Quello di Andrea Pomella, Vite nell’oro e nel blu, non è un libro di storia dell’arte e nemmeno una rigorosa biografia, benché si nutra di testimonianze dirette, di documenti d’archivio e di svariati lavori di ricerca (in particolare Mario Schifano. Una biografia di Luca Ronchi, Edizioni Johan & Levi). Vite nell’oro e nel blu è un romanzo biografico, ovvero una narrazione in cui l’immaginazione colma i vuoti lasciati da testimonianze e resoconti.
Pomella, come chi si trovi davanti a un affresco sfrangiato dal tempo, non pretende di ridipingere, ma di ritrovare il respiro della materia originale: ricostruire ciò che manca con un colore che non finge di essere il vero, sebbene talvolta vi somigli.
Roma, alla fine degli anni ’50, è la città che, per un istante brevissimo e irripetibile, diventa capitale dell’arte, quando Parigi lo era stata e New York stava per diventarlo. È una Roma febbrile e sotterranea, frenetica e riflessiva: un luogo dove il confine tra sogno e finzione è spesso invisibile. Strade perennemente illuminate e luoghi avvolti da un’oscurità che non si dirada. Roma è bellissima e feroce. È la madre che ti accoglie tra le sue braccia dorate e, allo stesso tempo, ti abbandona alla solitudine di notti senza fine.
Dalle periferie ancora punteggiate di baracche e cantieri si arrampicano verso il centro poeti come Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, ma anche artisti allora sconosciuti: Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Cesare Tacchi. La loro prima “collettiva”, se così possiamo chiamarla, si apre nel settembre del 1957 nella sezione del Partito comunista di Cinecittà: pareti spoglie, luce fioca, odore di vernice e speranza. Da lì parte tutto.
La giovinezza dei quattro pittori raccontati da Pomella – Schifano, Angeli, Lo Savio, Festa – non ha nulla di romantico né di epico. Sono quattro ragazzi assetati di vita che dipingono sulle tele, con un fervore quasi mistico e ripetitivo, loghi e insegne commerciali, simboli di potere e araldica politica, oggetti domestici trasformati in emblemi. È una giovinezza di notti interminabili, di feste sospese sull’orlo dell’eccesso, di colori che colano come se ogni quadro fosse l’ultimo possibile: perché l’arte e la vita sono una sola cosa e, nella vita come nell’arte, tutto è precario. Eppure, nonostante la prossimità, le distanze interiori dei quattro amici sono siderali. Schifano è l’istinto, la fame, l’improvvisazione che brucia tutto in un lampo; Angeli è la lotta contro l’insanabile ferita dell’ingiustizia; Lo Savio è il pensiero, il rigore, l’ascesi che diventa precipizio; Festa è la contemplazione, lo sguardo dell’infanzia che non si arrende al mondo.
Pomella mette in bocca a Lo Savio, in un momento drammatico della sua esistenza, poco prima di gettarsi nel vuoto a ventott’anni, un pensiero che vale come manifesto: “Un uomo felice è solo un uomo molto impegnato, o solo un uomo in perpetuo movimento, o solo un uomo con molte camere a disposizione.” È come dire: la felicità è una casa troppo grande e c’è sempre il rischio di perdersi.
Pomella è certamente affascinato dai suoi personaggi, anche se li guarda senza indulgenza. Ma Schifano che “fa il cascamorto con le ragazze, bello come Rodolfo Valentino” rischierebbe di sembrare il protagonista di una fiction se non fosse per la malinconia e la tenerezza che filtrano dalla narrazione un attimo prima della distruzione. E la loro leggenda postuma nasce proprio da questo: da una sete di vita che sconfina nell’autodistruzione.
Passano sui fondali della storia Marina Ripa di Meana, Marianne Faithfull, Kerouac, Parise, Sandro Penna, Alberto Moravia, Elsa Morante, Mick Jagger, Isabella Rossellini, Andy Warhol, Anita Pallenberg. Ma nel libro di Pomella restano comparse.
C’è chi – come Fulvio Abbate – ha rimproverato a Pomella di aver saccheggiato il libro di Luca Ronchi su Schifano. Ma anche chi critica finisce per cedere alla nostalgia e nel recensire Vite nell’oro e nel blu, Abbate rievoca Mario nello studio di via delle Mantellate: gli schermi accesi, il flusso televisivo cristallizzato sulla carta delle Polaroid, i cuori, le palme, le “M come Monica”. Insomma, nessuno è immune quando si tratta di raccontare le vicende dei quattro ragazzi del bar Rosati a piazza del Popolo, perché la loro storia è già mito.
Vite nell’oro e nel blu è un romanzo sulla giovinezza e sulla fine. È un romanzo dove l’oro è quello dei tramonti sui palazzi romani, e il blu è quello che precede il buio profondo in cui tutto sprofonda quando la festa finisce.
E tuttavia resta – nella pittura – un tremito, una luce residua. Quasi un miracolo. E in quel miracolo c’è tutto il mistero della vita.
Pomella, come chi si trovi davanti a un affresco sfrangiato dal tempo, non pretende di ridipingere, ma di ritrovare il respiro della materia originale: ricostruire ciò che manca con un colore che non finge di essere il vero, sebbene talvolta vi somigli.
Roma, alla fine degli anni ’50, è la città che, per un istante brevissimo e irripetibile, diventa capitale dell’arte, quando Parigi lo era stata e New York stava per diventarlo. È una Roma febbrile e sotterranea, frenetica e riflessiva: un luogo dove il confine tra sogno e finzione è spesso invisibile. Strade perennemente illuminate e luoghi avvolti da un’oscurità che non si dirada. Roma è bellissima e feroce. È la madre che ti accoglie tra le sue braccia dorate e, allo stesso tempo, ti abbandona alla solitudine di notti senza fine.
Dalle periferie ancora punteggiate di baracche e cantieri si arrampicano verso il centro poeti come Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, ma anche artisti allora sconosciuti: Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Cesare Tacchi. La loro prima “collettiva”, se così possiamo chiamarla, si apre nel settembre del 1957 nella sezione del Partito comunista di Cinecittà: pareti spoglie, luce fioca, odore di vernice e speranza. Da lì parte tutto.
La giovinezza dei quattro pittori raccontati da Pomella – Schifano, Angeli, Lo Savio, Festa – non ha nulla di romantico né di epico. Sono quattro ragazzi assetati di vita che dipingono sulle tele, con un fervore quasi mistico e ripetitivo, loghi e insegne commerciali, simboli di potere e araldica politica, oggetti domestici trasformati in emblemi. È una giovinezza di notti interminabili, di feste sospese sull’orlo dell’eccesso, di colori che colano come se ogni quadro fosse l’ultimo possibile: perché l’arte e la vita sono una sola cosa e, nella vita come nell’arte, tutto è precario. Eppure, nonostante la prossimità, le distanze interiori dei quattro amici sono siderali. Schifano è l’istinto, la fame, l’improvvisazione che brucia tutto in un lampo; Angeli è la lotta contro l’insanabile ferita dell’ingiustizia; Lo Savio è il pensiero, il rigore, l’ascesi che diventa precipizio; Festa è la contemplazione, lo sguardo dell’infanzia che non si arrende al mondo.
Pomella mette in bocca a Lo Savio, in un momento drammatico della sua esistenza, poco prima di gettarsi nel vuoto a ventott’anni, un pensiero che vale come manifesto: “Un uomo felice è solo un uomo molto impegnato, o solo un uomo in perpetuo movimento, o solo un uomo con molte camere a disposizione.” È come dire: la felicità è una casa troppo grande e c’è sempre il rischio di perdersi.
Pomella è certamente affascinato dai suoi personaggi, anche se li guarda senza indulgenza. Ma Schifano che “fa il cascamorto con le ragazze, bello come Rodolfo Valentino” rischierebbe di sembrare il protagonista di una fiction se non fosse per la malinconia e la tenerezza che filtrano dalla narrazione un attimo prima della distruzione. E la loro leggenda postuma nasce proprio da questo: da una sete di vita che sconfina nell’autodistruzione.
Passano sui fondali della storia Marina Ripa di Meana, Marianne Faithfull, Kerouac, Parise, Sandro Penna, Alberto Moravia, Elsa Morante, Mick Jagger, Isabella Rossellini, Andy Warhol, Anita Pallenberg. Ma nel libro di Pomella restano comparse.
C’è chi – come Fulvio Abbate – ha rimproverato a Pomella di aver saccheggiato il libro di Luca Ronchi su Schifano. Ma anche chi critica finisce per cedere alla nostalgia e nel recensire Vite nell’oro e nel blu, Abbate rievoca Mario nello studio di via delle Mantellate: gli schermi accesi, il flusso televisivo cristallizzato sulla carta delle Polaroid, i cuori, le palme, le “M come Monica”. Insomma, nessuno è immune quando si tratta di raccontare le vicende dei quattro ragazzi del bar Rosati a piazza del Popolo, perché la loro storia è già mito.
Vite nell’oro e nel blu è un romanzo sulla giovinezza e sulla fine. È un romanzo dove l’oro è quello dei tramonti sui palazzi romani, e il blu è quello che precede il buio profondo in cui tutto sprofonda quando la festa finisce.
E tuttavia resta – nella pittura – un tremito, una luce residua. Quasi un miracolo. E in quel miracolo c’è tutto il mistero della vita.
