La morte di Auguste. Un libro crudo. Amaro. Senza indulgenze.
Non è la morte il centro, ma ciò che resta intorno alla morte, dopo la morte. Ciò che erompe quando il corpo, ormai immobile, diventa un pretesto.
Auguste Mature crolla all’improvviso nel suo ristorante. Ictus. Nella sua vita ha costruito dal nulla un’impresa di successo. Lui, Auguste, figlio di un bracciante, analfabeta, che dall’Alvernia era approdato a Parigi. Rue de la Grande-Truanderie. Al pari di un alchimista, Auguste ha tramutato una tavola calda per scaricatori dei mercati di Les Halles, nel locale dell’élite, con due stelle Michelin. Ministri, diplomatici, uomini d’affari, signore eleganti. Il ventre di Parigi, Les Halles, trasformato in palcoscenico della sua scalata. Eppure, Auguste resta un enigma. Che fine hanno fatto tutti i soldi guadagnati?
Auguste muore, e subito si apre la voragine. I tre figli. Tre fratelli che non si riconoscono, perché non si sono mai conosciuti davvero.
Antoine, il figlio fedele, gli è rimasto accanto ogni giorno, complice e socio.
“Fino a un attimo prima, erano ancora un padre e un figlio che, l’uno accanto all’altro guardavano il viavai della strada, ma dal momento in cui Antoine aveva dato la sua risposta, i rapporti fra i due uomini erano cambiati. Nel modo più naturale erano diventati soci, in un certo senso complici, e la differenza d’età non esisteva più.”
Ferdinand, il giudice, l’uomo colto. Si vergognava dell’iniziale miseria paterna, ma ora ha bisogno di denaro.
Bernard, la canaglia, l’alcolista, pronto a volare da Cannes e a chiedere, senza nemmeno guardare il corpo: «Dove sono i soldi?»
Sullo sfondo si muovono le comparse: la madre, smagrita fino a sembrare un fantasma, le mogli che sembrano cercare solo dove possano essere stati nascosti i soldi. Un circo di avidità, di sospetti, di rancori sedimentati che esplodono all’improvviso.
Simenon scava. Non descrive l’uomo come vorremmo fosse, ma l’uomo com’è. Senza filtri. Senza morale.
I dialoghi — asciutti, taglienti — mettono a nudo i caratteri. È lì, nelle frasi spezzate, nei silenzi imbarazzati, che emerge il volto autentico dei personaggi. Nessuno si salva. Ognuno si rivela.
Antoine, forse, soltanto lui, resta innocente. O ingenuo. Un idiota dostoevskiano nel cuore di Parigi.
“Come aveva potuto vivere tanti anni senza rendersene conto? Per lui, fino al giorno prima, i suoi fratelli, erano i suoi fratelli. Se non li vedeva spesso era perché ciascuno aveva preso una strada diversa. Soltanto lui era rimasto nella casa dov’era nato, e probabilmente per questo non aveva mai intuito i loro problemi.”
Il romanzo è claustrofobico. Tutto accade in poche stanze, tra il ristorante e la casa. La camera ardente diventa crocevia di menzogne e rancori mentre fuori la città continua a pulsare indifferente. Non c’è consolazione. Non c’è redenzione.
La famiglia, che – di fronte alla morte del patriarca – avrebbe dovuto essere conforto e rifugio, implode. I fratelli, che da bambini dormivano nello stesso letto, adesso non si guardano nemmeno più in faccia.
La morte di Auguste è pungente. Toglie il respiro. Una storia inventata, sì, ma così verosimile da sembrare un fatto di cronaca.
Alla fine, dietro la vicenda di un vecchio ristoratore, resta l’impressione di scorgere qualcosa di molto più grande: l’uomo spogliato di ogni illusione, colto nella sua assoluta nudità morale.
Un Simenon allo stato puro.
Non è la morte il centro, ma ciò che resta intorno alla morte, dopo la morte. Ciò che erompe quando il corpo, ormai immobile, diventa un pretesto.
Auguste Mature crolla all’improvviso nel suo ristorante. Ictus. Nella sua vita ha costruito dal nulla un’impresa di successo. Lui, Auguste, figlio di un bracciante, analfabeta, che dall’Alvernia era approdato a Parigi. Rue de la Grande-Truanderie. Al pari di un alchimista, Auguste ha tramutato una tavola calda per scaricatori dei mercati di Les Halles, nel locale dell’élite, con due stelle Michelin. Ministri, diplomatici, uomini d’affari, signore eleganti. Il ventre di Parigi, Les Halles, trasformato in palcoscenico della sua scalata. Eppure, Auguste resta un enigma. Che fine hanno fatto tutti i soldi guadagnati?
Auguste muore, e subito si apre la voragine. I tre figli. Tre fratelli che non si riconoscono, perché non si sono mai conosciuti davvero.
Antoine, il figlio fedele, gli è rimasto accanto ogni giorno, complice e socio.
“Fino a un attimo prima, erano ancora un padre e un figlio che, l’uno accanto all’altro guardavano il viavai della strada, ma dal momento in cui Antoine aveva dato la sua risposta, i rapporti fra i due uomini erano cambiati. Nel modo più naturale erano diventati soci, in un certo senso complici, e la differenza d’età non esisteva più.”
Ferdinand, il giudice, l’uomo colto. Si vergognava dell’iniziale miseria paterna, ma ora ha bisogno di denaro.
Bernard, la canaglia, l’alcolista, pronto a volare da Cannes e a chiedere, senza nemmeno guardare il corpo: «Dove sono i soldi?»
Sullo sfondo si muovono le comparse: la madre, smagrita fino a sembrare un fantasma, le mogli che sembrano cercare solo dove possano essere stati nascosti i soldi. Un circo di avidità, di sospetti, di rancori sedimentati che esplodono all’improvviso.
Simenon scava. Non descrive l’uomo come vorremmo fosse, ma l’uomo com’è. Senza filtri. Senza morale.
I dialoghi — asciutti, taglienti — mettono a nudo i caratteri. È lì, nelle frasi spezzate, nei silenzi imbarazzati, che emerge il volto autentico dei personaggi. Nessuno si salva. Ognuno si rivela.
Antoine, forse, soltanto lui, resta innocente. O ingenuo. Un idiota dostoevskiano nel cuore di Parigi.
“Come aveva potuto vivere tanti anni senza rendersene conto? Per lui, fino al giorno prima, i suoi fratelli, erano i suoi fratelli. Se non li vedeva spesso era perché ciascuno aveva preso una strada diversa. Soltanto lui era rimasto nella casa dov’era nato, e probabilmente per questo non aveva mai intuito i loro problemi.”
Il romanzo è claustrofobico. Tutto accade in poche stanze, tra il ristorante e la casa. La camera ardente diventa crocevia di menzogne e rancori mentre fuori la città continua a pulsare indifferente. Non c’è consolazione. Non c’è redenzione.
La famiglia, che – di fronte alla morte del patriarca – avrebbe dovuto essere conforto e rifugio, implode. I fratelli, che da bambini dormivano nello stesso letto, adesso non si guardano nemmeno più in faccia.
La morte di Auguste è pungente. Toglie il respiro. Una storia inventata, sì, ma così verosimile da sembrare un fatto di cronaca.
Alla fine, dietro la vicenda di un vecchio ristoratore, resta l’impressione di scorgere qualcosa di molto più grande: l’uomo spogliato di ogni illusione, colto nella sua assoluta nudità morale.
Un Simenon allo stato puro.
