Mirra 1

Sentirsi in colpa? E perché? Non lo sapevo. Né avrei potuto prevederlo, visto che il trentaduesimo comma dell’articolo ventuno della legge Concordia e Armonia è pressoché ignorato. Il trentaduesimo comma, dico! Ho spulciato i file della rendicontazione semestrale: soltanto il due per cento del Distretto Occidentale se n’è avvalso. Come avrei potuto immaginare che, in quel numero esiguo di retrogradi, rientrasse una donna dinamica e assertiva come Cencreide? Impensabile. Ma la congettura si decompone davanti all’imprevisto, come le smorfie di chi gioca a Ruba la gioia. E di congetture ripullula la realtà, nel secolo della destrutturazione sintetica, nello spazio dei pensieri inaccettabili.

Per non creare confusione, mi presento. Sono la Terza Sorvegliante del Settore z/14 della Zona Amaranto, Circoscrizione sesta, Quartiere ottavo, Parte est della Città di N, Isola di C. Sono privilegiata, lo riconosco: i compiti delle Terze Sorveglianti, già non gravosi, per me sono alleggeriti ulteriormente dal numero esiguo degli esseri a me “preposti e anteposti” – per adoperare la locuzione burocratica – che erano trentotto.
Il rimborso economico, però, non è generoso. Per arrotondare, di notte compilo le cartelle delle aliquote maggiorate. Una precisazione che parrebbe inessenziale, eppure – come si dice – il vacuo riempie lo stipato. Se non fossi stata impegnata in una pratica ingarbugliata sul terzo minischermo vh7, probabilmente non sarebbe accaduto il dramma. O meglio: Mirra sarebbe morta lo stesso, da fuorilegge, ben lontana dall’età del suicidio consensuale. Ma non sarebbero ricadute su di me tutte quelle rogne. Fossi stata più professionale…
Il turno era terminato. Nulla di ciò che riguardava la Terza Sorvegliante era valido in quel momento. Ma io, per insulsa bontà e rigogliosa stupidaggine, ho agito. Ero sveglia, questo è il punto, e ho percepito l’allarme che il Sesto Sorvegliante – l’Allampanato sempre in tunica – non aveva disinstallato, negligente come tutti gli Allampanati del Distretto Settentrionale. Ho visualizzato, nel quinto medioschermo pz18, Mirra distesa nella capsula e io – malcauta che sono – ho sfibrato le gambe senza nemmeno togliermi i calzari per raggiungere la Stanza Decisionale del Settore z/14, Zona Amaranto, Circoscrizione sesta, Quartiere ottavo, Parte est della Città di N, Isola di C.

Mirra gridò, come fanno tutte le sue coetanee: «Il rispetto per chi? Per la propria essenza volitiva. Ecco il punto. Non è permesso? E allora? Un cane a volte è figlio del fratello, e nessuno ci fa caso. Non sono io ad allontanarmi dagli istinti definiti: è la gangrena della ripetizione di detti ammuffiti ad essersi impossessata delle certezze legislative da amputare. Sì, da amputare, lo rivendico in qualità di chirurga nativa. Io non dormo più. I pensieri… tutti catalizzati su di lui. Ma non posso dirlo: “È indecoroso”, sentenziano. Io non sogno più. Non posso nemmeno confidarmi con il riflesso del mio io di due anni fa: sarebbe un argomento proibito per un riflesso così minuscolo. Del resto, tutto mi è proibito: parlare, confessare, provare, attuare. Soltanto lo strazio dell’indicibile mi tiene compagnia. Lo strazio del non concretizzabile. Morire a sedici anni è bello. Soprattutto quando si è sopraffatte dal virus impermeabile dello stallo. Le ore scandiscono lacrime di disperazione incomunicabile. Ma sussiste il divieto dei quarantasette anni per la capsula. E io non sono così autolesionista da affrontare trentun anni di martirio costante: lui sarà sempre là, irraggiungibile, sempre meno vigoroso, perpetuamente intangibile – si disciolga la Via Lattea! – come lo sbuffo di una decuplitatrice in rottamazione, come le cantine dei velivoli galleggianti. Non sono così evanescente da spalancare gli occhi per non vedere».

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