Ah! se puoi così lasciarmi
Una macchia al centro del sedile, tra il giallo centrale e il bianco ai lati, del vanto familiare in stile Regency. In ginocchio, poggiando le palme delle mani sul mogano stagionato dei braccioli, Gedy esamina, con il naso che quasi sfiora la fodera di tela, il disastro. Caffè, senza dubbio.
Ah sì, crudele affanno, tutto mi vien da te.
Sara è accanto allo stipo di palissandro. Gedy non si era accorto della sua presenza. Aggrotta la fronte spingendola in direzione della moglie. Non si ricorda dove ha poggiato gli occhiali. Non vede nient’altro che l’immagine sfocata di qualcosa in acciaio, forse una lama, innestato in un manico di plastica.
Il tondo tavolino di faggio intarsiato non era rimasto immobile. Di questo Sara era convinta. C’era chi le dava ragione. Tuttavia, nessuno concordava con lei sulla lettura. Perché mai collegare il tutto alla pedagogia divina? L’educazione all’autocontrollo non si attua attraverso una dinamica causale, bensì tramite una scelta privata.
Eppure, Gedy, inflessibile, sosteneva che ogni segno nascondesse un ordine simbolico, che il tavolino stesso custodisse una realtà densa che andava difesa dalle scorie. «Ci sono gusci», mormorava, «ombre che avvolgono la luce. Non si possono tollerare: bisogna spezzarle». Parlava con tono assertivo, come se il rigore fosse già una verità, più che una via.
Il sangue, tempo fa, gli aveva irrigato gli occhi e reso la percezione del reale nebulosa. Adesso la confusione è svanita. Sara non parla. Giudica e tace. Gedy non sa tuttora come riacquistare la vista. L’intuizione è rimasta salda. Lei c’è, ma se ne andrà. La stampa della donna accigliata è una prova inconfutabile. Non a caso stringe fra le mani un ramoscello di alloro grigio, fragile come un guscio che custodisce solo polvere.
In corsivo A. L. Tottola, Mosè in Egitto, musica di G. Rossini, Atto I, scena III e atto III, scena X
