-Abbiamo finito- i tre energumeni appoggiano al muro il piede di porco con il quale hanno portato a termine lo sgombero della casa dei miei genitori.
Ci siamo affidati per questa dolorosa operazione al Bonaccione che aveva garantito efficienza e discrezione.
Del resto, occorreva accelerare la liberazione della casa: l’agenzia immobiliare, dopo averci blandito per ottenere l’incarico, ora esigeva lo sfratto immediato: lunedì sarebbero entrati i primi visitatori. Fare fuori tutto. Subito.
Un’ operazione biblica: dopo aver processato migliaia di libri, faldoni di documenti stratificati e concrezionati dal 1970, restava l’ultimo passo: asportare le librerie su misura, rimuovere il pianoforte verticale che abitava la casa dal 1975. I mobili più significativi erano stati già messi in vendita presso i numerosi mercatini, perché di un mobile di noce massello, nessuno sa che fare. Le nostre case microscopiche hanno già la misura colma.
Quindi, vendere, svendere o regalare.
Regalare è l’atto migliore: un riciclo virtuoso dal basso, uno scambio umano fragrante, come quando il signore sudamericano che ritirava i vecchi Lego dei miei nipoti, ha avuto la delicatezza di postare una foto in cui il suo bambino riceveva felice quegli scarti.
La foto successiva mostrava la stazione di Polizia finalmente completa. Dopo venti anni. I miei nipoti non avevano avuto la pazienza e la perseveranza necessaria, Miguel, invece, sì.
Il mobile ottocentesco con il frontone decorato, stile savoia è stato prelevato come una salma con discrezione dai due manovali del mercato dei Monti Tiburtini che lo hanno trasportato lungo le scale senza una imprecazione, felpati, come necrofori rispettosi del dolore.
Disfare il nido, dopo la morte di mamma avvenuta ad agosto: morirò d’estate, aveva sentenziato da sempre, e così è stato. Il 13 agosto il suo viaggio terreno è terminato: il volto tirato, nella bara, sembrava soddisfatto di aver compiuto la profezia. Ai suoi piedi due orsi di pelouche abbracciati sono stati cremati con lei. Povera mamma, divorata da una fame d’affetto che inghiottiva in una voragine incolmabile tutto quello che le davamo per provare a riempire il suo vuoto.
E poi il dopo, le pratiche, la vita sospesa, il deambulatore in corridoio, i busti nell’armadio, le sue cose. Tutto da ridefinire: ereditare, gestire i lasciti, selezionare e lasciare andare, anche i mestoli di legno che hanno girato sughi per anni. Tutto via.
Ma poi, appunto, le librerie e il piano forte.
Ci pensa il Bonaccione, alla mano, cordiale: la mattina di venerdì manderà i ragazzi a liquidare definitivamente le ultime spoglie. Spolpare la casa.
Il Bonaccione appare con tre persone appena uscite da un campo nomadi di Capena e se ne va, lasciandoci preda di solerti rovistatori che hanno iniziato senza criterio un’opera di smaltimento, accaparramento, distruzione di tutto ciò che capitava loro a tiro. Ci siamo asserragliati in salotto, tra pentole e coperte sottratte ad una furia distruttiva assolutamente imprevista.
Il Bonaccione viene richiamato d’urgenza e ne scaturisce quasi una rissa: gli accordi vanno rispettati, ma alle condizioni dettate da mio fratello: devastate, sì, ma piano.
Ed è stata una intera giornata di lavoro, di tonfi, di squarci, di strappi, schegge, frantumi di scaffali, ripiani, librerie che hanno imboccato la strada del loro inferno , nell’ascensore.
Ma poi c’era il pianoforte. Non avendo altri attrezzi , hanno infierito sullo strumento con il piede di porco, non hanno sbullonato o svitato: no, a colpi di mazza, come nel 476 d.c.
Il piano ha protestato con la forza della sua cassa armonica, emettendo gemiti acuti e lamenti agghiaccianti , gli arpeggi della disperazione. Un vicino esce imprecando e chiedendo la fine di quello scempio. Poi il silenzio.
Portato via a pezzi il piano forte ha bloccato , poi, per un giorno, l’ascensore che si è rifiutato di collaborare. Intanto masserizie scampate ad una invasione militare ingombravano il pavimento dell’unica stanza.
Ho pianto davanti alle tazze bianche e ai tappi di sughero, alle tovaglie damascate.
Alla fine, in preda ad una lucida rassegnazione, ho lasciato alla famigliola di rovistatori anche molti altri sacchi di roba. Purchè ve ne andiate.
Ma mio fratello, però, nella buriana si è reso conto che il giaccone con i documenti aveva preso la strada del cassonetto, dove poi, lo ha faticosamente recuperato.
Quando la tempesta è finita, abbiamo contemplato il vasto naufragio di quella che era stata la nostra casa. Al crepuscolo, seduti per terra, in silenzio, ciascuno per sé faceva i conti del dare e dell’avere, dei ricordi lasciati e di quelli destinati a nuova vita.
Niente sarà mai più come prima. Ne usciamo rattoppati, sconficcati, ma forse più veri. Come è difficile strapparsi il guscio. E’ necessario per non morirci dentro, musealizzando il passato.
Lo so che mamma avrebbe disapprovato tutto quello che avevamo deciso di fare. Entrando nel deserto della sua camera da letto, ho sentito la sua voce: – Nina… mi chiamava così, con un accento interrogativo, forse un po’ supplice, ma inflessibile.
– Sì, mamma…ecco, abbiamo finito.

1 commento su “La nave di Teseo”
Apparentemente secco, algido nella sua descrittiva fine di una casa. In realtà un memoriale implicito di affetti, profondo. Così mi pare il bellissimo racconto di Antonella Fucecchi. Un testo “sottratto” ma vivido di amore