Malempin di Georges Simenon

Malempin, di Georges Simenon, Biblioteca Adelphi, 2024. Traduzione di Francesco Tatò

Malempin è stato scritto nel marzo 1939 in Alsazia, nello Château de Scharrachbergheim. È stato pubblicato per la prima volta da Gallimard nel 1940.
Tra i centodiciassette “romanzi duri” di Georges Simenon – ovvero i romanzi non polizieschi, quelli in cui non compare il commissario Maigret – Malempin è il meno duro. All’esplorazione dell’ambiguità insita nelle relazioni, dei conflitti interiori, del male come condizione prevalente, si sostituisce il flusso della memoria che riaffiora, a brandelli, tra le maglie del dolore. È un romanzo proustiano.
(…) impressioni sgradevoli di ricordi diffusi e penosi, che mi ritornano in mente a intervalli regolari, nei momenti di semincoscienza, quando mi corico con lo stomaco troppo pieno.
Edouard Malempin è un medico. Un uomo ordinario. Lo incontriamo mentre si accinge a partire per le vacanze estive nel sud della Francia. Auto nuova, moglie e figlio. Un quadro familiare sereno, quasi borghese. Ma la partenza viene annullata. Il piccolo Bilot, otto anni, si è ammalato improvvisamente. Febbre. Letto. Una cameretta chiusa. L’ombra di una malattia mortale incombe, mentre il manuale di patologia infettiva resta aperto sul mobile. Malempin fa finta di non guardarlo. Vorrebbe ignorarlo. Ma lo legge con gli occhi bassi. E il cuore trema.
Da quel momento il tempo si spezza. La veglia al capezzale diventa una discesa interiore. Malempin mangia smodatamente, beve, si lascia andare. Nel corpo che ingurgita e si abbatte, si apre la voragine del ricordo.
Ed è lì che Simenon colpisce. Con frasi brevi. Dense. Memorie dell’infanzia che salgono improvvise. Odori, suoni, colori. La terra scura dei campi, il verde cupo invernale che fa paura. Le siepi minacciose.
(…) avevo paura del color verde cupo che d’inverno assumono i campi paludosi, che a tratti ghiacciano in chiazze d’acqua da cui spuntano maligni ciuffetti d’erba; avevo paura degli alberi che si stagliavano contro il cielo (…); quanto alla terra da poco arata, il suo marrone scuro mi dava la nausea.
E ancora. Le guance rosee della zia, bella e sensuale finita in manicomio. L’odore dolciastro del tabacco sul viso dello zio.
Dovetti baciare le guance rosee e profumate di zia Élise, poi il viso al tabacco di zio Tesson.
Il cavallo nella stalla che nitrisce all’alba. Una stanza che ai suoi occhi di bambino sembra immensa. Una domenica grigia, senza pioggia ma anche senza luce.
(…) un cielo incolore, con altra acqua in sospeso; una luce proveniente dal nulla, che non dava ombre né rilievo agli oggetti, evidenziando la crudezza dei toni.
La memoria non consola. Graffia. I soldi, ancora una volta, al centro delle tensioni familiari. I rancori tra adulti. “Zia Élise fissava con irritazione mia madre.
Un lessico familiare che segna, incide. Malempin bambino lo assorbe, non capisce. Intuisce. L’angoscia gli resta dentro.
Il romanzo è un viaggio: non nel sud della Francia, ma nel passato. Una Combray personale, più scabra e nuda. Niente madeleine profumata, ma un pane con cioccolato. Niente nostalgie, ma indigestioni e ubriacature. La memoria come rifiuto e vertigine.
Se solo potessi rivivere con gli occhi e le orecchie di oggi una di quelle domeniche!”, scrive Simenon. Ma non si può. La memoria è uno specchio deformante. Restituisce brandelli. Frammenti. Odori rimasti nelle narici. Immagini indelebili.
Malempin è un romanzo sulla fragilità. Non tanto del bambino, ma dell’adulto che il bambino è diventato. È il libro meno duro, eppure il più malinconico. Un libro in cui Simenon smette di scavare nei bassifondi dell’animo e torna indietro, a guardare con gli occhi di un ragazzino spaventato.
E lo fa con la sua prosa scarna, sincopata, implacabile.
Alla fine resta un senso di vertigine. La vita come un grumo di immagini, di odori, di silenzi ostili. E la consapevolezza che non c’è ritorno.

1 commento su “Malempin di Georges Simenon”

  1. Simenon ti prende e ti spinge in due direzioni.
    Giù, giù nel buco dei ricordi.
    Oppure lungo il pavimento piatto della vita.

    Malempin è verticale.
    Odori che ti si attaccano, colori che ti accecano, suoni che ti restano nella testa.
    Il bambino malato. La casa borghese. Tutto serve a farti sentire il nodo dentro, il groppo soffocante della memoria.
    Ti senti sospeso tra quello che eri e quello che sei diventato.
    Vertigine pura.

    L’uomo che vedeva passare i treni, il mio preferito, è orizzontale.
    Treni. Routine. Persone. Ripetizione.
    La vita scorre davanti ai tuoi occhi, senza chiedere permesso.
    La solitudine pesa, lenta.
    Osservi, annoti, conti i treni.
    E tu resti lì, in mezzo, a guardare passare il mondo.

    Verticale. Orizzontale.
    Dentro o davanti.
    Due romanzi duri, due modi di sentire la fragilità umana.
    E tu ci resti dentro, o ci cammini accanto.
    Simenon sa dove metterti.
    E tu resti lì, senza fiato.

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