Prima del piccolo trasloco a via Ottaviano, Valentina promise che io sarei stato il re che non avrebbe mai cucinato, o lavato i piatti, o pulito i pavimenti, o spolverato. E così fu per tutta la convivenza che, curiosamente, cominciò il primo giugno 1995 e si concluse il trentuno maggio 1996 (anche se il vero epilogo giunse con qualche settimana di anticipo). Ma Valentina non promise di mantenere le amorevoli premure, il rispetto affettuoso, la delicatezza docilmente infervorata, il sorriso angelico, la disponibilità disinteressata.
Già a inizio giugno impazzì: forse per il divieto di fumare in casa, o per lo stress, o per i ricordi del noviziato che stridevano con il presente, o per la mia introversione. Non sono riuscito ancora a capirlo, se poi esiste una spiegazione razionale. Sta di fatto che ammattì. E di brutto.
Almeno una volta a settimana, in un attimo, il viso si deformava in smorfie demoniache. Urlava oscenità con voce così alta da essere sentita fino alla fermata della metro. Girava furiosa intorno al tavolo del salotto e affermava di volersi appropriare del mio bancomat per tagliarlo con le forbici, gridava di volere usare i miei CD di musica lirica come frisbee da lanciare dalla finestra (una volta ruppe il cofanetto della Madama Butterfly di Karajan lasciandolo cadere per terra). E mi insultava, colpendomi nei punti più deboli: «Sei un cieco, fai ridere tutti!».
Spesso alzava le mani. Io riuscivo ad afferrarla, a immobilizzarla sul letto o sul divano, a metterle una mano sulla bocca per non farla strillare più in attesa della fine della crisi, che a volte si prolungava per ore.
La sua follia, però, non si fermava alle crisi violente.
Divenne mitomane. Giunse al punto di non distinguere le menzogne della realtà. Oscillava tra invenzioni di fatti gravi – come quella di un nuovo collega di lavoro che si iniettava l’eroina davanti ai suoi occhi – e invenzioni di abitudini di scarso peso – come la colazione consumata ogni mattina in un bar che io sapevo chiuso da un paio di mesi.
Insomma, tutto ciò che raccontava era falso. Il che mi disorientava.
Accaddero anche avvenimenti grotteschi, causati dal suo disturbo psichico: quasi divertenti da narrare ma, nella realtà sia mia che sua, drammatici. Come le volte che, mentre me ne stavo a letto a leggere un libro, lei, senza un motivo, mi chiudeva a chiave nella stanza; come quando la trovai prona sul pavimento con una schiuma biancastra che fuoriusciva dalla bocca, quasi si fosse avvelenata (in realtà, non aveva ingerito nulla, ma aveva sciolto tra i denti del dentifricio per simulare la bava); come quando – e il mio amico Christoph mi è testimone – tornando a casa la trovai che indossava un velo da suora perché, mi avvertì, il mattino seguente sarebbe tornata in monastero.
Ma, a proposito di testimoni, quanti ne possiedo, oltre a Christoph, dell’anno terribile trascorso con Valentina in via Ottaviano? Come si dice nel parlato, una marea.
E, a proposito di maree, mi vengono in mente i dieci giorni passati ad agosto in una località balneare a due passi da San Benedetto del Tronto con un amico del tempo – un farabutto su cui non voglio dilungarmi – e la sua compagna, una trentenne che aveva avuto la disgrazia di assistere agli ultimi istanti di vita della madre che si era sparata in testa.
Ebbene, Valentina non si trattenne neppure durante quella breve vacanza. Oltre alle solite crisi violente, ai deliri sussurrati e alle bugie pronunciate con rabbia, a volte urlava di volersi gettare dal balcone. L’orfana protestò con me e dichiarò di non essersi ancora ripresa dal suicidio materno. Mi chiese di farla smettere. Io mi scusai mortificato e sfinito. E convinsi Valentina di non minacciare più di uccidersi fino al ritorno a Roma. Lei stranamente capì e nelle invettive successive si soffermò soprattutto ad offendere la mia mediocrità.
Lo so, vivere con Valentina era diventato insostenibile.
Una volta tornati a Roma, avrei dovuto impostare un discorsetto e avvertirla che, se non avesse cambiato comportamento (il che sarebbe stato impossibile visto che si trattava di crisi di follia), me ne sarei tornato dai miei.
Ma io tacevo. E tacqui anche quando lei, una sera all’uscita dal Teatro dell’Opera (c’era anche mia zia Marcella), con un sorriso malizioso e un inchino grottesco, affermò di avere intravisto un parente e si allontanò rapida per raggiungerlo. In realtà si trattava di uno sconosciuto che le aveva lanciato delle occhiate d’intesa e lei si era incuriosita e forse anche eccitata.
Lo so, tutto questo non mi giustifica, ma ce qui est fait est fait, è impossibile riparare il passato; pertanto, è ormai impossibile bloccare la mano che le assestò tre schiaffi in un momento di esasperazione durante un’ennesima crisi.
Vi assicuro che né prima né dopo ho colpito una donna. E mi dispiace tuttora per quella sera di fine aprile del 1996. Esplosi. Lo sfinimento condusse me, uomo mite, a un’inqualificabile brutalità di due secondi. E nemmeno me ne pentii, nonostante la sua faccia gonfia, né mi spaventai per le minacce di chiamare la polizia. Ma uscii. Presi la metro e andai in un locale di Monti con la volontà di rimorchiare qualcuna. Il che avvenne. E quella notte si concluse con un finale inatteso. Io e quella qualcuna seduti sul piccolo gradino di un minuscolo palazzo di via dei Condotti. Le bocche a contatto. E poi la ripromessa di rivederci la sera seguente.
Si chiamava Ivana, venticinquenne reatina, studentessa di architettura. La frequentai fino a metà maggio, poco prima che Valentina tornasse a Fiano Romano.
Due mesi e mezzo dopo ero a Giacarta, ospite di un nuovo amore.
Valentina – l’ho saputo solo un anno fa – rimase disperata nel suo paese ad aspettare il mio ritorno.
