Renato Valacca 1

Eccomi qua, come al solito depresso. Tanto più che una settimana fa ho compiuto sessant’anni e, dopo aver passato in rassegna i miei giorni, ho convenuto di non aver combinato nulla di buono nella vita. Una vita sprecata. Ecco, è la definizione adatta: una vita sprecata.
Se fossi uno scrittore che si crogiola nell’autobiografia, scriverei un memoriale e lo intitolerei Renato Valacca, colui che non visse.
Ma io non sono uno scrittore. Sono soltanto un giornalista di cronaca che si annoia e pesca nei ricordi perché non sa che fare.
Ed è per questo che potrei, in questo momento, raccontare il passato-passato: Valentina. Il passato-presente e il passato-semplice sono stati insipidi: moglie, figlio e obiettivi meschini. Tanto vale perdere tempo trascrivendo una stolida storia di disperazione. O di follia. Fate voi.

Festa di compleanno di chissà chi. Due sconosciuti si fissano e, senza dire una parola, si baciano a lungo. Troppo sdolcinato per non sembrare un soggetto da film sentimentale di quart’ordine.
Verrò al sodo, omettendo vari passaggi, come l’agosto delle telefonate alle tre del pomeriggio — io a Santa Severa, lei a Fiano Romano —; le passeggiate settembrine per villa Torlonia; i baci rubati sotto la pioggia di inizio ottobre; la perdita della sua verginità ad Orte, cittadina scelta per la forza simbolica di centro geografico d’Italia.
Confesserò di essere stato — a quel tempo più di ora — un inetto.
Ebbene: laureato e disoccupato (se si esclude una collaborazione poco remunerativa con il quotidiano L’Umanità, prossimo al fallimento), vivevo con i miei, che mi passavano una paghetta di ottocentomila lire, e non guidavo per colpa della diplopia.
Correva l’anno 1994. Lei aveva ventun anni e, da poco più di diciotto mesi, era stata, per così dire, scarcerata, cioè era uscita dal monastero con un secco “no” al velo monacale. Un “no” inevitabile: non aveva nulla della passività rassegnata della novizia. Valentina era dinamica, intraprendente.
Fu lei a trovare un monolocale al Trullo, prestatoci gratis da una sua amica per due mesi. Un attico anonimo, diviso da un muro con autentici bassorilievi etruschi incastonati qua e là: da una parte la zona notte (letto matrimoniale, comodini, armadietto), dall’altra la zona giorno (divano, tavolo e cucina Ikea ante litteram).
Furono giornate pregne di intimità ininterrotta, per lo più ingenua, a volte sfacciata, e di una tenerezza che, per un osservatore esterno, sarebbe apparsa stucchevole. Io, invece, mi sentivo finalmente felice. E lei pure.
Ricordo un episodio, che non riguarda la sessualità (sono pudico, come è noto, e rispettoso), ma che riguarda quella nostra tenerezza anomala. Una mattina, dopo un piccolo screzio — non ricordo se per una rispostaccia, uno sguardo infastidito, un assalto di poltronaggine — mi riaddormentai. Al risveglio, sulla parete campeggiava una scritta enorme: TI AMO, formata da liste di sacchetti neri dell’immondizia fissati chissà come.
Poco dopo Valentina trovò una camera in via Filippo Turati, vicino alla degradata piazza Vittorio, in un appartamentino fatiscente condiviso con due baresi ridanciane e svogliate.
Correva l’anno 1995, era febbraio. Valentina aveva trovato lavoro come grafica in uno studio di archeologia, portava avanti con entusiasmo la relazione; io la seguivo passivamente, tra ristoranti economici, cinema, passeggiate chilometriche e notti focose su un letto singolo (una volta, sul più bello, caddi per terra).
Ad aprile mi stancai della vita divisa tra la casa dei miei e la camera di Valentina. Desideravo emanciparmi: niente più paghetta, ma una somma sostanziosa per convivere. Cercai un appartamento o nel centro storico, o a Trastevere, o a Prati.
Lo trovai in via Ottaviano, di fronte a Castroni.
Grande ingresso, bagno con vasca piccola, cucina anonima, camera e salotto con buffet e contro-buffet. Mobili antiquati ma in buone condizioni. Niente termosifoni, solo una stufa gigantesca che non imparai mai ad accendere. Ma i soffitti erano alti.
Purtroppo, quella che avrebbe dovuto essere la magione dei sogni, dell’indipendenza, dell’amore, divenne la magione degli incubi, della schiavitù, dell’odio.

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