Autore: Ibrahim Nasrallah
Edizioni Q, 2005
Ci sono libri che, più che essere letti, accadono. Maria di Gaza è uno di questi.
«La pace sulla terra non è per noi, non per mio figlio, non per il tuo», disse Maria a Maria. […]
Tutto è narrato in tempo reale, a partire da quell’ottobre di sangue. Il titolo non è casuale, il poeta e scrittore palestinese Ibrahim Nasrallah sovrappone la figura di Maryam, la madre di Gesù, alle madri di Gaza.
«O sorella della mia terra, sorella dei miei passi su questa terra, sorella della mia anima e delle mie preghiere, sorella dell’alba nel suo chiarore, sorella della mia morte nella sua sciagura.»
A Gaza, in ogni madre che stringe il corpo del figlio ucciso, c’è una nuova Maria che vive la Passione non più come Pietà composta, ma come sconvolgimento, come ribaltamento innaturale, quello della madre costretta a seppellire il proprio figlio.
«La pace su questa terra non è per noi. La pace è per gli altri. È per figli diversi dai miei.»
Nei versi di Nasrallah vive una liricità potente che non mira a consolare, ma a gridare la realtà senza addolcirla, senza trasformarla in una statistica di morti e feriti. La parola dam, sangue, ritorna come un colpo secco, martellante. I versi penetrano come schegge: diretti, visuali, di un’intensità che scuote. Non c’è pietismo, ma la fierezza di chi resta in piedi tra le macerie. Persino gli elementi della terra d’origine, mare, cielo, uccelli, farfalle, smettono di essere poesia per diventare parte di un mondo distante, coordinate geografiche di luoghi resi estranei.
«La pace è per il silenzio dopo i nostri massacri, prima dei nostri massacri, durante i nostri massacri. La pace è per il silenzio quando noi urliamo.»
La morte sistematica delle famiglie e la distruzione che le circonda non sono “guerra”, ma un tentativo di cancellare un popolo. Nasrallah non usa il termine “genocidio”, preferisce majzara, parola che in arabo trattiene la carnalità del massacro. Maria di Gaza si chiede se la parola “pace”, salam, ripetuta fino allo stremo, non sia, in fondo, soltanto un termine per i tiranni, per chi ordina: «Uccideteli», mentre intorno tutto è alsamt, silenzio. È un’accusa rivolta al silenzio che il mondo impone alle vittime mentre subiscono la violenza.
Eppure Maria di Gaza non fugge. Piange, urla, accusa, ma resta. Per Nasrallah, e per molta cultura palestinese, il semplice fatto di restare in piedi tra le macerie, di continuare a fare il caffè o cullare un figlio morto mentre il mondo crolla, è la forma più alta di resistenza. È sumud. Se per noi la memoria è spesso un ponte verso il passato, per i palestinesi è un atto di resistenza nel presente, l’unico modo per custodire le radici e impedire l’oblio.
Il soldato ha le armi. Maria ha il sumud.
Mai come in questo periodo di feste, il libro ci obbliga a guardare i fatti. Il Natale celebra una madre che mette al mondo la Vita, seppure nella precarietà; il libro di Nasrallah celebra una madre che stringe tra le braccia la Morte.
Qui la distanza è straziante. La Sacra Famiglia fuggiva per scampare alla Strage degli Innocenti e salvare il figlio, le “Marie” di Gaza non possono fuggire. I confini sono chiusi, non c’è Egitto che le accolga, non c’è salvezza dalla strage. Questa immobilità forzata rende il dolore ancora più acuto, quasi un contraltare al racconto evangelico, tra Maria che dà la luce e Maria che seppellisce i suoi figli. È come se la Pietà di Michelangelo prendesse il posto del Presepe.
Betlemme, il luogo del Natale, è in Cisgiordania, dista pochi chilometri da Gaza, ma è separata da muri e check-point. Nasrallah, evocando il nome di Maria, riunifica spiritualmente quella terra ferita, dove i carri armati sono ancora presenti e dove le madri, forse, hanno smesso di scavare tra le macerie.
Alla fine, Maria di Gaza smette di implorare. Smette di chiedere al mondo quella “pace” che, per i potenti, coincide soltanto con il silenzio delle vittime. Rifiuta l’inganno.
«Non dirò: la pace è per coloro che uccidono, sradicano e bruciano. La pace su questa terra era nostra prima di loro e sarà nostra dopo di loro. La pace è nostra.»
Il libro si chiude così, con un ribaltamento totale, una profezia che risuona forte. Fingere di non ascoltarla significa tradire l’unica verità possibile, in Palestina, nonostante tutto, la pace appartiene a chi resta, non a chi distrugge.
