La vecchia di Georges Simenon

Georges Simenon, La vecchia. Traduzione di Simona Mambrini. Biblioteca Adelphi, 2026, pp. 167

La vecchia, di Georges Simenon, rimasto inedito in Italia, è finalmente arrivato nelle nostre librerie (gennaio 2026) per i tipi della Biblioteca Adelphi, tradotto da Simona Mambrini.
Appartiene alla famiglia dei romans durs: quelli in cui Simenon smette i panni di Maigret e lavora a mani nude sulle relazioni e quindi sulle dipendenze, sui turbamenti.
Marco Balzano, su La Lettura, lo scrive con una precisione che centra il bersaglio: «Non è un giallo, ma un capolavoro di scavo e di indagine psicologica: il mistero, infatti, non avvolge un delitto, ma la rete delle relazioni che l’autore mette in scena nello spazio chiuso di un appartamento in rue Bourbon, nell’elegante e centralissima Île Saint-Louis, a Parigi.»
Simenon lo butta giù in pochi giorni, nel gennaio del 1959, e lo pubblica in Francia nello stesso anno, prima a puntate su La Revue de Paris, poi in volume per Presses de la Cité. La prosa è rapida e scarna; arriva subito al punto, senza ornamenti.
È un periodo complesso per lo scrittore belga. Sono gli anni in cui risiede a Château d’Echandens, a venti chilometri da Losanna; è la fase dei piccoli viaggi, da Bruxelles a Venezia, da Firenze a Milano, da Cannes a Londra; il 1959 è poi l’anno nel quale diventa padre per la terza volta. Secondo la biografia di Pierre Assouline (Simenon, Julliard, 1992), è un momento in cui vive «insoddisfatto, scoraggiato e bloccato» ed esita sempre di più spesso di fronte alla macchina da scrivere. Nell’inverno tra il 1959 e il 1960 comincia a mostrare sintomi depressivi e «scrive a fatica». Per uno scrittore noto per essere estremamente prolifico e dotato di una grande facilità di scrittura, deve essere stata una vera sofferenza.
L’inizio del romanzo è di una semplicità burocratica, ma proprio per questo inquietante. Un commissario si presenta a casa della signorina Émel. L’aria di Parigi resta fuori: la narrazione comincia al chiuso. Sophie Émel ha ventisette anni. È una sportiva di successo, una donna che si muove con disinvoltura, che si concede libertà e un’esistenza disordinata, tra feste, alcol e relazioni instabili. Con lei abitano Lélia, giovane cantante di cabaret, e Louise, la domestica. È una comunità femminile che, sulla carta, sembrerebbe stabile, ma che verrà giù al primo soffio di vento.
Il commissario spiega il motivo della visita: «Lei signorina, dalle sue finestre avrà visto demolire una dopo l’altra le vecchie case del quartiere dell’Hotel de Ville e di Saint-Paul. Fa parte di un piano di risanamento previsto da tempo…» Poi aggiunge: «La signora Juliette Viou occupava, prima con il marito, poi da sola, un appartamento all’ultimo piano di uno di quei palazzi. Sono due anni che gli inquilini hanno ricevuto un’ingiunzione di sfratto.»
Sophie capisce subito qual è la situazione. «E ovviamente mia nonna si rifiuta di andarsene», anticipa il commissario. La nonna è Juliette Viou. Tutti gli altri appartamenti si sono svuotati. Il suo no. È rimasta e non ha alcuna intenzione di andarsene, tanto da essere diventata un problema che deve essere risolto con il minimo scandalo.
E così Simenon trasforma l’intervento urbanistico di risanamento in un tragico esperimento di convivenza. Il risanamento del quartiere è solo l’innesco. Il vero cantiere si sposta subito dentro l’appartamento di Sophie. La nonna deve essere collocata da qualche parte e Sophie è l’unica parente. La decisione più ragionevole si rivela quella fatale. Far entrare in rue Bourbon una presenza esterna equivale, in breve, a una colonizzazione della casa.
Da quel punto in poi il romanzo trasforma lo spazio domestico in un luogo senza vie di fuga. La sensazione è quella colta da una recensione del New Yorker (gennaio 1981): «Come spesso accade in Simenon, è la violenza psichica — gli odi e i sensi di colpa sommersi — ciò che conta, e che conduce lentamente, inesorabilmente, alla violenza reale.»
Il romanzo lavora su questo scarto tra la vita di tutti i giorni e la temperatura emotiva dentro la casa di Sophie, che sale sempre più.
La critica italiana ha spesso insistito sull’assenza di compiacimento e sulla nudità della prosa. Una scrittura che non “trucca” nulla: «Tutto è crudo e brutalmente trasparente, tutto è nuda realtà.» E ancora: «La vera oscurità non è fuori, ma dentro le nostre case, nei silenzi tra una stanza e l’altra
La vecchia sembra reggersi su gesti quasi insignificanti, ma intanto mette progressivamente in scena la lotta, primitiva, per il controllo del territorio emotivo. Juliette Viou non entra in scena come un personaggio qualsiasi, ma come una forza dirompente. L’età, l’ostinazione, l’apparente fragilità diventano strumenti. E Sophie, all’inizio così leggera e forse un po’ incauta, si ritrova inchiodata a una presenza che ridisegna la sua esistenza.
Qui Simenon non moralizza, non distribuisce patenti di innocenza, ma lascia che sia la convivenza a rivelare l’autentica essenza dei personaggi. In certi passaggi il romanzo osserva le protagoniste con una freddezza quasi clinica: l’affetto che sa di ricatto, la dipendenza che diventa comando, l’alcol come anestetico, il denaro come tossina, la reputazione ridotta a corazza sottile. Una lettrice francese ha colto bene l’effetto: «Più che una trama, è un’atmosfera “alla Chabrol”, fatta di tocchi impressionisti.» E “atmosfera” è la parola giusta, perché La vecchia non cerca svolte: lavora per saturazione, per accumulo, per compressione. L’aria dell’appartamento si fa densa, diventa irrespirabile.
In questo senso il commissario dell’incipit resta una figura chiave anche quando scompare: è lui a farci capire che la tragedia non nasce da un vizio morale, ma da un meccanismo. Ovvero da una sequenza di atti regolari, dalla prassi, da decisioni “ragionevoli” prese un passo alla volta. Qui nessuno sceglie “il male” come in un melodramma: ognuno fa ciò che, in quel momento, gli sembra più sensato e, proprio per questo, l’esito risulterà terribile. Il romanzo avanza come un piano inclinato: non serve spingere, basta lasciar scorrere. L’appartamento, alla fine, diventa un dispositivo: uno spazio di rappresentanza borghese trasformato in laboratorio di crudeltà.
Il punto più inquietante di La vecchia si trova qui: Simenon non descrive mostri, ma legami. Il romanzo osserva come i ruoli familiari si incrostino, come il passato diventi un credito da riscuotere, come la cura si trasformi in dominio. E allora La vecchia arriva in libreria con una puntualità crudele, perché racconta qualcosa che oggi riconosciamo al primo sguardo: la violenza travestita da necessità, da dovere, da normalità. Simenon la mette in scena con una chiarezza sconcertante. La vecchia Juliette Viou entra in scena e la casa si restringe, la libertà di Sophie evapora.
La vecchia si legge in poche ore e, alla fine, quello che resta addosso è la sensazione di aver letto un romanzo senza via di fuga. Mentre all’esterno si continuano a demolire palazzi “per risanare” pezzi di città, dentro il risanamento è impossibile, perché nessuno può davvero bonificare la propria storia.
La narrazione registra, non commenta. Pensieri, autoassoluzioni, piccole manipolazioni si dispongono come sintomi. Da questa temperatura emotiva la violenza emerge come sviluppo coerente, effetto di un assetto impossibile da stabilizzare.

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