classifiche!), seguite ovviamente da controclassifiche e poi ancora da irridenti demolizioni sia delle classifiche che delle controclassifiche, più riusciamo a giocare un qualche ruolo nel giro del business. O della vanità.”.
“Allora i critici hanno idee diverse sul modo giusto e su quello sbagliato di scrivere un romanzo! In sostanza dicono bene di chi la pensa come loro o di chi fa le cose come dicono loro.”.
“Oh, di nuovo no, compìto peregrinante nella cosmica materia oscura. Te l’ho detto, il discorso è complesso, molto complesso, e non so se tu, proveniente da un mondo piccolo e semplice, sia in grado di capire”.
Il piccolo principe tacque di nuovo. Gli sembrava veramente di non essere in grado di capire. Aveva ascoltato due descrizioni del mestiere del critico del tutto opposte. Alla fine dentro di sé concluse che ogni critico riteneva vero e corretto solo il suo personale modo di intendere su come scrivere. Lo disse al suo dotto interlocutore e questi lo compatì bonariamente.
“Si, sei proprio un semplice. Noi critici viviamo di complessità, di approfondimenti abissali, di sfumature sottili fino all’astrusità, perché la vera cultura è complessa, profonda, sottile. La complessità è dissacrante, disgrega i valori consolanti”.
Il piccolo principe si sorprese molto. Gli venne in mente un incontro singolare che aveva avuto anni prima, quando su un piccolo pianeta aveva incontrato un beone che beveva per dimenticare e precisamente per dimenticare che si vergognava e la cosa di cui si vergognava era che si vergognava di bere.
“Ma i lettori riescono a capire quello che scrivete?”
“Oh, spesso no! Ma non è un obiettivo della nostra missione. Chi non ce la fa a capire si pasce passivamente del culturame di massa. E poi l’astrusità ben confezionata suscita sempre alla fin fine un cauto rispetto e ci fa subito riconoscere tra di noi”,
“Che strano! Sul mio piccolo pianeta le cose sono davvero molto semplici. Le rose sono belle perché sono amate e curate, non perché qualcuno ne fa una critica e dice che sono belle”.
“Ma via, mio candido peregrinante tra i pianeti, dare un così totale amore a una rosa, e magari scriverci un libro sopra, lo trovo piuttosto infantile”.
“Ma la rosa è la cosa più importante del mio universo, come fai a dire questo?”
Il piccolo principe si era turbato, forse anche un po’ arrabbiato, cosa che da bambino non gli capitava mai.
“Ma”, quasi balbettò, “la gente, la gente vi dà retta?”
“Ha bisogno di noi. Una volta scrivevano in pochi e dovevano piacere solo a un re, a un principe, un nobile. La carriera dipendeva dal loro giudizio. Oggi sono in tanti a scrivere e in tantissimi a scegliere cosa leggere e cosa no, a chi dare il proprio denaro e a chi no. E hanno bisogno di qualcuno che li orienti a scegliere, ovvero a comprare. Non di rado vanno per conto loro, influenzati da un mondo dozzinale. Oggi tutti parlano di libri a vanvera e a un livello proprio basso, chiunque cerca di farsi dei seguaci da influenzare, per poi magari farsi pagare da autori ed editori. Ma se uno scrittore vuole contare, vuole restare, al nostro giudizio di critici veri e seri deve puntare, nel nostro giudizio deve sperare”.
“Dunque voi critici veri e seri non vi fate mai pagare per dire bene di un libro!”
Ancora una volta il critico sembrò esitare, sorpreso e perplesso. Ma dopo un secondo fu preso da un subitaneo entusiasmo. Prese una rivista dal tavolo, la aprì apparentemente a caso e con un lampo di gioia negli occhi fissò il giovane venuto da un altro mondo.
“Mio carissimo giardiniere interplanetario, ascolta e cerca di imparare!”
La produzione letteraria dell’autore si pone come un’iterazione semiotica di arcane risonanze interdiscorsive, le quali, attraverso un uso sapiente di isotopie disgiuntive, delineano un orizzonte interpretativo che trascende la mera fenomenologia dell’esperienza estetica. La configurazione narrativa, pertanto, si dipana lungo un asse cronotopico che problematizza l’ontologia del significante, svelando una polifonia di enunciazioni che si intersecano in un campo dialogico di irriducibile complessità.
Si fermò ansante ed emozionato.
“Suona proprio bene!”, esclamò il piccolo principe. “Devi essere proprio un sapiente”.
Il critico si alzò di scatto. In piedi sembrava ancora più magro. Ricordava i ritratti a un tempo ammirati e satirici Paganini. Estrasse una seconda rivista da uno scaffale e, accennando movimenti coreutici, lesse:
Questo approccio consente di evidenziare come la struttura diegetica, lungi dall’essere un semplice veicolo di trasmissione di contenuti, si configuri piuttosto come un labirinto di segni in continua metamorfosi, un perpetuo divenire che riflette la condizione postmoderna della frammentazione dell’io e della realtà.
“Ascolta, virgulto interstellare!”.
La sua voce si faceva sempre più acuta, le parole si susseguivano più veloci, i movimenti più frenetici.
La sineddoche e la metonimia, strumenti retorici primari dell’opera, fungono da catalizzatori per una processualità significante che sfugge ad ogni tentativo di fissazione e categorizzazione ontologica.
Sfogliò qualche pagina e riprese a leggere. Ormai la sua era come una goffa danza dionisiaca.
“Ascolta! Ascolta!”
L’opera di *** emerge come una costellazione di significati plurivoci che sovvertono le tradizionali categorie ermeneutiche. La sua scrittura, intrisa di una poetica dell’alterità, si configura come un labirinto semiotico dove ogni segno rinvia ad una miriade di interpretazioni possibili.
“Grazie, grazie, basta. Ho capito.”
Ma il recitante non si fermava. Si agitava, ormai quasi Baccante, la voce stridula, la testa roteante.
La sua architettura narrativa, pertanto, può essere letta come un dispositivo auto-poietico che problematizza le dicotomie tradizionali tra autore, testo e lettore, configurandosi come un locus di infinite potenzialità interpretative e di incessante riformulazione del senso…
“Basta, basta. Ti ringrazio. E’ tutto chiarissimo.”
“La cogli la bellezza?”
Fungono da catalizzatori per una processualità significante che sfugge a ogni tentativo di fissazione e categorizzazione ontologica!
“Tu, saggio coltivatore di rose, pago del tuo giardinaggio piccolo borghese, ti senti illuminato da un’altra dimensione dell’intelletto che non sospettavi esistesse?”
Poetica dell’alterità! Labirinto semiotico! Struttura diegetica!
Ormai si dimenava urlando.
“Questa è cultura! Noi della cultura siamo gli arbitri. Spieghiamo alle masse ciò che le masse non sanno o non sanno di non sapere. Sveliamo gli autori a sé stessi, diamo un senso a ciò che scrivono, lo collochiamo al posto giusto, nobile e alto oppure di indecorosamente modesto, lo assolviamo o lo condanniamo. Noi siamo i giudici, davanti ai quali si resta in trepidante attesa. Noi siamo i giudici che possono gratificare una vita con la gloria letteraria o relegarla nelle tenebre di un rabbioso risentimento”.
Si bloccò di colpo in preda all’affanno, piegandosi sulla scrivania. Il piccolo principe temette potesse sentirsi male e volle rasserenarlo.
“Si, si, ho capito, ho capito! Oltre che sapiente sei anche potente. Chissà quanti poveri scriventi hai esaltato e chissà di quanti hai avvelenato la vita!?”
Il critico aspettò che il fiatone scemasse. Lentamente si risollevò e guardò lontano.
“Nessuno.”
“Nessuno?”
“Nessuno, perché nessuno ha mai voluto pubblicare una riga di quello che ho scritto in tanti anni. Volevo tanto diventare un intellettuale noto e ricercato, un arbitro considerato e temuto, ma le mie pagine critiche non sono mai state prese in considerazione, perché nessuno mi ha mai considerato dei loro. Sono un isolato. Ho preso ad autopubblicare recensioni a libri che nessuno ha voluto pubblicare probabilmente senza mai averli letti, ma nessuno ha mai letto me”.
“Ma le cose così oscure e quindi così profonde che mi hai letto?”
“Non sono mie, sono di critici importanti e sulla cresta dell’onda”.
Il piccolo principe sentì la gola chiudersi. Fissando lo sguardo infinitamente sconsolato dell’uomo che aveva ritenuto sapiente e potente, una malinconica e solidale lacrima sgorgò dai suoi occhi.
“Siamo in milioni e milioni sulla Terra a scrivere. E siamo in milioni e milioni a recriminare per anni contro il mondo ingiusto, contro le clientele, contro gli ignoranti, i fortunati, i furbi, i raccomandati, coloro che si vendono il corpo o l’anima. Poi ci arrendiamo, senza mai smettere di convivere con un inestinguibile rancore. Io vivo chiuso tra questi libri correggendo bozze, senza mai mettere il naso fuori e senza aprire una finestra, da così tanti anni che non ricordo più quanti sono”.
Un lungo silenzio. Ma all’improvviso, inaspettatamente, gli occhi si illuminarono, un suo sorriso deflagrò così intenso da contagiare subito il piccolo principe.
“Ma domani mattina esco e vado a comprare dei bulbi di rose! E’ ottobre, un buon momento per piantarli.”
