Malbianco di Mario Desiati

Mario Desiati, Malbianco, Giulio Einaudi Editore, Torino 2025

Mario Desiati è scrittore e letterato prolifico, in altre epoche si sarebbe detto quasi un poligrafo. È colto, elemento di sé che evidentemente ci tiene a far risaltare, come si potrebbe dedurre dalle numerose pagine di riferimenti e di fonti in calce al suo romanzo. Li definisce bibliografia sentimentale e spaziano dalla psicanalisi alla biogenetica, alla storia, alla linguistica e, ovviamente, alla letteratura.

Anche Desiati potrebbe in qualche modo essere inserito nel filone “il romanzo sono io”, cioè, mi cito, nell’odierno dilagare del raccontare sé stessi e insieme, immancabilmente, i rapporti familiari e il territorio, e ancora più immancabilmente le proprie radici. Con la quasi matematica aggiunta di componenti definibili, più o meno, progressiste e inclusive. Ma rispetto agli album dei ricordi tentativamente nobilitati da componenti più vastamente esistenziali e dalle suddette progressiste e inclusive, Malbianco si pone su un piano decisamente diverso.

È un romanzo forse troppo ambizioso, a tratti anche farraginoso, in cui le concatenazioni causali, che costituiscono sempre l’anima del raccontare, alle volte si perdono in un compiacimento forzoso al limite dell’esibizionismo nel ricostruire e riannodare fili sottili e alla fine non del tutto chiarificati, nel suggerire simbolismi molto tenui. Ma è un romanzo decisamente potente (la pensa così anche ChatGPT dopo aver esplorato alla sua maniera un buon numero di recensioni), molto lontano dalla banalità del mainstream letterario arcidominante.

Una commentatrice del libro, Alessia Kant, fa delle notazioni simili alle mie: si chiede se Desiati non stia cedendo alla moda delle saghe familiari e storiche, con temi mainstream come memoria, vergogna, fascismo. Ma poi gli riconosce di farlo in modo meno raffazzonato, mantenendo validità letteraria.

Io vado oltre: Malbianco non è al livello del meno peggio. Rappresenta uno sforzo intellettuale e creativo forse non del tutto riuscito ma umanamente e letterariamente vigoroso e, alla fine, appassionante per il lettore, non mancando nemmeno dell’altro feticcio dilagante in quasi ogni opera che nei nostri tempi voglia farsi pubblicare e leggere: un qualcosa da scoprire, l’indagine, la ricostruzione dei fatti, il disvelamento. Un po’ di giallo, insomma, anche se qui non c’è da svelare l’assassino.

La complessa vicenda è costruita sull’intreccio tra diversi e a loro volta complessi elementi. Il protagonista, Marco Petrovici, narrante in prima persona per parte del libro. Il suo malessere del corpo e dell’anima. La sua tormentosa indagine nel passato oscuro della sua famiglia per far emergere le cause profonde del malessere. Le vicende familiari ricostruite con tenacia fino a tre generazioni prima. La storia drammatica d’Italia, affidata alla narrazione in terza persona con un alternarsi e una contrapposizione efficace con quella in prima persona, che si riverbera devastante sulle vite degli Italiani, guerre, prigionie, razzismo, il ‘43, disperazioni, ambiguità, istinto e volontà di sopravvivenza, giudizi e pregiudizi. La rimozione, la vergogna.

Marco Petrovici è pugliese e ha scelto di andare a vivere a Berlino. E anche in questo personaggio, così come nel protagonista del precedente romanzo di Desiati, Spatriati, è ovvio cogliere un riferimento alla vita dell’autore. Ma quando si manifestano i sintomi di un malessere profondo e cominciano degli inspiegabili svenimenti, decide di tornare in Puglia per cercare le possibili spiegazioni al suo male e inizia delle ricerche quasi ossessive nella storia della sua famiglia, intuendo, via via che gli appare sempre più misteriosa e difficilmente accessibile per la reticenza dei suoi, come proprio in questa storia si annidino le origini lontane e profonde del suo malessere.

Partendo dal ricordo d’infanzia di un mendicante che suonava il violino sotto la neve, da un diario ritrovato e dal sostegno della zia Ada, inizia un lungo e tortuoso percorso che lo condurrà indietro nel tempo fino a un villaggio dell’Europa dell’est, a possibili origini ebraiche, alle dolorose vicende di guerra dei suoi nonni, sulle quali aleggia come una vergogna non detta e una ombrosa rimozione. Questo viaggio nel tempo, come è stato giustamente notato, si identifica progressivamente con un viaggio nell’anima, nella malattia dell’anima che è inestricabilmente legata alla malattia del corpo.

Quando ho parlato di romanzo un po’ farraginoso in cui le concatenazioni causali, vale a dire la connessione tra la storia familiare e l’angosciato malessere di Marco Petrovici, sono alla fine non ben chiarificate, mi riferivo proprio all’eccesso illuministico di Desiati che lega questi elementi in una concatenazione di causa-effetto che a mio modo di vedere risulta schematica, in parte anche pretestuosa.

Ma forse è il mio di illuminismo a farmi sentire come non del tutto plausibili e chiare le connessioni di Desiati; è il mio illuminismo che finisce per non rispettare a sufficienza le sue motivazioni e le sue intense esigenze psicologiche al momento di concepire questo libro. Né ha molto senso sindacare se, in presenza di un’opera letteraria di tale spessore, la sua tesi centrale funzioni perfettamente o no dal punto di vista logico e drammaturgico.

 

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