Ian McEwan, con Quello che possiamo sapere, il suo diciottesimo romanzo, guarda al passato proiettando però il lettore nel futuro: Thomas Metcalfe, narratore della prima parte della storia, racconta dall’anno 2119.
Il romanzo si apre su uno scenario cupo. A metà del XXI secolo gli effetti del riscaldamento globale, aggravati da una breve guerra nucleare, hanno scatenato tsunami, allagato continenti, affondato New York, Rotterdam e numerose altre città. Con l’“Inondazione” sono arrivate carestie e pestilenze che hanno decimato la popolazione mondiale. L’innalzamento dei mari ha cambiato il volto geografico dell’Europa e trasformato il Regno Unito in un arcipelago di enclave isolate.
Thomas Metcalfe, studioso di letteratura inglese compresa tra il 1990 e il 2030, sa di insegnare una materia percepita come obsoleta. Per catturare l’attenzione degli studenti ricorre ad ogni tipo di espedienti; lui e la collega Rose, che è anche la sua amante, parlano in classe con “voci allegre e cantilenanti, come se si rivolgessero a una classe di scuola materna”. Ma con gran parte del passato ormai in decomposizione sotto l’acqua, non stupisce che i giovani prediligano “cose nuove, come gli ultimi giocattoli e le novità della cultura pop nigeriana”. Mentre li vede seguire svogliatamente il suo seminario su “Politica e letteratura dell’inondazione”. Metcalfe ne immagina i monologhi interiori: “Il passato era popolato da idioti.”
Thomas Metcalfe è ossessionato da una poesia di Francis Blundy, poeta che McEwan presenta come rivale di Seamus Heaney, “una fedele rappresentazione dell’idea che il pubblico ha di un grande poeta”.
Il cuore del romanzo è una leggendaria festa di compleanno che Blundy organizza per sua moglie Vivien nel 2014.
“Il primo pomeriggio di un giorno d’ottobre del 2014, mentre il vento forte impazza tra i rami di un albero” piantato nel giardino del Casale, la residenza dei Blundy, Vivien si prepara alla cena per il suo cinquantaquattresimo compleanno.
Quella sera, il poeta si alza da tavola, zittisce gli ospiti brilli e legge Una Corona per Vivien: quindici sonetti intrecciati che celebrano il mondo naturale e il suo amore per la moglie.
Negli anni successivi il mito di quella serata cresce, e Una Corona per Vivien diviene, almeno nell’immaginario degli appassionati di letteratura, un inno all’amore coniugale e alla natura perduta.
La “lettura” passa così alla storia come il secondo Immortal Convivio. “Il primo, così battezzato dal padrone di casa, il pittore Ben Haydon, aveva avuto luogo al 22 di Lisson Grove, a Londra, il 28 dicembre 1817. Tra gli invitati vi compaiono William Wordsworth, John Keats e Charles Lamb.”
Ma c’è un problema. E non è un problema da poco. Gli unici che hanno ascoltato il poema composto da quattoddici sonetti più uno (la Corona), oltre a Vivien, sono gli invitati alla cena. Ovvero, oltre a Vivien e a Francis Blundy: Mary Sheldrake, “tra le più affermate romanziere della sua generazione”, con il marito Graham; Chris Gage e sua moglie Harriet, “autrice di interviste per settimanali, conosciuta più per l’affidabilità che per la bravura”; Harry Kitchener, editor e cognato di Blundy, con la moglie Jane; Tony Spufford, autore “di una guida ai fiori selvatici nei drammi e nei componimenti di Shakespeare”, con il compagno John Bale, chirurgo veterinario.
Dopo quella sera d’ottobre del 2014 il poema non viene più letto pubblicamente, né tantomeno dato alle stampe. Insomma scompare. Nel corso del secolo successivo, la fama di Una Corona per Vivien si costruisce proprio attraverso questo vuoto. È il potere di ciò che si può solo immaginare. “La Corona era il poema perfetto perché non conosciuto”, commenta Metcalfe, sintetizzando il fascino dell’assenza.
Intorno al poema irrecuperabile si sviluppa anche la componente parodistica del romanzo. Thomas e Rose, nel loro ambiente “accademico” protetto dal caos che regna nel mondo, studiano Blundy con la stessa minuziosa metodologia applicata a Shakespeare dagli specialisti. La differenza è che gli studiosi elisabettiani devono accontentarsi di pochi documenti sopravvissuti, mentre gli accademici del XXII secolo possono consultare l’intero archivio internet, completamente decodificato e mai cancellato. Thomas e Rose vivono in un tempo segnato dalle devastazioni della guerra nucleare e dagli effetti estremi del cambiamento climatico, ma possono ricostruire ogni gesto compiuto dal poeta attraverso le e-mail inviate, i messaggi ricevuti, i siti web visitati, gli spostamenti registrati. E lo stesso vale per gli amici e testimoni di quella famosa serata.
Il romanzo assume così la forma di un’indagine ossessiva, con tutto ciò che questo comporta: lo scrupolo metodologico, la distinzione tra ciò che è stato effettivamente scritto, o detto, e ciò che è un’approssimazione realistica, “inventata” dalla fantasia del ricercatore. L’enigma offre a McEwan l’occasione per declinare la domanda fondamentale: che cosa possiamo davvero conoscere? È a partire da questa domanda che McEwan costruisce gli interrogativi portanti del libro: come può un poeta dichiaratamente scettico sul cambiamento climatico trasformarsi, postumo e suo malgrado, in un’icona dell’ambientalismo? Quale peso hanno le costrizioni formali di un sonetto sulla rappresentazione dei sentimenti? E, soprattutto, quanto può davvero emergere della verità di una vita, se messa a confronto con la mole dei documenti che pretendono di raccontarla?
La seconda parte del libro, della quale dirò solo che la voce narrante di Thomas Metcalfe viene sostituita da quella di Vivien, apre ad un deciso cambio di prospettiva, un riallineamento che riorganizza l’intera narrazione e mostra quanto poco comprendiamo dell’umana imprevedibilità.
Quello che possiamo sapere di Ian McEwan. Einaudi, 2025 (traduzione di Susanna basso)

1 commento su “Quello che possiamo sapere di Ian McEwan”
Invoglia a leggere il libro.