Francesco Targhetta, Le vite potenziali, Mondadori, 2018
Conosco bene l’ambiente di lavoro e la zona geografica dove Francesco Targhetta colloca la sua narrazione. Li conosco bene per doppia esperienza personale: ho lavorato per molto tempo in agenzie di comunicazione e prima, quando insegnavo a Ca’ Foscari, ho vissuto a Venezia, frequentando anche Mestre e Marghera.
Probabilmente anche per questo motivo mi ha colpito la rappresentazione che Francesco Targhetta ne dà nel suo primo romanzo, Le vite potenziali, pubblicato sei anni fa da Mondadori. Targhetta è di Treviso, che è a poca distanza dall’entroterra di Venezia, e, a quanto ci dice lui stesso, si è puntigliosamente documentato sul mondo delle agenzie di comunicazione digitale.
È ovvio che conoscere bene uno specifico ambiente di lavoro e una certa zona del paese non si traduce di per sé in un riuscito livello di scrittura. E neanche rappresentarli con competenza e precisione. Ma quando una esatta, puntigliosa conoscenza si coniuga con una pacata, solo apparentemente distaccata ma nel profondo dolente e partecipe comprensione umana e con una sorvegliata scioltezza di scrittura, ecco che si arriva a un romanzo che prende il lettore e lo avvolge in una atmosfera di intenso spessore umano, in una atmosfera, si, scomodiamo Croce, poetica. Del resto, Targhetta in primis è un poeta.
La vicenda è ambientata in una azienda informatica di buon successo, dove lavorano i tre personaggi principali, Alberto, Luciano e Giorgio, impegnati con diversi ruoli nella implacabile competitività del settore, e in buona misura da essa modellati, tra ricerca, progettazione, new business, gare, linguaggio alle volte americaneggiante ed esoterico, stress, ambizioni, debolezze e vanità umane, sconfitte e vittorie, ansie e autocompiacimenti.
Ma al di là della vicenda, nell’epoca di Wikipedia e degli innumerevoli siti letterari il recensore può esimersi dal racconto della trama, sono proprio i tre a costituire la forza letteraria del libro. Alberto Casagrande, fondatore e capo dell’agenzia, contento di sé e di ciò che ha fatto nella vita ma conscio di non poter mai fermare l’attimo in un mondo dove i pericoli, le insidie, le delusioni professionali ma soprattutto umane vanno sorvegliate e gestite senza soluzione di continuità. Luciano Foresti, un vero e proprio nerd dall’animo gentile, professionalmente bravissimo e financo conteso, personalmente un piccolo disastro di solitudine, svalutazione e quasi mimetizzazione di sé. Giorgio De Lazzari, incaricato del new business e delle relazioni con il mondo delle aziende; una sorta di yuppie tardivo, presuntuoso ma alla fine insicuro, ambizioso fin quasi all’invidia, ma confusionario; ottiene buoni risultati ma si infila anche in maldestri pasticci.
Sono personaggi sostanzialmente medi, che non vivono drammi e conflitti spettacolari, che manovrano e si difendono al livello medio della nuova media borghesia giovane adulta che è comunque riuscita, cavalcando le tecnologie informatiche, a tirarsi fuori dall’involuzione e dallo sconforto della borghesia giovane adulta. Personaggi molto ma molto ben raccontati fino a fare delle loro vicende personali e professionali una rappresentazione, indagata con competenza e finezza d’animo, di cosa è e di dove sta andando un pezzo significativo del nostro paese.
Più che una recensione, a sei anni di distanza questo mio articolo vuole essere un invito alla lettura, che è senza tempo. Un invito alla lettura di un romanzo che semplicemente mi è piaciuto. E non solo a me: l’accoglienza critica a suo tempo fu positiva. Un romanzo, per dirla con riferimento a una delle endemiche controversie senza fine tra critici e studiosi, di qualità.
P.S. – Dopo averlo letto con ritardo, sono rimasto piuttosto sorpreso che Le vite potenziali abbia ottenuto riconoscimenti nella fiera dei premi letterari nazionali.
